Settantacinque anni fa la Casa di San Benedetto è stata quasi completamente distrutta da un violento bombardamento che ha lasciato dietro di sé dolore, smarrimento, sconforto e, nonostante tutto, tanta voglia di ricominciare con grande forza.

“Succisa Virescit” - recisa rinasce - è diventato così il motto di una Abbazia che, accantonata, ma non dimenticata, la violenza della devastazione subita ha iniziato da subito ad essere esempio per il mondo intero di rinascita in ogni ambito per tornare ad occupare il posto che le spettava.

La Fiaccola Benedettina della Pace, il cui Cammino precede da anni la Festa di San Benedetto in Abbazia, ha quest’anno portato il suo forte e silenzioso messaggio all’interno del campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau in Polonia e poi nel monastero di Tyniec dove la fiamma della Fiaccola ne ha alimentate altre quattro e che dal 3 marzo ardono come testimoni del messaggio di Pace Benedettino nel mondo.

Tutto questo ha fatto sì che oggi, 21 marzo 2019, ci fosse una calda atmosfera familiare nella Basilica Cattedrale durante il Pontificale Solenne presieduto da S.Em. Cardinale Giovanni Angelo Becciu, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi e concelebrato da S.E. Dom Donato Ogliari, Arciabate e Ordinario di Montecassino e da S.E. Mons. Gerardo Antonazzo, Vescovo della Diocesi di Sora-Cassino-Aquino-Pontecorvo insieme a tanti sacerdoti arrivati da diocesi limitrofe.

La reliquia di San Benedetto esposta in una teca sull’Altare Maggiore a ricordare a tutti la sua forte presenza, l’animazione del Coro “Annibale Messore” diretto da Maria Grazia Messore, la creazione floreale di Elena Nacci che ha voluto osare qualcosa di nuovo, tra il moderno e l’esotico, l’apporto dell’80° RAV Roma di Cassino per l’accoglienza alle autorità, la festosa Fanfara dei Carabinieri, il grosso supporto della Camera di Commercio di Frosinone per l’organizzazione del pranzo e nel reperire le materie prime locali per i piatti - apprezzatissimi dai commensali e serviti con professionalità in tavola dagli studenti dell’I.I.S. San Benedetto di Cassino - la presenza del Vice Ministro Agli Affari Esteri, on.le Eleonora Del Re a testimoniare la vicinanza del Governo italiano, la folta rappresentanza di Forze dell’ordine locali, provinciali e regionali, il grande lavoro dietro le quinte di volontari e ministranti, la presenza degli amici, il lavoro del personale dell’Abbazia e la pazienza della Comunità Monastica nel tollerare il trambusto fuori dall’ordinario dei giorni scorsi per i preparativi: tutti questi ingredienti, ricordati più volte nel corso della giornata dall’Abate Donato e immortalati nelle foto del servizio fotografico di Roberto Mastronardi, hanno reso queste ore speciali.

Nel pomeriggio dopo i vespri l’Abate Donato è sceso in città per la concelebrazione, con Mons.Gerardo Antonazzo , presieduta ancora una volta da S.Em.Becciu nella Concattedrale di Cassino. Al termine, i partecipanti hanno seguito la processione insieme ai figuranti del Corteo Storico Terra Sancti Benedicti per le strade del centro.

Nelle parole del Cardinale Becciu un importante riconoscimento alle Comunità monastiche nella ricerca e realizzazione della Pace attraverso il “rispetto dei diritti di tutti gli individui, della loro libertà e della loro uguaglianza”.


Di seguito il testo integrale dell’Omelia:

 

 

San Benedetto
Montecassino, 21 marzo 2019

 


Cari fratelli e sorelle,

sono lieto di trovarmi in questo luogo, carico di spiritualità e da secoli segnato da una storia che si interseca con quella dell’Europa. Ho accolto volentieri l’invito a presiedere la Santa Messa in occasione della festa del Transito di San Benedetto, che avvenne proprio qui. Saluto con affetto il Rev.mo Padre Abate Donato Ogliari (che ringrazio per le parole che mi ha rivolto all’inizio della celebrazione); con lui saluto l’intera Comunità monastica, come pure i confratelli nell’Episcopato, i sacerdoti e le persone consacrate. Un deferente pensiero rivolgo alle Autorità, agli Ecc.mi Ambasciatori accreditati presso la Santa Sede e presso il Quirinale, ai rappresentanti di diversi Paesi europei; e saluto tutti voi qui convenuti per questo giorno così solenne.

