Un enorme avvolgente abbraccio si è stretto attorno alla Comunità monastica di Montecassino, mercoledì 21 marzo, in occasione della Solennità di san Benedetto Abate.

A cominciare - come ricordato dall’Abate Ogliari nei suoi ringraziamenti - dalla ‘prontezza e dalla benevolenza’ con cui il Cardinale Angelo Amato, ha accolto l’invito a presiedere la Solenne Celebrazione Eucaristica, citando poi le tante autorità presenti e i tanti amici che, sfidando il tempo inizialmente per nulla primaverile, hanno arricchito del loro calore e del loro affetto la Basilica Cattedrale.

Numerosi gli Ambasciatori accreditati presso la Santa Sede e presso lo Stato italiano presenti alla celebrazione:
Per i diplomatici presso la Santa Sede erano presenti
S.E. l’Ambasciatore di Croazia, S.E. l’Ambasciatore di Francia, S.E. l’Ambasciatore di Polonia, S.E. l’Ambasciatore di Portogallo, S.E. l’Ambasciatore del Regno Unito

Mentre fra i diplomatici presso lo Stato Italiano erano presenti il Console di Polonia, il Consigliere dell’Ambasciata del Belgio, S.E. l’Ambasciatore di Bulgaria e S.E. l’Ambasciatore di Svezia

Tra le autorità militari e civili ricordiamo il Prefetto di Frosinone S.E. Emilia Zarrilli,
il Questore di Frosinone la dott.ssa Rosaria Amato, il Rettore dell’Università di Cassino e del Lazio Meridionale, il Comandante provinciale della Guardia di Finanza Col. tST Luigi Carbone, il Col.Fabio Cagnazzo, Comandante provinciale dell’Arma dei Carabineri e i rappresentanti locali di tutte le forze dell’ordine. Presente anche la Dott.ssa Irma Civitareale, direttrice della Casa Circondariale di Cassino, che ha dato la possibilità a due ospiti della sua struttura di donare al Cardinale Amato - durante l’offertorio- un rametto di ulivo proveniente dai giardini vaticani sapientemente ricoperto in bronzo con una metodologia che presto apprenderanno e metteranno in pratica nel laboratorio di Cassino; il Sindaco di Cassino, Carlo Maria D’Alessandro, presente con gli assessori della sua Giunta e i consiglieri del Comune della Città Martire, il rappresentante della Provincia di Frosinone, Massimiliano Mignanelli, per conto del presidente Antonio Pompeo, numerosi sindaci della Terra Sancti Benedicti e della provincia di Isernia. Il Sottosegretario agli Esteri Vincenzo Amendola purtroppo ha dovuto cancellare la sua presenza in prossimità dell’evento.

Numerosa anche la partecipazione di coloro che da sempre sono vicini alla Comunità monastica in modo costante e silenzioso e tanti anche i messaggi di affetto arrivati tramite i social media e la posta elettronica.

Dopo l’ostensione della sacra reliquia di san Benedetto, la celebrazione ha avuto inizio con tutta l’imponenza, la suggestione e l’emozione che la solennità di anno in anno porta con sé. S.Eminenza Amato nella sua omelia ha avuto modo di sottolineare quanto la Regola di S.Benedetto sia stata ed è importante per lui e ne ha messo in evidenza il capitolo VII su l’umiltà analizzandolo in tutti i suoi dodici gradi.

Prima della benedizione finale l’Abate Donato ha rivolto un saluto, un ringraziamento e un ‘caloroso benvenuto a S.Eminenza il Cardinale Angelo Amato per la prontezza e la benevolenza con cui ha accolto l’invito a presiedere questa solenne celebrazione eucaristica in onore di S.Benedetto Patrono primario d’Europa, nel giorno in cui ricordiamo il suo transito da questo mondo.” Ha poi rivolto un saluto a tutti i presenti ed ha esteso il benvenuto “ a tutti coloro che partecipano a questa solenne liturgia e che, ancora una volta, danno prova della stima e dell’attaccamento affettuoso a S.benedetto e alla comunità monastica che vive su questo monte.

Quella che vede, Eminenza Reverendissima, è una porzione rappresentativa di quel Popolo di Dio che vive in questo territorio che, lungo i secoli, è stato generato alla fede e alla civiltà grazie alla presenza spirituale e operosa dei figli di S.Benedetto. Continui Egli a vegliare su tutti noi e ci aiuti ad essere, come lui, testimoni autentici di pace e di amore in questo nostro mondo, così spesso confuso e lacerato da divisioni."


Al termine della Celebrazione la fanfara dell’Esercito ha regalato un momento in musica ai presenti che hanno molto gradito l’esecuzione.

