TE DEUM 2019


1. Uno sguardo grato e riconoscente

Sorelle e fratelli carissimi, stiamo per lasciarci alle spalle un altro anno, e siamo qui per innalzare al Signore il nostro ringraziamento per i benefici che ci ha concesso e per il sostegno che abbiamo ricevuto nei momenti difficili.
Questo anno che volge al termine porta via

con sé tanti avvenimenti piccoli e grandi che hanno riguardato la nostra vita personale e familiare o che hanno interessato il nostro territorio, la nostra nazione, l’Europa, il mondo intero.
Purtroppo, sulla macro-scena prevalgono sempre gli aspetti negativi: le contrapposizioni violente, la delinquenza, la criminalità, le guerre che continuano a mietere vittime innocenti, le ingiustizie, le destabilizzazioni provocate da una pessima politica o dalle ingerenze di lobby economiche, le tante povertà vecchie e nuove, materiali e morali, le emergenze umanitarie, i cambiamenti climatici che provocano sempre più effetti devastanti.
Se poi – anche localmente – guardiamo al futuro, esso ci appare nebuloso e pieno di interrogativi che mettono a repentaglio sicurezze acquisite, a cominciare dal lavoro, e che minacciano una convivenza civile serena, rispettosa e attenta al bene comune. E che dire delle relazioni interpersonali, che rischiano di parcellizzarsi sempre più all’insegna – ahimè – di una regressione individualistica ed esclusivistica?
Tuttavia, come credenti, siamo chiamati a inseguire ostinatamente la via del bene, e a credere che esso è comunque contagioso e che, senza troppo rumore, si diffonde da sé, come recita l’adagio di S. Tommaso: «Bonum diffusivum sui». La luce del Vangelo – quando ci lasciamo da essa raggiungere – ci sprona, infatti, a non scoraggiarci nel seminare il bene attorno a noi, ma a fare della nostra libertà un luogo nel quale possano maturare scelte improntate alla comprensione, all’onestà, al perdono, all’apertura benevola del cuore.
In questa prospettiva – al di là delle nostre lentezze e delle nostre goffaggini nel coglierle – dobbiamo ammettere che sono sempre tante le possibilità che la vita ci offre, all’interno della nostra quotidianità, per dare il nostro apporto alla realizzazione di un mondo più giusto, più pacifico, più ricco di amore, in una parola, più umano!
Per la nostra piccola comunità monastica, il luogo nel quale – alla luce del carisma benedettino – ci sforziamo di contribuire all’edificazione di un mondo più bello è, ovviamente, questo monastero: qui viviamo; qui cerchiamo Dio, fonte della vita; qui ci avventuriamo nella sequela sempre rinnovata di Gesù, Figlio-di Dio-fatto-carne; qui ci sforziamo ogni giorno di far rivivere il miracolo dell’amore fraterno; qui preghiamo per la Chiesa e per il mondo intero; qui lavoriamo e studiamo; qui accogliamo quanti desiderano ristorarsi nell’anima e nel corpo; qui offriamo una parola di speranza agli smarriti di cuore; qui intrecciamo i nostri rapporti col mondo che ci circonda, in particolare con la nostra città di Cassino.
Naturalmente, per quanto riguarda le relazioni con il mondo esterno, un pensiero grato, che si fa preghiera al Signore, va a tutti coloro che, con il loro operato, consentono alla nostra comunità monastica di continuare ad essere presente sul territorio con il suo messaggio spirituale e sociale. Penso in questo momento alle varie realtà che sono emanazione della nostra abbazia: l’Istituto S. Benedetto, la Casa della Carità, il Corteo storico.
Un grazie grande, che si fa anch’esso preghiera grata al Signore, va anche a quanti, in vario modo, sono legati a Montecassino e ci sostengono e ci incoraggiano con la loro vicinanza, in particolare gli Oblati benedettini, i ministranti, i volontari del servizio d’ordine, l’Associazione “Amici di S. Benedetto”, e tutti coloro che, a vario titolo, ci manifestano stima e amicizia. Il Signore ricompensi tutti e ciascuno con l’abbondanza delle sue benedizioni.
Ed ora, alla luce della fede, permettetemi di condividere con voi alcune riflessioni su un aspetto fondamentale della nostra vita cristiana, un aspetto che, nella temperie culturale odierna, occorre mantenere vivo e operante, e cioè la “solidarietà”.


