Tuttavia, la Passione e la Morte del Signore – nel lungo racconto di Luca che è stato proclamato (22,14-23,56) – sembrano attraversate da una serena fiducia. Di fatto, Gesùnon ha mai smesso – neppure nell’ora più tenebrosa – di avvertire la presenza paterna di Dio che lo sosteneva. Anche sulla croce egli ha vivamente percepito la presenza – per quanto paradossale – di una parola di amore del Padre che lo avrebbe sostenuto.
Tra i tanti che meriterebbero la nostra attenzione, vorrei brevemente porre l’accento su due aspetti che esprimono questa certezza di Gesù di essere accompagnato dal Padre anche nell’ora suprema della sua passione e morte, e di sapersi protagonista di un disegno d’amore che lo stesso Padre gli aveva affidato, quello, cioè, di salvare l’umanità con la sua morte di croce.

Il perdono
Il primo aspetto è il perdono. Ogni essere umano, di fronte al dolore, tende istintivamente a ripiegarsi su se stesso, allo scopo di proteggersi il più possibile e dal dolore e da chi lo ha eventualmente causato.
Se contempliamo Gesù Crocifisso, invece, la prima cosa che ci sconcerta è il suo modo di reagire. Egli non si rinchiude in se stesso, non difende i suoi diritti e non accusa nessuno. Al contrario, il suo cuore si spalanca all’esterno, e anche in quel frangente di estrema sofferenza e derelizione, egli non cessa di donarsi agli altri in maniera totale e gratuita, arrivando addirittura a perdonare chi lo aveva crocifisso: «Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno» (Lc 23,34). Queste parole, che Gesù rivolge a suoi crocifissori ancor prima di parlare a sua madre e al discepolo prediletto, dimostrano che nel suo cuore vi era una sovrabbondanza di amore capace, appunto, di raggiungere tutti, anche i suoi uccisori.
Un perdono così grande e gratuito (per-donare significa proprio dare in sovrabbondanza) infrange ogni logica, e non può che essere frutto della grazia misericordiosa che scende dall’alto, e di cui Gesù – in quanto Figlio di Dio – era depositario. Di questo perdono siamo destinatari anche noi. Tutti, infatti, ne abbiamo bisogno, e il fatto di poterlo ricevere gratuitamente deve metterci nella condizione di poterlo donare, a nostra volta e senza esitazione, a chi ci sta intorno. È nel perdono accolto e offerto, infatti, che si esprime massimamente il comandamento dell’amore che Gesù ci ha consegnato come emblema della nostra vita cristiana.

Preghiera
Nei momenti cruciali della sua esistenza, Gesù è – per così dire- avvolto nella preghiera e, soprattutto, appare come un modello di preghiera fiduciosa. Nell’orto del Getzemani, durante la sua agonia, così pregava il Padre: «Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia, non sia fatta la mia ma la tua volontà» (Lc 22,42). E per ben due volte esortava i suoi discepoli a pregare «per non entrare in tentazione» (Lc 22,40.46).
Anche le ultime parole pronunciate da Gesù prima di morire – parole prese in prestito dal Salmo 31 (v. 6) – sono, a tutti gli effetti, una preghiera di fiduciosa e serena consegna al Padre, al quale sta per ricongiungersi nella forza dello Spirito: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito» (Lc 23,46).
Sorelle e fratelli carissimi, Gesù invita anche noi ad entrare nell’intensità di questa sua preghiera; una preghiera che, anche in noi, deve farsi ascolto e consegna fiduciosa al disegno di amore che Dio ha per ciascuno di noi; una preghiera che, come per Gesù, sia espressione del dono di noi stessi, di una vita chiamata a spendersi con amore a beneficio dei fratelli. E così sia!

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13 e 14 Luglio 2019 - Santa Ildegarda di Bingen

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