Questa mattina, Solennità di san Benedetto Patrono Primario d’Europa, alle ore 10.30 S.Eminenza Cardinale Francesco Monterisi ha presieduto la Messa Pontificale nella Basilica Cattedrale di Montecassino. S.Eminenza ha però preferito che fosse l’Abate Donato a pronunciare l’omelia in questo giorno di festa per la Comunità monastica.

Alle 10.00, come da tradizione, c’è stato l’arrivo dei pellegrini che ogni anno partecipano al pellegrinaggio, organizzato dalla Fondazione san Benedetto, lungo gli antichi sentieri che dalla città portano al monastero. Sono stati accolti prima da d.Luigi Maria all’ingresso dell’Abbazia e poi dall’Abate Donato poco prima di entrare in Basilica.

Alla Celebrazione hanno preso parte il Sindaco della Città di Cassino, dott. Enzo Salera, con alcuni esponenti della Giunta e del Consiglio comunale, le autorità militari del territorio e molte persone vicine al monastero e alla Comunità monastica.

 

Di seguito il testo dell'Omelia e il servizio fotografico di Roberto Mastronardi

SOLENNITÀ DI SAN BENEDETTO
2019



In ideale continuazione con le celebrazioni che quest’anno hanno scandito il 75° anniversario della distruzione di Montecassino e Cassino, desidero soffermarmi con voi sulla beatitudine – propria dell’evangelista Matteo – riguardante coloro che si impegnano fattivamente a stabilire o a ristabilire la pace: «Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio».
Questa beatitudine fa eco alla grande aspirazione dello shalom biblico concernente non solo la liberazione e la giustizia per i poveri, ma anche la realizzazione di un benessere a tutto tondo – sia materiale sia spirituale – declinato nelle sue dimensioni feriali e interpersonali.