Vorrei ora cogliere dalla Parola di Dio che abbiamo ascoltato alcuni spunti di riflessione per il nostro cammino umano e cristiano. La pagina evangelica presenta il primo grande discorso che il Signore rivolge alla folla, sulle colline intorno al Lago di Galilea. «Vedendo le folle – annota san Matteo –, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro» (Mt 5,1-2). Il programma evangelico delle beatitudini è una proposta molto importante per la vita del cristiano e per il cammino di ogni uomo, mentre per i monaci e per le persone consacrate è un impegno affascinante. Coloro che comprendono e si prefiggono di mettere in pratica le otto beatitudini proposte da Gesù hanno compreso tutto il Vangelo e possono farlo divenire realtà. La liturgia del tempo di Quaresima che stiamo vivendo ci richiama incessantemente alla conversione predicata da Gesù, in riferimento al regno di Dio. Le beatitudini sono proprio il programma concreto di questa conversione, in quanto caratterizzano e orientano il comportamento dei discepoli di Cristo, costituiscono il codice più conciso della morale evangelica, dello stile di vita del cristiano. Mi soffermo su due beatitudini: Beati i misericordiosi; Beati gli operatori di pace.

Gesù proclama: Beati i misericordiosi (v.7). La misericordia, di cui parla Cristo, è oggi una parola difficile da pronunciare e da vivere. Essa non è altro che la tenerezza di Dio ed il perdono ne è un’espressione significativa. Il cuore misericordioso si lascia così commuovere dagli sbagli e dai limiti umani, che sigillano senza eccezione tutti i figli di Adamo, e rimane inquieto finché non ha fatto tutto quanto è in suo potere per riportare sulla retta via quanti sono nell’errore. Per entrare nel Regno, occorre avere questo cuore misericordioso, capace di chinarsi verso il fratello che ha sbagliato e ci ha fatto del male, per andare oltre il torto ricevuto, proprio come ha fatto Gesù che sulla croce ha perdonato i suoi persecutori. Il perdono cristiano non è sinonimo di semplice tolleranza, ma comporta qualcosa di più impegnativo. Non significa dimenticare o negare il male. Dio non perdona il male ma la persona, ed insegna a distinguere l’errore, che come tale va condannato, dalla persona errante, alla quale Egli offre la possibilità di cambiare. Mentre tante volte si è portati a identificare il peccatore col suo peccato, chiudendogli così ogni via d’uscita e di riscatto. Il Padre celeste, invece, ha mandato il suo Figlio nel mondo per offrire a tutti una via di salvezza. Cristo è questa via: morendo sulla croce, Egli ci ha redenti dai nostri peccati. I misericordiosi otterranno misericordia. “Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, lo avete fatto a me” (Mt 25, 40), dirà loro Cristo nell’ultimo giorno. Abbiamo la consapevolezza che il Signore dà in premio ai misericordiosi la misericordia stessa, la gioia e la pace.

I pacifici, gli operatori di pace (cfr. v.9): ecco un’altra categoria di persone che Gesù proclama beati. Questo compiacersi da parte del Signore nei confronti di chi cerca la pace nell’ambito familiare, sociale, del lavoro e politico, a livello nazionale e internazionale, ha un’attualità sorprendente. E’ quanto mai necessario che si avveri sempre più dappertutto l’aspirazione a una società più giusta e solidale; però le ingiustizie sociali non si eliminano con il ricorso alla violenza, perché la violenza genera altra violenza e degrada il cuore dell’uomo. Solo la conversione del cuore può assicurare un mutamento di strutture per portare a un mondo migliore, un mondo di pace e di fraternità. Senza una costante ricerca della fraternità tra le persone e i popoli, non si potrà approdare alla pace.

È quanto insegna San Benedetto. Come è noto nella sua Regola, se da una parte pone in particolare luce la centralità dell’abate e la gerarchizzazione del monastero, dall’altra non esclude, anzi suppone e ordina profondi rapporti orizzontali e fraterni tra i monaci. La parola congregatio vi appare 25 volte, poiché il monastero è una società di fratelli e Benedetto scrive la sua Regola per i cenobiti, per «coloro che vivono insieme» (RB 1,2). I monaci sono persone che vogliono compiere un cammino insieme e per questo si radunano attorno ad un abate e sotto una comune Regola. In tal modo i monasteri, ieri come oggi, additano ai popoli, con l’esempio vissuto, l’itinerario della realizzazione di quella che era e rimane l’aspirazione profonda degli uomini: la pace! Il messaggio di San Benedetto indica che la pace ha le sue insopprimibili condizioni. Essa non può vivere se non nella giustizia, la quale comporta il riconoscimento e il rispetto dei diritti di tutti gli individui, della loro libertà e della loro uguaglianza. Essa è minacciata gravemente quando il più debole è oppresso o sfruttato dal più forte. Questo stile di vita del monastero benedettino, imperniato sulla fraternità, sulla comunione e sulla solidarietà è oggi più che mai attuale: da una parte ci ricordano come l’essenzialità cristiana è data dal comandamento di Gesù “amatevi gli uni gli altri”, dall’altra, vivendo e insegnando la carità evangelica i monaci possono essere ancora luminosa testimonianza e fecondo fermento di un mondo di pace.