2. Il “debito” della solidarietà
Nell’Esortazione apostolica Evangelii gaudium, papa Francesco scrive: «La parola “solidarietà” si è un po’ logorata e a volte la si interpreta male, ma indica molto di più di qualche atto sporadico di generosità. Richiede di creare una nuova mentalità che pensi in termini di comunità, di priorità della vita di tutti1» . Parlare di solidarietà comporta dunque l’impegno a «creare una nuova mentalità che pensi in termini di comunità».
In un’epoca in cui assistiamo allo sgretolamento di regole e consuetudini che si erano consolidate nel tempo e che generavano una mentalità solidale, questo richiamo di papa Francesco risuona in tutta la sua urgenza. È sotto gli occhi di tutti, infatti, come il clima di diffuso smarrimento nel quale viviamo tenda a favorire sempre più forme più o meno radicali di individualismo. E là dove prende forma, l’individualismo «indebolisce lo sviluppo e la stabilità dei legami tra le persone, e (…) snatura i vincoli familiari»2 , creando quella che papa Francesco ha definito la «globalizzazione dell’indifferenza» 3. Del resto, basta avere contezza delle «molte situazioni di sperequazione, di povertà e di ingiustizia», per rendersi conto che esse «segnalano non solo una profonda carenza di fraternità, ma anche l’assenza di una cultura della solidarietà»4 .
Dobbiamo, inoltre, confessare che, nelle nostre società occidentali, l’individualismo è anche il frutto di un’adesione acritica ad una mentalità consumistica che, alla fine, induce a “consumare” anche le relazioni umane, proprio come avviene con gli oggetti che si acquistano e che, una volta usati, vengono gettati, a scapito della gratuità e della genuinità dell’incontro con l’altro. Ciò non può che condurre alla frantumazione dei legami familiari e sociali, allo stravolgimento delle connessioni affettive ed emotive, e al disfacimento di quel senso di appartenenza basato sulla condivisione.
A noi, dunque, misurarci con spirito critico con quelle logiche che ci portano a rinchiuderci ermeticamente nel nostro bozzolo e a pensare unicamente a noi stessi, indifferenti degli altri, delle loro peculiarità e delle loro necessità. A noi impedire che il nostro cuore si isterilisca e sia privato della gioia che nasce dal dono di sé. Davvero – come scrive il Manzoni in chiusura a I promessi sposi – «Si dovrebbe pensare più a far bene, che a star bene: e così si finirebbe anche a star meglio!».
In questa prospettiva, il Vangelo, ci invita a cercare e a coltivare relazioni positive e solidali con gli altri, ad incontrarli «con l’atteggiamento giusto, apprezzandoli e accettandoli come compagni di strada, (…). Meglio ancora, si tratta di imparare a scoprire Gesù nel volto degli altri, nella loro voce, nelle loro richieste»5 .
Credo sia utile, a questo punto, ricordare che il termine “solidarietà” deriva dall’espressione “in solidum”, un’espressione originata dal latino giuridico con cui si indicava l’obbligazione da parte di un individuo appartenente ad un gruppo di debitori di pagare interamente la sua parte di debito. Il sostantivo solidum, infatti, non ha solo il significato di duro, compatto, ma anche di intero, pieno.
Come cristiani, allora, ci chiediamo: Qual è il “debito” che ciascuno di noi deve pagare in solidum? In primo luogo, tra di noi credenti, consiste nel tradurre la nostra fede in gesti di amore reciproco, come ci ricorda l’apostolo Paolo: «Non siate debitori di nulla a nessuno, se non dell’amore vicendevole» (Rm 13,8a). In secondo luogo, non possiamo rimanere indifferenti nei confronti di chi incontriamo sul nostro cammino, soprattutto se bisognoso, perché la solidarietà cristiana, «sa guardare alla grandezza sacra del prossimo (...), sa scoprire Dio in ogni essere umano, (…) sa aprire il cuore all’amore divino per cercare la felicità degli altri come la cerca il loro Padre buono» 6.
Senza questa solidarietà dell’amore, il nostro cristianesimo rischia di rimanere un cristianesimo di facciata, una coreografia magari bella ma sterile, dove non abita e non agisce la forza luminosa del Vangelo.

