Il primo segno che si presenta di fronte a lei è quello della tomba vuota. E poiché nel suo animo non è ancora entrata la luce della risurrezione tale segno rimane ambiguo e genera sconcerto e ulteriore dolore.
Per questo la Maddalena corre da Pietro e dal discepolo che Gesù amava, per annunciare loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!».
Alla corsa della Maddalena si aggiunge la corsa, a ritroso, dei due apostoli. La loro è una corsa nella quale avvertiamo che stia per far capolino una novità straordinaria, stravolgente.
Giunti al sepolcro, i due discepoli trovano un altro segno: i teli posati là, e il sudario avvolto in un luogo a parte. Come la tomba vuota anche quest’altro segno è ambiguo. Da solo esso non produce una prova che Gesù sia risorto.
E tuttavia – come la tomba vuota – costituisce il primo passo verso il riconoscimento dell’evento della Risurrezione. Se, infatti, qualcuno avesse davvero trafugato il corpo di Gesù – come credeva la Maddalena – non si sarebbe preso la briga di scioglierlo dai teli e, addirittura, di piegare accuratamente il sudario e di deporlo a parte! Qualcosa, dunque, di ineffabile e misterioso doveva essere successo!
Inizialmente, dunque, la fede della Chiesa nasce da un corpo assente, perché nessuno è stato testimone della risurrezione di Gesù. E tuttavia è un’assenza che fa percepire che la morte non è l’ultima realtà; che c’è qualcosa che la supera e va oltre.
Del resto, la risurrezione di Gesù è un evento che supera la pura sperimentalità storica e che richiede una “decisione di fede”, o meglio “l’apertura del cuore”.

La stessa narrazione evangelica testimonia e descrive solamente l’irruzione del Risorto nella vita della Chiesa nascente. Infatti, perché la fede dei discepoli sia certa, saranno necessarie le apparizioni del risorto che si mostrerà loro vivo.
Alla costatazione – ossia al “vedere” – deve seguire l’abbraccio della fede, il “credere”, proprio come ha fatto Giovanni che “vide e credette”.

La fede è dunque la chiave di volta. Ecco perché, a fronte delle cose che non possiamo vedere e comprendere appieno, abbiamo bisogno di chiedere al Signore che aumenti la nostra fede, affinché rimanga salda la nostra certezza che Egli è risorto.
Se guardiamo a noi stessi e se allarghiamo lo sguardo attorno a noi, accanto al tanto bene che vediamo crescere, molti sarebbero anche i motivi per dubitare che il risorto sia davvero presente, operante e vivo nel fondo di ogni realtà.
Che dire, ad esempio, del peso immane della sofferenza, del dolore, della violenza, della guerra, dell’odio – come quello perpetrato contro i cristiani in Sri Lanka durante la Veglia pasquale di questa notte – sembrerebbero deporre a favore dell’assenza del risorto dalla scena del nostro mondo.
E tuttavia, Egli è proprio lì, dove l’angoscia e la disperazione sembrano aver la meglio. Questa è la nostra speranza, una speranza fondata sulla vittoria di Cristo sul peccato e sulla morte.

Chi crede nel risorto, trova in Lui la linfa che ci permette di risorgere quotidianamente, che ci fa rialzare e ripartire dopo ogni caduta, dopo ogni delusione, dopo ogni angoscia. La linfa che ci consente di non arrenderci di fronte all’enormità del male che viene commesso in ogni parte del mondo.

E allora «anche se Cristo sembra allontanato dalla casa del mondo, egli è nella stanza più intima del mondo. E coloro che non accettano che il mondo avanzi così, si perpetui così, coloro che vogliono cieli nuovi e una nuova terra, sanno che la Pasqua matura come un seme di luce nella terra, come un seme di fuoco nella storia» (E. Ronchi).

Esposizioni - Franco Marrocco fino al 30 agosto e Franca Pisani fino al 27 ottobre 2019
Museo Abbazia di Montecassino

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