Nella sua Regola, Benedetto, armonizzando l’esperienza ascetica orientale e la saggezza romana, tratteggia l’organizzazione di quella nuova città che è il Monastero. Egli sembra così realizzare quanto indicato con immagini efficaci nell’odierna prima Lettura, tratta dal Libro del Siracide: «Nella sua vita riparò il tempio e nei suoi giorni consolidò il santuario. Da lui furono poste le fondamenta, (…) l’elevato contrafforte della cinta del tempio (Sir 50, 1-2). La Regola, fulcro di tutta la sua opera, divenne il progetto di vita per migliaia di discepoli sparsi in tutte le regioni del Continente e strumento della Provvidenza per educare anche le nuove nazioni alla fede, alla preghiera, al lavoro, alla pace, all’amore. È per questo che già il Venerabile Pio XII indicò San Benedetto quale Padre dell’Europa, e San Paolo VI lo proclamò Patrono principale del Continente europeo.

Secondo l’insegnamento di San Benedetto, l’opera dell’abate è volta a fare prendere coscienza dell’uguaglianza tra tutti i membri, così da creare una autentica comunione tra persone che si riscoprono fratelli. Prima di entrare in monastero, i monaci erano latini e barbari, schiavi e liberi, poveri e ricchi, ma una volta entrati non sono più divisi da culture o stato sociale, si scoprono fratelli. Nella seconda Regola, Benedetto ammonisce: «L’abate non faccia distinzione di persone in monastero (...). Non anteponga mai il nobile a chi è entrato in monastero venendo dalla condizione di schiavo (...). E se, per esigenza di giustizia, l’abate decide di promuovere un fratello, egli lo faccia prescindendo dalla considerazione della classe sociale cui il monaco apparteneva, perché schiavi o liberi tutti siamo uno in Cristo» (BR 2,16.22).

Questa pagina è di grande attualità. Nella crescente e preoccupante opposizione di questi giorni tra italiani e stranieri, che fa risorgere atteggiamenti di intolleranza e divisione, occorre ricordare che l’Europa dei popoli è nata dalla capacità di superare le discriminazioni tra latini e barbari, liberi e schiavi, poveri e ricchi, insegnata da Benedetto. È stato il monastero ad amalgamare i poveri e a creare la pax cristiana. Guidato dalla luce del Vangelo e non da pregiudizi culturali o egoismi di parte, l’Abate ha esercitato la carità verso ognuno, senza distinzione e ha concorso a creare l’unità e la pace. Si è trattato di un cammino lento e progressivo, non privo di difficoltà, come lo sarà il cammino verso un nuovo assetto che l’Europa deve affrontare in questo cambiamento d’epoca caratterizzato da inarrestabili migrazioni di popoli.

Anche San Benedetto dovette affrontare questa grande sfida, anche lui si trovò davanti a un cambiamento d’epoca irreversibile e lo affrontò applicando con coerenza quella Parola di Dio di cui si nutriva costantemente, fino al punto che essa è diventata “lampada e luce” non soltanto per il suo cammino personale, per quello delle sue abbazie, ma per un cammino di popoli. Come al loro tempo San Benedetto ed i suoi monaci furono costruttori e custodi della civiltà, così in questa nostra epoca, caratterizzata da una rapida evoluzione culturale, è necessario cogliere le nuove urgenze e riaffermare una convinta adesione ai valori spirituali. Il primo valore è la Parola di Dio, da accostare ogni giorno per la conversione della vita e per rispondere alle sfide della storia. Se veramente, come in San Benedetto, sarà profonda la vita spirituale nel cristiano, nel religioso, nel sacerdote; se ciascuno nel proprio stato cercherà di servire Dio, allora potrà essere efficacemente servo dell’uomo e vero costruttore della civiltà dell’amore.

Per i discepoli di Gesù, non è questa la stagione per le indecisioni, le assenze o le mancanze di impegno. L’ora presente è l’ora degli audaci, di coloro che hanno speranza, di coloro che aspirano a vivere con pienezza il Vangelo e di coloro che vogliono realizzarlo nella società. Sull’esempio di San Benedetto, è necessario che i cristiani si impegnino con tutte le loro energie e nei diversi ambiti sociali, culturali e politici, per costruire un’Europa dove prendano forma le beatitudini proclamate dal Signore. Si tratta di edificare un Continente più fraterno, riconciliato e solidale, dove siano di casa valori indiscutibili quali la libertà, la giustizia, la pace.

Per creare un’unità effettiva, sono necessari gli strumenti politici, economici e giuridici, ma occorre soprattutto stimolare un rinnovamento etico e spirituale che attinga alle radici cristiane del Continente. La testimonianza di San Benedetto rappresenta una luce per il nostro cammino, un fondamentale punto di riferimento per l’unità dell’Europa e un forte richiamo alle irrinunciabili radici cristiane della sua cultura e della sua civiltà. Egli rimane un maestro alla cui scuola possiamo imparare l’arte di vivere il vero umanesimo.
Che San Benedetto ci aiuti dunque ad avere il suo stesso sguardo profetico, ricco di speranza per un futuro in cui gli ideali fondati su Dio trovino spazio e sappiano attrarre cuori nobili e generosi!

Servizio fotografico di Roberto Mastronardi

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