Aumenta la famiglia degli oblati di Montecassino: nella giornata di domenica 7 luglio due nuovi oblati sono entrati a fare parte del già nutrito gruppo che ogni prima domenica del mese si riunisce in Abbazia e con l'Abate Donato si confronta sui temi delle Sacre Scritture e della Regola di san Benedetto che dovranno essere loro da guida nella vita secolare.

 

Barbara e Domenico sono dunque i due nuovi oblati della famiglia benedettina di Montecassino ma oggi anche Agostino, Maria, Rita e Rosario hanno iniziato il loro cammino di oblazione. Durante la  Celebrazione presieduta dall'Abate Donato e concelebrata dal Vescovo di Pitigliano Sovana Orbetello,Mons.Giovanni Roncari, Barbara e Domenico hanno letto le rispettive carte di oblazione al cospetto dell'Abate Ogliari che ha confermato il loro ingresso nella Comunità degli Oblati dell'Abbazia.

Di seguito il testo integrale dell'Omelia

 

XIV DOMENICA PA – Anno C
Lc 10,1-12.17-20

«In quel tempo, 1il Signore designò altri settantadue e li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi. 2Diceva loro: “La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe! 3Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi; 4non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada.
5In qualunque casa entriate, prima dite: ‘Pace a questa casa!’. 6Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. 7Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché chi lavora ha diritto alla sua ricompensa. Non passate da una casa all’altra. 8Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà offerto, 9guarite i malati che vi si trovano, e dite loro: ‘È vicino a voi il regno di Dio’. 10Ma quando entrerete in una città e non vi accoglieranno, uscite sulle sue piazze e dite: 11’Anche la polvere della vostra città, che si è attaccata ai nostri piedi, noi la scuotiamo contro di voi; sappiate però che il regno di Dio è vicino’. 12Io vi dico che, in quel giorno, Sòdoma sarà trattata meno duramente di quella città”.
17I settantadue tornarono pieni di gioia, dicendo: “Signore, anche i demòni si sottomettono a noi nel tuo nome”. 18Egli disse loro: “Vedevo Satana cadere dal cielo come una folgore. 19Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra serpenti e scorpioni e sopra tutta la potenza del nemico: nulla potrà danneggiarvi. 20Non rallegratevi però perché i demòni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli”».



LA MESSE ABBONDANTE
La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai.
Noi, generalmente, tendiamo subito a sottolineare la seconda parte di questa affermazione di Gesù, lamentandoci del tanto lavoro che c’è da fare e della scarsità di vocazioni sacerdotali o religiose.
Lo sguardo di Gesù, però, sembra muoversi anche in un’altra direzione: se la messe è abbondante, significa che essa è ricca di spighe buone. Fuori metafora, è come se Gesù volesse dirci che, tutto sommato, il mondo non è lontano da Dio e che – al di là delle tante contraddittorietà e del male in esso presenti – non è privo di bontà. Anzi, il bene c’è e cresce.
Bisogna dunque pregare il signore della messe perché mandi chi orienti e valorizzi questo bene nella direzione indicataci da Gesù col suo Vangelo. C’è bisogno, cioè, di cristiani volenterosi e generosi che sappiano diffondere e far crescere una mentalità positiva, basata sul comandamento evangelico dell’amore; cristiani che sappiano lavorare assieme a tutti quegli uomini e donne di buona volontà che si prodigano per un mondo nuovo, dove la giustizia e la pace non siano un’utopia; cristiani che sappiano collaborare con tutti quegli uomini e donne che non si chiudono egoisticamente in sé stessi, ma sono consapevoli che la comune umanità che condividiamo con ogni fratello e sorella che vive sulla faccia della terra – a qualunque popolo o razza o cultura appartenga – deve portarci alla fratellanza universale, alla concordia e a un comune impegno per la salvaguardia della “casa comune”, la terra e il creato nei quali abitiamo.
È su questo sfondo, ricco di fiducia e di speranza, che Gesù invia i suoi discepoli perché annuncino che il Regno di Dio si è fatto vicino.


