S.NATALE 2019
MESSA del GIORNO

Gv 1,1-5.9-14


Quello che abbiamo rivissuto nella Messa della notte attraverso il racconto della nascita di Gesù in una stalla di Betlemme, oggi lo contempliamo attraverso le parole profonde e audaci dell’evangelista Giovanni, parole che ci aiutano a non cadere in una lettura sentimentale del Natale che depaupererebbe questa ricorrenza del suo profondo mistero. Cerchiamo di penetrarlo con semplicità, alla luce, appunto, del brano evangelico proclamato.

«In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio»
Un primo significato della nascita del figlio di Dio in mezzo a noi lo ricaviamo nell’incipit del prologo del Vangelo di Giovanni: «In principio era il Verbo...». Questa espressione evoca un altro incipit, quello del Libro della Genesi: «In principio Dio creò il cielo e la terra...» (Gn 1,1). L’allusione dell’evangelista Giovanni è chiara: il Cristo che nasce in una stalla a Betlemme ingloba in sé in maniera totale e universale l’orizzonte della creazione. «Tutto è stato fatto per mezzo di lui – continua l’evangelista Giovanni – e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste».
In tal modo si riafferma la co-presenza in Cristo Gesù della natura divina e della natura umana. Colui che al momento di venire al mondo non trovò posto negli alberghi di Betlemme e nacque umile e povero in un ricovero per animali, costui è colui che regge il mondo intero, è il Signore dell’universo! Il Bambino fattosi nostro fratello è Dio stesso!

«...e il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi»
Un secondo significato della nascita di Gesù ha a che vedere con la storia, anzi con la “carne” dell’uomo. Il Verbo di Dio, la sua Parola, ma anche il suo disegno/progetto trova la sua realizzazione nell’incarnazione del Figlio di Dio. Facendosi uomo, venendo ad abitare la nostra carne, egli ha reso visibile la vita divina; l’ha resa accessibile, palpabile. In Gesù Dio ha posto la sua dimora tra di noi, legandosi inestricabilmente con il cammino dell’umanità.
Soprattutto, Gesù ha assunto nella sua interezza questa nostra umanità. Non solo ha fatto suoi gli slanci e le innate capacità in essa presenti, ma anche i suoi limiti e le sue fragilità, ossia il peso di una storia che si dipana con fatica a causa delle tenebre del male che ne intralciano l’avanzamento.
Ad indicare in maniera inequivocabile che Gesù – spinto in questo da un amore immenso per noi – è venuto a prendere su di sé le nostre fragilità e le nostre debolezze, frutto del peccato, l’evangelista Giovanni fa uso di un termine eloquente: eskenosen, che non significa semplicemente “venne ad abitare”, ma “piantò la sua tenda”. È la tenda della nostra fisicità e dei limiti che sono ad essa connaturali, limiti che Gesù ha fatto suoi per salvarci dal di dentro.
Gesù – «luce vera che illumina ogni uomo» – ci insegna ad assumere tale peso, così come esso si configura per noi oggi, nel nostro presente. A noi il compito di riempire di senso le nostre giornate, il tempo nel quale viviamo e al quale la buona novella di Gesù è rivolta, senza esitazioni. Tutto è occasione di vita. Non serve a nulla mitizzare il passato (i laudatores temposris acti) come se in esso tutto filasse per il verso giusto, così come slanciarsi in avanti verso il futuro sarebbe controproducente se non fossimo anche saldamente ancorati in un passato che ci ha permesso di essere quello che siamo oggi, nel presente in cui viviamo.

«Veniva nel mondo ... eppure il mondo non lo ha riconosciuto»
Un terzo significato della nascita di Gesù ha a che fare con le scelte che siamo chiamati ad operare nei confronti di Gesù e della sua Parola di salvezza. La reazione può essere di rifiuto oppure di accoglienza fedele. Ciò richiama l’uso responsabile della nostra libertà al fine di trovare nella nostra esistenza quotidiana un senso che non tramonta.
Un conto, infatti, è “vivere alla giornata”, in maniera superficiale, nell’ottica di una libertà che si crede di esercitare senza vincoli, ma che in realtà è vissuta in maniera centrifuga, sotto l’influsso degli eventi o delle mode. Un altro conto, invece, è “vivere la giornata” lasciandosi illuminare dalla Parola di Gesù ed esercitando la nostra libertà in maniera responsabile, attraverso scelte sensate che ci fanno sperimentare la gioia della salvezza.
Nel presepe che san Francesco fece approntare a Greccio non vi erano statue o personaggi, ma solo il bue e l’asino accanto alla mangiatoia (in latino, praesepium) con il fieno. Quella notte di Natale, furono dunque gli uomini e le donne presenti alla celebrazione eucaristica a rendere attuale la rievocazione della nascita di Gesù. Per essere autentico, il Natale – ossia l’incontro di Dio con la nostra umanità – va rivissuto ogni giorno. Noi siamo, oggi, i personaggi del presepio chiamati ad interagire con Gesù, perché la sua nascita esige di essere riattualizzata e celebrata nella quotidianità.

Prendersi cura di Gesù presente negli ultimi
Infine, il Verbo che a Natale si è fatto carne, è un Verbo – ossia una Parola – che si è fatto neonato, un neonato che non sa parlare. Come ogni figlio d’uomo che nasce, Gesù «vivrà solo se qualcuno si prenderà cura di lui, vivrà solo se amato. Dio viene ed è subito, con tutto se stesso, solo mendicante d’amore» (E. Ronchi)
E qui – grazie al fatto che, nascendo povero, il Bambino Gesù ha voluto identificarsi con ogni forma di povertà – troviamo la spinta a vivere il mistero del Natale come un invito a prenderci cura di quanti sono fragili: dei poveri, degli ultimi, dei senza-voce, degli sfruttati, degli emarginati. Essi attendono un nostro sorriso, un nostro aiuto, un gesto di solidarietà fraterna, insomma un segno concreto che testimoni che l’amore di Dio fatto carne in Gesù è ancora vivo, e che esso continua ad operare nel mondo attraverso le nostre parole, i nostri gesti, le nostre mani, che altro non fanno se non riaccendere nel buio del mondo la gioiosa bellezza della luce divina! Buon Natale!

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