Pubblichiamo di seguito il testo integrale dell’omelia di S.Eminenza Amato.
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Card. Angelo Amato, SDB
Omelia tenuta il 21 marzo 2018 nell’Abbazia benedettina di Montecassino

 

 

1. La parola di Dio, proclamata nella prima lettura (Sir 50,1-11), celebra in modo sontuoso la figura di San Benedetto, Padre del monachesimo occidentale e Patrono primario d’Europa. Come Simone, il sommo sacerdote dell’Antico Testamento esaltato dal Siracide, anche Benedetto da Norcia, con intraprendenza pionieristica, «riparò il tempio, fortificò il santuario, eresse i contrafforti, scavò il deposito delle acque, fortificò la città contro gli assedi». Egli era «come un astro mattutino fra le nubi, come la luna nei giorni in cui è piena, come il sole sfolgorante, come l’arcobaleno splendente, come il fiore delle rose in primavera, come un giglio lungo un corso d’acqua, come un germoglio d'albero d'incenso nella stagione estiva, come fuoco e incenso su un braciere, come un vaso d'oro massiccio, ornato di pietre preziose, come un ulivo verdeggiante pieno di frutti, come un cipresso svettante tra le nuvole». «Quando indossava i paramenti solenni, quando si rivestiva con gli ornamenti più belli, salendo i gradini del santo altare dei sacrifici, riempiva di gloria l'intero santuario».
È una descrizione poetica, ma altamente realistica. Benedetto è l’eroe dell’epopea della vita monastica occidentale, fatta di adorazione di Dio e di azione caritativa, di preghiera assidua e di studio diligente, di difesa dell’umanità e di custodia della natura, di solitudine nel chiostro e di presenza benefica nel territorio. La tradizione ha concentrato il suo ideale nel motto «Ora et Labora», che ha attraversato i secoli, giungendo intatto e oltremodo attuale fino ai nostri giorni. L’opus Dei è insieme preghiera e azione, contemplazione e attuazione, penitenza e lavoro. È qui la sorprendente contemporaneità del carisma benedettino.

2. La seconda lettura, dalla Lettera agli Efesini di San Paolo, introduce alla pagina più gloriosa della spiritualità benedettina, la Regola, che diventerà norma di vita per grandi e piccoli, uomini e donne, dotti e illetterati, nobili e plebei, ricchi e poveri. Come Paolo, infatti, anche Benedetto esorta a comportarsi in maniera degna della vocazione ricevuta, con ogni umiltà, mansuetudine e pazienza, sopportandosi a vicenda con amore, cercando di conservare l'unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace, e formando un solo corpo e un solo spirito (cf. Ef 4,1-6).
L’esortazione paolina non è altro che la sintesi delle beatitudini evangeliche, nelle quali Gesù esalta i poveri di spirito, gli afflitti, i miti, quelli che hanno fame e sete di giustizia, i misericordiosi, i puri di cuore, gli operatori di pace, i perseguitati (Mt 5,1-11).

3. La Regola benedettina, intrisa di Vangelo, è pertanto caratterizzata da discrezione e saggezza di vita, collaudata dall’esperienza personale del Santo. Confesso che la Regola è stata una delle mie letture preferite come sacerdote e come docente di teologia. In essa trovavo un vademecum di autentica spiritualità cristiana e di concreto comportamento umano, altamente formativo.
Si nota subito che la Regola è indirizzata ai monaci cenobitici, nei quali l’abate, come padre spirituale, deve infondere il fermento della santità (fermentum divinae iustitiae). Per raggiungere questa meta il Santo insiste su una virtù in particolare, l’umiltà. E proprio all’umiltà è dedicato il lungo e dettagliato capitolo VII della Regola.
«Chi si umilia sarà esaltato» è l’incipit del discorso. Con la superbia si scende, con l’umiltà si salgono tutti i dodici gradini che portano alla perfezione. Anche se l’umiltà non viene annoverata tra le virtù cardinali, essa costituisce tuttavia uno dei pilastri della vita di perfezione. Soffermiamoci un attimo.
Si inizia con il distacco dai peccati e dalle abitudini negative. Il primo grado dell’umiltà è quindi l’osservanza dei divini comandamenti, «in altre parole, ci si astiene costantemente dai peccati e dai vizi dei pensieri, della lingua, delle mani, dei piedi e della volontà propria, come pure dai desideri della carne».
Il secondo grado è quello in cui, non amando la propria volontà, non si trova alcun piacere nella soddisfazione dei propri desideri.
Il terzo grado è quello in cui il monaco per amore di Dio si sottomette al superiore in assoluta obbedienza, a imitazione del Signore, del quale l'Apostolo dice: "Fatto obbediente fino alla morte".
Il quarto grado è quello del monaco che, pur incontrando difficoltà, contrarietà e persino offese non provocate nell'esercizio dell'obbedienza, accetta in silenzio e volontariamente la sofferenza.
Il quinto grado consiste nel manifestare con un'umile confessione al proprio abate tutti i cattivi pensieri che sorgono nell'animo o le colpe commesse in segreto.
Il sesto grado dell'umiltà è quello in cui il monaco si contenta delle cose più misere e grossolane e si considera un operaio incapace e indegno nei riguardi di tutto quello che gli impone l'obbedienza.
Il settimo grado consiste non solo nel qualificarsi come il più miserabile di tutti, ma nell'esserne convinto dal profondo del cuore.
L'ottavo grado dell'umiltà è quello in cui il monaco non fa nulla al di fuori di ciò a cui lo sprona la regola comune del monastero e l'esempio dei superiori e degli anziani.
Il nono grado dell'umiltà è proprio del monaco che sa dominare la lingua e, osservando fedelmente il silenzio, tace finché non è interrogato.
Il decimo grado dell'umiltà è quello in cui il monaco non è sempre pronto a ridere, perché sta scritto: "Lo stolto nel ridere alza la voce".
L'undicesimo grado dell'umiltà è quello nel quale il monaco, quando parla, si esprime pacatamente e seriamente, con umiltà e gravità, e pronuncia poche parole assennate, senza alzare la voce.
Il dodicesimo grado, infine, è quello del monaco, la cui umiltà non è puramente interiore, ma traspare di fronte a chiunque lo osservi da tutto il suo atteggiamento esteriore, in ogni luogo e con chiunque si trovi.
Come si vede, nella sua concretezza pedagogica, alla sommità della scala dell’umiltà ci sono delle semplici regole di galateo, come dominare la lingua, ridere con parsimonia, parlare con pacatezza, mostrare un comportamento modesto. Quasi a rilevare che, nella società, anche gli atteggiamenti positivi dell’uomo hanno basi spirituali
Ovviamente nella Regola ci sono altre massime edificanti sparse qua e là. Ad esempio: «Una buona parola vale più del migliore dei doni» (cap. XXXI); «L'assistenza agli infermi deve avere la precedenza e la superiorità su tutto» (cap. XXXVI).