L’INVIO DEI DISCEPOLI
La prima cosa che colpisce nell’invio dei discepoli è la comunione che prevale sull’individualità. I discepoli non sono inviati da soli, ma a due a due. Questo segno concreto di comunione è già una traduzione pratica dell’annuncio del Regno di Dio.
Di più, la comunione dei discepoli si nutre del solo necessario, e questo ci induce ad una duplice riflessione. La prima è che il loro non è semplicemente un viaggio fisico lungo le strade della Palestina; è anche – e soprattutto – un viaggio interiore verso l’essenzialità, verso l’uomo liberato da tutto il superfluo, l’uomo, cioè, che va alla radice della propria condizione umana, là dove è impressa l'immagine di Dio.
La seconda riflessione riguarda l’incisività del messaggio evangelico: essa non deriva tanto dall’organizzazione e dallo spiegamento di forze e di mezzi, quanto piuttosto dalla testimonianza che il discepolo riesce ad offrire e dal contagio che riesce ad innescare. Come diceva san Paolo VI, «L’uomo contemporaneo ascolta volentieri i testimoni più che i maestri»!

Con l’invio dei suoi discepoli, Gesù descrive anche i tre nuclei attorno a cui è imperniata la loro missione: confermare che Dio è vicino, essere operatori di pace, e prendersi cura dei malati.

IL REGNO DI DIO E LA SUA VICINANZA
Il primo nucleo della missione è costituito dall’annuncio che «il Regno di Dio è vicino», e la testimonianza di comunione dei discepoli – come già accennato – ne è già una manifestazione.
Il Regno di Dio, infatti, non è qualcosa di astratto, ma si incarna nella nostra quotidianità. Ecco perché nel brano evangelico ricorre più di una volta il termine “casa”. Il cristianesimo diventa significativo nella misura in cui riesce ad incidere nel nostro quotidiano, nei luoghi della nostra vita ordinaria. È lì che il Vangelo di Gesù infonde la sua forza, la sua luce e il suo conforto. È lì che si costruiscono legami di comunione e di condivisione.

PACE
Il secondo nucleo della missione è rappresentato dall’annuncio della pace. Anche qui, la pace – che pure è un dono del Signore – non è qualcosa di astratto né un generico “vogliamoci bene”.
Essa si costruisce faticosamente attraverso la relazione. È nel rapporto con gli altri che essa si invera o meno. E difatti, di fronte a coloro che non accettano di costruire rapporti di pace, Gesù invita i discepoli a scuotere la polvere dai piedi e ad avviarsi verso un altro villaggio. Come a dire che non bisogna perdersi d’animo perché c'è sempre qualcuno che aspetta la pace e che è pronto ad abbracciarla.

PRENDERSI CURA
Il terzo nucleo della missione è costituito dalle guarigioni. Avvertiamo subito che questa consegna lasciata ai discepoli sembra fuori della nostra portata.
Tuttavia, accanto alle malattie fisiche, vi sono anche quelle dell’anima, e qui ciascuno di noi può fare qualcosa. Le malattie dell’anima, infatti, richiedono comprensione e vicinanza, nonché capacità di spendere un po’ del proprio tempo e prendersi cura di chi soffre, di chi vive nello sconforto, nella delusione, nell’angoscia o nella disperazione. Ad essi dobbiamo saper dire che il “Regno di Dio è vicino”.

L’eventualità della non accoglienza
Gesù non nasconde ai suoi discepoli la possibilità di non essere accolti da coloro ai quali annunciano il Regno di Dio, e di essere addirittura perseguitati.
La ragione è presto detta: il modo di vivere dei discepoli si pone in contrasto con quel sistema di pseudo-valori che vigono nel mondo, e che ruotano attorno al superfluo, all’apparire, alla competizione, al denaro, al vestito firmato. Per Gesù – e, di riflesso, per il cristiano – un uomo non vale per le cose che possiede, ma per gli ideali che coltiva e per la generosità con cui si apre al dono di sé.
Perciò, i discepoli devono essere consapevoli di essere come agnelli in mezzo ai lupi, consapevoli, cioè, che il mistero del male esiste, che ci sono lupi pronti a sbranare. Il loro compito consisterà proprio nell’opporsi al male in tutte le sue forme, non attraverso un “di più” di forza, ma con un “di più” di bontà, quella bontà che – come afferma un grande filosofo – «non è soltanto la risposta al male, ma è anche la risposta al non-senso della vita» (P. Ricoeur).

A Barbara e a Domenico, e a tutti noi qui presenti, rivolgo l’augurio di sperimentare la forza e la dolcezza della presenza del Signore nella nostra vita, perché – nella nostra quotidianità – possiamo annunciare e testimoniare al mondo il suo amore che salva. E così sia.

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