DOMENICA DELLE PALME 2020
Matteo 21,1-11


Gesù compie il suo ultimo viaggio a Gerusalemme, lì dove si svolgeranno gli ultimi e i più importanti avvenimenti della sua vita, avvenimenti che egli stesso introdurrà con tre gesti simbolici: l’ingresso trionfale in Gerusalemme (vv. 1-11), la cacciata dei venditori dal tempio (vv. 12-17) e la maledizione del fico sterile (vv. 18-22). Il primo di questi gesti, il solenne ingresso di Gesù in Gerusalemme è commemorato – ad eccezione di quest’anno, per via dell’emergenza sanitaria causata del coronavirus – all’inizio della celebrazione liturgica della Domenica delle Palme. Si tratta di un gesto con cui Gesù rivela la sua “signoria”. E che egli sia il Signore lo si deduce dal fatto che egli può disporre liberamente di un’asina e del suo puledro che appartengono a un contadino sconosciuto. Nell’inviare i suoi discepoli a prelevarli, Gesù dice loro di riferire così a chi avesse avuto qualcosa da dire: «Il Signore ne ha bisogno, ma li rimanderà indietro subito» (v. 3).

Se dunque di lì a qualche giorno Gesù sarà umiliato, vilipeso, maltrattato, flagellato, incoronato di spine e crocifisso, dal suo trionfale ingresso in Gerusalemme siamo avvertiti che egli è il Signore, il Figlio di Dio, colui, appunto, che può disporre di ogni cosa, e dunque può anche abbracciare liberamente la morte di croce per la nostra salvezza.
La descrizione dell’ingresso di Gesù in Gerusalemme sembra una scena regale, benché qui si tratti di una regalità divina, che non ha nulla da spartire con quella trionfalistica del mondo. Il suo senso profondo è, infatti, spiegato dalla citazione del profeta Zaccaria (9,9): «Dite alla figlia di Sion: “Ecco, a te viene il tuo re, mite, seduto su un’asina e su un puledro, figlio di una bestia da soma” » (v. 5).

Gesù, il Messia e Signore, entra sì in Gerusalemme come un re, ma come un re “mite” e “pacifico”, utilizzando la cavalcatura che i re, i dignitari e i capi del popolo montavano in tempo di pace (il cavallo era la cavalcatura per la guerra).
In tal modo Gesù ci fa comprendere come la mitezza sia l’atteggiamento con cui egli affronterà la sua passione e morte, lui che aveva affermato di essere «mite e umile di cuore» (Mt 11,29), ossia proteso unicamente a compiere la volontà del Padre, quella di essere segno visibile del suo amore misericordioso per gli uomini.
Tuttavia, la mitezza non impedirà a Gesù di esprimere un giudizio severo sia riguardo al ruolo del tempio di Gerusalemme – ormai sorpassato dal “tempio di carne” che è lui – sia riguardo alla religiosità ebraica, ridotta ad un formalismo senz’anima, incapace di riconoscere in Gesù la presenza di Dio in mezzo agli uomini. Come accennato all’inizio, Gesù accompagnerà questo suo giudizio con gli altri due gesti che compirà dopo l’ingresso in Gerusalemme, e cioè la cacciata dei venditori dal tempio e la maledizione del fico sterile, gesti che riguardano appunto il superamento del culto del tempio e la religiosità sterile di Israele, tutta foglie e niente frutti.

Degna di nota è anche la diversa reazione della gente di fronte all’ingresso trionfale di Gesù in Gerusalemme. Da una parte c’è la folla osannante che riconosce in lui il Messia e, al suo passaggio, stende per terra i propri mantelli e i rami, gridando: «Osanna al Figlio di Davide! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Osanna nel più alto dei cieli!» (v. 9). Dall’altra c’è la città – ossia coloro che guardano a Gesù con sospetto – che è «presa da agitazione» e si chiede: «Chi è costui?» (v. 10). Il verbo greco seiô (agitare), impiegato da Matteo, indica proprio un evento destabilizzante. Matteo lo userà anche per descrivere sia il terremoto che segue alla morte di Gesù (cf. 27,51) sia la reazione delle guardie tramortite alla presenza dell’angelo che annuncia la sua risurrezione (cf. 28,4).

Gesù, dunque, entra in città come un re mite e pacifico, ma nello stesso tempo si rivela come un re messianico (a questo allude la formula “Figlio di Davide”), ed è in questa seconda veste che egli sconvolge la città di Gerusalemme. Presentandosi come un re-messia mite, umile e pacifico, Gesù provoca una reazione di turbamento che è un’anticipazione del turbamento che sarà provocato dalla sua morte in croce e dalla sua risurrezione, le quali riveleranno, appunto, una messianicità completamente diversa da quella che gli Israeliti si attendevano.
Gesù è un Messia mite, umile e pacifico, che non entra in Gerusalemme per essere incoronato. Vi entra piuttosto come un profeta rifiutato, perseguitato e ucciso, la cui identità di Messia e Signore sarà pienamente manifestata nella sua morte di croce e nella sua risurrezione.

L’atteggiamento migliore con cui entrare nel mistero di Gesù è dunque quello di vivere la Settimana Santa che ci si apre dinanzi con uno sguardo interiore mite, umile, pacifico e fiducioso. Solo così potremo penetrare un po’ l’immenso amore con cui il Signore sostiene le nostre esistenze, e solo così potremo, a nostra volta, portare Gesù con noi sulle strade della vita, come un carico prezioso che ci rende felici per il solo fatto di poterlo portare, sapendo che in realtà è lui che ci porta e che ci guida. Un po’ – perché no – come è accaduto a quell’asino che ha portato in groppa il Salvatore. Il Card. Etchegaray ha scritto parole molto suggestive e belle al riguardo. Le vogliamo far nostre.
«Io vado avanti come un asino (…) come quell’asino di Gerusalemme, che, in quel giorno della festa degli ulivi, divenne la cavalcatura regale e pacifica del Messia.
Io non sono sapiente, ma una cosa so:
so di portare Cristo sulle mie spalle (…)
Io lo porto, ma è lui che mi guida:
io credo in Lui, lui mi guida verso il suo regno.
Chissà quanto si sente sballottato il mio Signore, quando inciampo contro una pietra!
Ma lui non mi rinfaccia mai niente.
È così bello percepire quanto sia buono e generoso con me.
Mi lascia il tempo di salutare l’incantevole asina di Balaam,
di sognare davanti a un campo di spighe, di dimenticarmi persino di portarlo.
Io vado avanti in silenzio.
È strano quanto ci si capisca anche senza parlare!
La sua sola parola, che io ho ben capito, sembra essere stata detta apposta per me: “Il mio giogo è facile da sopportare e il mio carico è leggero” (Mt 11,30).
Fede d’animale come quando, una notte di Natale,
allegramente, portavo sua madre verso Betlemme.
Io vado avanti nella gioia.
Quando voglio cantare le sue lodi, io faccio un baccano del diavolo, io canto stonato.
Lui allora ride, ride di cuore e il suo riso trasforma le strettoie del mio vecchio cammino in una pista da ballo e i miei pesanti zoccoli in sandali alati.
Io vado avanti come un asino
che porta Cristo sulle spalle.
(Mons. Etchegaray)

MC Mavi Palme 2019

Mostra di Arte Contemporanea 17 ottobre 2020-28 marzo 2021

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