Vorrei terminare queste mie brevi riflessioni condividendo con voi un episodio riferitomi da un missionario che da molti anni svolge il suo apostolato in Africa. Ha a che fare con il mondo animale, ma è senz’altro molto istruttivo anche per noi umani:
«Una volta – racconta il missionario – mentre ci aggiravamo nella savana, incappammo in un gruppo di giraffe raccolte in cerchio. Erano immobili, con il lungo collo teso, come se fossero pietrificate. In mezzo a loro vi erano quattro piccole giraffe. Mentre ci chiedevamo che cosa stessero facendo, la risposta non si fece attendere. A circa dieci metri da quel cerchio di giraffe vedemmo una leonessa, sdraiata. Di tanto in tanto si alzava e, camminando lentamente, osservava quel gruppo di giraffe. Poi tornava a sdraiarsi. Tutti questi movimenti erano attentamente seguiti e monitorati dalle giraffe con un lieve movimento del collo. Per quanto forte e avida, infatti, la leonessa non osava far breccia tra quel cerchio di giraffe, sapendo che i loro calci, se ben assestati, potevano essere molto pericolosi.
Quella scena durò circa mezz’ora, poi la leonessa si allontanò, delusa e a bocca vuota. Era stata vinta dall’unione che fa la forza. Era stata sconfitta dalla solidarietà di quelle giraffe che, disposte in cerchio, avevano protetto i loro piccoli affinché non divenissero facile preda della leonessa».
È un bell’esempio che mostra come la solidarietà sia generata dalla preoccupazione e dalla sollecitudine vicendevole, soprattutto verso chi è più debole o più bisognoso. Là dove prende corpo la solidarietà ha il potere di rendere più belle e serene le relazioni che intrecciamo in famiglia o in comunità, e in quell’angolo di mondo nel quale viviamo e che attende ogni giorno il nostro piccolo contributo per essere bonificato alla luce del suo amore.
Sorelle e fratelli carissimi, preghiamo il Signore perché il nuovo anno ci trovi solidali nel prenderci cura gli uni degli altri; pronti alla condivisione con chi è più fragile e indifeso; pronti a far sentire la nostra vicinanza a quanti si sentono soli e smarriti; pronti a costruire ponti che favoriscano il dialogo, la comunione e la pace, dentro e fuori le nostre famiglie e le nostre comunità.
Nel cantare il Te Deum alla vigilia di un nuovo anno, invochiamo con forza: «Salva il tuo popolo, Signore, guida e proteggi i tuoi figli. (...) Sia sempre con noi la tua misericordia (...) Tu sei la nostra speranza». Ci sostenga col suo sguardo materno anche la Vergine Maria, e ci proteggano i nostri Ss. Benedetto e Scolastica. Amen

[1] Papa Francesco, Esortazione apostolica Evangelii Gaudium, n. 188.
[2] Ibidem, n. 67.
[3] id., Messaggio per la 47ª Giornata mondiale della pace, 1° gennaio 2014
[4] Ibidem.
[5] Esortazione apostolica Evangelii gaudium, n. 91.
[6] ibid., n. 92. Sempre papa francesco afferma che chi non solidarizza con chi ha bisogno, chi non si abbassa ad andare incontro alle necessità altrui non è un cristiano, ma un pagano (cf. Id., Udienza generale, Piazza s. Pietro, 18 dicembre 2013).

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Un ringraziamento all’Associazione Amicidisan Benedetto per la cura e l’organizzazione del momento conviviale per il brindisi di fine anno.

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