La pace come dono e impegno
La vita monastica, così come è stata pensata e voluta da san Benedetto, è una vita tesa alla conquista della pace. Non è un caso che il Breve con il quale nel 1964 Paolo VI proclamò san Benedetto Patrono principale d’Europa, inizi con le parole: “Pacis nuntius – Messaggero di pace”.
“Pace”, ovviamente, è una parola dalle molteplici risonanze. Tuttavia, per il cristiano essa rappresenta la sintesi dei doni di Dio, condensati nel saluto «Pace a voi», con cui il Signore Risorto si è presentato ai suoi discepoli raccolti nel cenacolo (cf. Gv 20,19 et passim)
Anche noi, come discepoli del Risorto, siamo chiamati ad annunciare e a portare nel mondo la pace che viene dal Signore, e che è infusa nei nostri cuori dallo Spirito Santo.
Per essere portatori di questa pace, però, occorre che noi per primi siamo uomini e donne che la amano e la custodiscono dentro di sé. Prima di essere un impegno esterno, infatti, la pace è una conquista interiore, un’esigenza profonda del nostro spirito. Scrive sant’Agostino: «Basta che tu ami la pace ed essa è immediatamente con te. La pace è un bene del cuore. Se volete attirare gli altri alla pace, abbiatela voi per primi; siate voi anzitutto saldi nella pace» .
La pace, dunque, è sì un dono dello Spirito Santo che dobbiamo costantemente invocare e accogliere in noi, ma, nello stesso tempo, è un impegno che ci sprona a costruirla e a innervarla, con pazienza e perseveranza, al cuore della nostra quotidianità, della nostra preghiera e del nostro lavoro, dei nostri pensieri e delle nostre relazioni, sia quando siamo chiamati ad affrontare i grandi problemi della vita dell’uomo e delle realtà che lo concernono nel tempo e nella storia sia quando viviamo la nostra umile e spesso ripetitiva quotidianità.
La pace va, infatti, ricercata, coltivata e testimoniata ovunque e in ogni situazione, anche quando il nostro apporto potrebbe sembrare minimo o irrisorio, poiché non vi è segnale o gesto di pace, per quanto piccolo, che vada perduto. Tutto è importante e significativo per la convivenza umana e per la crescita del Regno di Dio sulla terra!
Tuttavia, non dobbiamo sottovalutare l’azione subdola del male che, con ogni mezzo, cerca di minare e soggiogare il nostro cuore. Il mistero del male – il mysterium iniquitatis, come lo chiama san Paolo – non si manifesta solamente nelle grandi ingiustizie, nelle sopraffazioni pianificate, nelle efferate violenze, nelle inumane guerre fratricide che infestano il mondo. Il male può covare anche nel nostro cuore, sotto forma di sentimenti negativi pronti ad esplodere in parole e gesti che feriscono e mettono a repentaglio la costruzione di una convivenza pacifica.
L’esortazione della seconda lettura, a comportarci con ogni umiltà, mansuetudine e pazienza, e a sopportarci a vicenda con amore (cf. Ef 4,1-6), è prima di tutto un invito a monitorare il nostro cuore e a vigilare su di esso, affinché non diventi preda del male. E in secondo luogo è un invito a riattivare e potenziare ogni giorno circuiti virtuosi di bene.
Oggi più che mai, occorre che ci interroghiamo con decisione sulla beatitudine evangelica riguardante gli operatori di pace. Nella temperie culturale nella quale viviamo, dominata com’è dalla violenza verbale, irrispettosa e spesso menzognera, che genera sospetti e crea polarizzazioni pericolose, vi è urgente bisogno di chi si impegna fattivamente per la pace.
Occorrono cuori e menti disposti ad incontrarsi per collaborare, nel dialogo costruttivo e nella fiducia reciproca, all’edificazione di una società più umana e più giusta, a cominciare dalle nostre comunità locali.
La Regola di san Benedetto
Se volgiamo lo sguardo alla Regola di san Benedetto, non tarderemo a trovare – disseminate qua e là – indicazioni precise circa i passi da compiere per salvaguardare la pace e incrementarla.
Sulla scia della tradizione cristiana, anche per san Benedetto la pace è innanzitutto un atteggiamento interiore che plasma la vita e favorisce rapporti interpersonali che mirano all’inclusione, alla condivisione, alla solidarietà e alla comunione fraterna.
Una testimonianza, questa, di cui – ancora una volta – il mondo odierno ha estremamente bisogno, segnato com’è da sentimenti egoistici che tendono ad escludere l’altro, soprattutto se diverso per razza, cultura o religione; sentimenti che, nutrendosi di indifferenza e di paura, provocano contrapposizioni divisive che feriscono e corrompono il tessuto comunitario.
Il Vangelo, al contrario, ci sprona a riconoscere nell’altro – chiunque egli sia – la presenza viva del Cristo che, in ogni fratello o sorella, chiede di essere onorato, servito e amato.
Su questa linea san Benedetto ci esorta a costruire la pace all’interno delle situazioni e delle circostanze che la stessa vita quotidiana ci offre. Sono sufficienti tre esempi.
Riguardo ai rapporti interpersonali, in caso di frizioni o conflitti, san Benedetto invita a «non dare una pace falsa» (RB 4,25), e a «tornare in pace prima che tramonti il sole con chi è in discordia con noi» (RB 4,73).
Poiché la pace sgorga dal desiderio di ridurre e vincere le distanze e le incomprensioni, essa passa necessariamente attraverso parole e gesti di riconciliazione. È, questo, un processo che va mantenuto sempre desto e attivo in noi, affinché di fronte a disaccordi che possono nuocere alla comunione fraterna, la pace rimanga sempre l‘ultima parola, la meta alla quale anelare, il punto di approdo nel quale risolvere ogni contrasto.
Un secondo esempio di ricerca concreta della pace, presente nella Regola benedettina, riguarda il diverso modo con cui sovvenire alle necessità dei singoli all’interno della comunità. Tale diversità non deve diventare motivo di mormorazione, ma occasione per rafforzare la comprensione reciproca. Così, chi ha meno esigenze non deve dispiacersene, mentre coloro che sono deboli e hanno bisogno di qualcosa in più non devono inorgoglirsi della misericordia loro usata. In tal modo – afferma san Benedetto – «tutte le membra della comunità saranno in pace» (RB 34,5).
L’educazione alla pace passa dunque anche attraverso la capacità di comprendere i bisogni e le esigenze degli altri, soprattutto di coloro che mi stanno accanto. Una comunità, o una famiglia, unita e in pace non è il risultato di una uniformità esterna e omologante, ma è il frutto di un’attenzione reciproca, delicata e comprensiva, che ha il suo fondamento nel comandamento evangelico dell’amore.
Un terzo ed ultimo esempio riguarda l’ospitalità. Quando sopraggiunge un ospite – dice san Benedetto – «gli corrano incontro il superiore e i fratelli con ogni manifestazione di carità; e per prima cosa preghino insieme, quindi si scambino la pace» (RB 53,3b-4).
Qui la pace – preceduta da manifestazione di carità e dalla preghiera – è il segno concreto dell’accoglienza dell’ospite che, come ricorda altrove lo stesso san Benedetto, «va accolto come Cristo» (RB 53,1).
Con la sua Incarnazione, Cristo si è reso presente in ogni essere umano, indipendentemente dalla sua origine e dal colore della sua pelle. Ancora una volta, nell’altro, chiunque egli sia, è riflesso il volto di Cristo, e per ciò stesso egli diventa un elemento decisivo per la nostra autocoscienza umana e spirituale poiché interpella l’autenticità della nostra umanità e della nostra fede.

E allora, sorelle e fratelli carissimi, ricerchiamo amiamo e testimoniamo la pace senza sosta, ovunque e con tutti, con fiducia e con perseveranza.
In essa è racchiusa la verità della nostra umanità e della figliolanza divina: «Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio».
Ci assista e ci protegga il N. S. P. Benedetto, “pacis nuntius”. E così sia.

Esposizioni - Franco Marrocco fino al 30 agosto e Franca Pisani fino al 27 ottobre 2019
Museo Abbazia di Montecassino

Totem Marrocco jpg

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