Molte, troppe volte dobbiamo prendere atto degli innumerevoli abomini di cui l’uomo è capace, e del non-senso che, incontrastato, sembra prendere il sopravvento sulla solidarietà e sulla pietà. Ma può il non-senso essere l’ultima parola? Può il Dio della bontà e della vita essere oscurato o addirittura cancellato dalla cattiveria degli uomini?
Il premio Nobel per la pace Elie Wiesel, un ebreo sopravvissuto alla Shoa, in un resoconto autobiografico intitolato Die Nacht – La notte, ha rievocato in maniera realistica e cruda la disumana esperienza vissuta nei campi di sterminio di Auschwitz, Buna e Buchenwald (in uno di essi, ad Auschwitz, quest'anno abbiamo portato la Fiaccola benedettina “pro pace et Europa una”).
Di questo resoconto autobiografico vorrei riproporvi un episodio – drammatico e incomprensibile, come tutto ciò che avveniva nei campi di sterminio – al quale l'autore, allora poco più che ragazzo, assistette personalmente. Così racconta:

«Un giorno che tornavamo dal lavoro vedemmo tre forche drizzate sul piazzale dell’appello: tre corvi neri. Appello. Le S.S. intorno a noi con le mitragliatrici puntate: la tradizionale cerimonia. Tre condannati incatenati, e fra loro il piccolo pipel [nella terminologia del lager indicava un ragazzo tra i dodici e i quindici anni], l’angelo dagli occhi tristi. (…).
I tre condannati salirono insieme sulle loro seggiole. I tre colli vennero introdotti contemporaneamente nei nodi scorsoi.
– Viva la libertà! – gridarono i due adulti.
Il piccolo, lui, taceva.
– Dov’è il Buon Dio? Dov’è? – domandò qualcuno dietro di me.
A un cenno del capo del campo le tre seggiole vennero tolte.
Silenzio assoluto. All’orizzonte il sole tramontava.
– Scopritevi! – urlò il capo del campo. La sua voce era rauca. Quanto a noi, noi piangevamo.
– Copritevi! –
Poi cominciò la sfilata. I due adulti non vivevano più. (…) Ma la terza corda non era immobile: anche se lievemente il bambino viveva ancora…
Più di una mezz’ora restò così, a lottare fra la vita e la morte, agonizzando sotto i nostri occhi. E noi dovevamo guardarlo bene in faccia. Era ancora vivo quando gli passai davanti. (…)
Dietro di me udii il solito uomo domandare:
– Dov’è dunque Dio?
E io sentivo in me una voce che gli rispondeva:
– Dov’è? Eccolo: è appeso lì, a quella forca…».

Certamente, e forse più di una volta, siamo stati sospinti anche noi, di fronte all’esorbitanza del male, a chiederci: «Dov’è Dio?».
Tuttavia, di fronte al «mistero dell’iniquità» (2Ts 2,7) operante nel mondo, la nostra fede cristiana ci apre uno spiraglio che si fa certezza: grazie alla passione e morte del suo Figlio Gesù, il giusto immolato sulla croce, Dio è soprattutto là dove ogni uomo piange e soffre ingiustamente, dove la sua dignità è calpestata e la sua vita offesa o uccisa.
Questo è lo spiraglio di luce e di speranza che ci permette di non soccombere nel gorgo tenebroso del male: la certezza, cioè, che Gesù ha sconfitto il male nel momento in cui, sulla Croce, ha preso su di sé e fatto suo tutto il peccato del mondo.
Certo, nel morire in croce per la nostra redenzione, divenendo “maledizione” per noi – come scrive san Paolo (cf. Gal 3,13) –, Gesù non ha dato un senso al male. Quest’ultimo è già, in sé, una negazione di senso. E tuttavia, con la sua morte in croce, Gesù ha decretato una volta per tutte la vittoria sul male, rassicurandoci che esso non è e non sarà mai l’ultima parola, anche se, fino alla fine del mondo, continuerà ad insidiare la nostra libertà.
Sorretti e consolati da questa certezza, vogliamo anche noi volgere «lo sguardo verso Colui che hanno trafitto» (Gv 19,37). Contempliamo, sorelle e fratelli carissimi, la gloria che trasuda dal suo dolore e dal suo sacrificio, la gloria di chi ha dato se stesso per noi, per riscattarci e renderci capaci di amare col suo stesso amore, al fine di arginare il male che è in noi e attorno a noi.
Se con il suo amore Cristo ha glorificato la sua morte di croce, allora, per noi cristiani, non è un assurdità affermare che la Croce racchiude il senso ultimo della nostra esistenza, e che essa – per quanto paradossale possa suonare ai nostri orecchi – rappresenta il culmine di quella bellezza che, misteriosamente, alimenta di bene e di verità i recessi del nostro animo.
Sia lo stesso Gesù Crocifisso a prenderci per mano e ad accompagnarci nelle viscere di questo mistero di Amore che, in Lui, si è fatto salvezza per noi. E così sia.

Esposizioni - Franco Marrocco fino al 30 agosto e Franca Pisani fino al 27 ottobre 2019
Museo Abbazia di Montecassino

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