Questo versetto, con cui si è aperta la pagina evangelica del Giovedì Santo, racchiude in sintesi il significato dell’ultima cena pasquale che Gesù ha mangiato con i suoi discepoli.
Nel consumare quest’ultima cena, Gesù aveva vivida consapevolezza che “era venuta la sua ora”, quella verso cui tutta la sua vita era protesa e che, con la sua morte imminente, avrebbe portato a compimento, come dirà egli stesso prima di spirare: «Tutto è compiuto!».
L’ora decisiva di Gesù è descritta con due parole: passaggio e amore.
«...la sua ora di passare da questo mondo al Padre»: è il passaggio dalla morte alla vita eterna operato dalla risurrezione, passaggio che ha permesso a Gesù di ricongiungersi con il Padre celeste. Ma tale passaggio procura anche una trasformazione, poiché con la sua morte in croce e la sua risurrezione, Gesù ha portato nel cuore della Trinità, in cielo, la sua umanità – che è anche la nostra – e unendola alla divinità, e dunque trasformandola.
In questa prospettiva comprendiamo come anche la sua crocifissione sia stata trasformata da Gesù in un atto di donazione, ossia in un atto di “amore sino alla fine”. E qui subentra l’altra parola che descrive come Egli abbia vissuto la sua “ora”.
«...li amò sino alla fine»: Gesù è rimasto fedele e ha amato i suoi discepoli – e attraverso di loro, tutti noi –, fino alla morte in croce.
E tuttavia, non ci ha amati solamente sino alla fine della sua vita, ma sino alla fine dei tempi, come Egli stesso aveva promesso (cf. Mt 28,20). E perché questo fosse visibile, ha istituito l’Eucaristia, lasciandoci in essa il segno della sua continua presenza, una presenza reale, viva ed efficace.
Infine, assieme all’Eucaristia – e affinché questa non venisse mai a mancare – Gesù ci ha lasciato un altro segno del suo amore: il sacerdozio ministeriale. È nelle mani dei sacerdoti, infatti, che Egli ha posto il mistero della nostra salvezza, il mistero della vera vita, fonte di amore e di comunione. Ed è grazie a loro che questo mistero di salvezza viene reso vivo ed efficace in ogni celebrazione eucaristica.
Tutto questo è espressione della forza dell’amore di Gesù, un amore dentro il quale Egli vuole trascinare anche noi, affinché anche la nostra vita possa essere trasformata in un passaggio continuo verso la pienezza della vita, quella a cui si arriva attraverso il dono di sé, fondato sull’amore gratuito che Gesù ci ha mostrato, e di cui ci ha dato l’esempio.
La profondità di questo amore è ben mostrata anche dal racconto della lavanda dei piedi. Anche quest’ultima – non dimentichiamolo – è un annuncio della Pasqua. Il chinarsi di Gesù per lavare i piedi ai suoi discepoli è un modo plastico per dirci che non c’è risurrezione senza morte, non c’è innalzamento senza abbassamento. Gesù ci dà testimonianza di come l’amore autentico sappia abbassarsi fino a toccare i piedi dei fratelli, e di come esso non disdegni di incontrare anche la sporcizia delle loro debolezze e delle loro fragilità.
Quello che Gesù ci ha mostrato, ora tocca alla Chiesa, a tutti noi credenti, metterlo in pratica: «Vi ho dato un esempio, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi». Parole che riecheggiano quelle dette da Gesù durante l’istituzione dell’eucaristia, quando – dopo aver anticipato la sua morte in croce spezzando il pane e versando il vino – aggiunse: «Fate questo in memoria di me».
La lavanda dei piedi che rievocheremo tra poco ha proprio lo scopo di ricordarci che ora tocca a noi – sull’esempio di Gesù – farci umili servitori dei nostri fratelli e sorelle. Solo con la testimonianza del nostro amore – un amore che nasce dall’esperienza del sapersi amati dal Signore – ci sarà possibile trasmettere e diffondere nel mondo la salvezza che Gesù ci ha donato. E così sia.


Esposizioni - Franco Marrocco fino al 30 agosto e Franca Pisani fino al 27 ottobre 2019
Museo Abbazia di Montecassino

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