4. Lungo i secoli la Regola ha formato generazioni di monaci e di monache in ogni parte del mondo. Senza citare i numerosi esponenti della santità benedettina e solo per esemplificarne qualche aspetto, rievoco brevemente l’esperienza monastica e culturale di Ildegarda di Bingen (1098-1179), benedettina medievale tedesca, da Papa Benedetto ornata nel 2012 col titolo di Dottore della Chiesa.
Autrice di opere di alta qualità teologica e culturale, anche lei innesta la sua spiritualità sulla radice benedettina dell’equilibrio e della moderazione ascetica. Era badessa di due monasteri: Rupertsberg e Eibingen. Pur risiedendo normalmente a Rupertsberg, si recava due volte la settimana in barca al monastero di Eibingen, per assicurare alle due fondazioni unità di indirizzo spirituale, di direzione amministrativa e di governo.
All’interno delle mura claustrali curò molto la vita spirituale e materiale della comunità, privilegiando in modo particolare lo spirito fraterno, la cultura e la liturgia, spesso animata da canti di sua composizione, e curando le malattie delle consorelle con erbe da lei stessa coltivate e preparate. Diede alla comunità un grande equilibrio esistenziale, evitando estremismi ascetici, non rari ai suoi tempi, e distribuendo con moderazione i tempi di digiuno, di silenzio e di preghiera, bilanciati con i tempi di lavoro, di riposo e di sana distensione.
All’esterno si impegnò attivamente a rinvigorire lo spirito cristiano e a rafforzare la pratica religiosa, tentando anche di contrastare le derive ereticali dei catari e impegnandosi a promuovere la riforma della Chiesa, soprattutto migliorando la disciplina e la vita del clero.
Su invito prima di Adriano IV (1154-1159) e poi di Alessandro III (1159-1181), Ildegarda esercitò un fecondo apostolato – allora inconsueto per una donna e ancor meno per una monaca, ufficialmente tenuta alla clausura – effettuando, tra il 1159 e fino al 1171, alcuni grandi viaggi apostolici e predicando nelle pubbliche piazze e in chiese cattedrali, come avvenne, tra l’altro, a Colonia, Treviri, Liegi, Magonza, Metz, Werden, Bamberga e Würzburg. Spesso scrivevano o si recavano al monastero personaggi eminenti o anche gente del popolo, rivolgendosi con fiducia alla badessa renana in cerca di un’esortazione, di un consiglio o anche della guarigione, essendo ormai notissime sia la sua fama di santità e di miracoli, sia anche le sue conoscenze nell’ambito delle scienze naturali e mediche.

5. Santa Ildegarda di Bingen non è ancora molto conosciuta, ma la sua vita è un concentrato di quella cultura benedettina, alla quale dobbiamo la trasmissione di tante opere della classicità greco-latina, e che era attenta alla liturgia, alla musica sacra, alla natura. Si tratta di un imponente patrimonio spirituale e culturale, del quale anche noi beneficiamo e che ha in San Benedetto l’origine e nei suoi figli e figlie spirituali sparsi nel mondo benefica ed edificante continuazione.
In questa liturgia solenne, la nostra preghiera si fa ringraziamento al Signore per il dono di Benedetto, figlio illustre delle nostre terre benedette.

San Benedetto, prega per noi!

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