VENERDÌ SANTO
PASSIONE DEL SIGNORE
2020


Tra i vari atti di fede che professiamo nel “Credo”, vi è anche quello in cui affermiamo che Gesù di Nazareth «fu crocifisso per noi sotto Ponzio Pilato, morì e fu sepolto».
Dal momento che un atto di fede presuppone che si creda a qualcosa che Dio stesso ha rivelato, può sembrare strano professare la nostra fede in un fatto storico, costatabile, come, appunto, la crocifissione di Gesù di Nazareth, uno dei tanti crocifissi della storia.
Eppure anche questo evento rientra a pieno titolo tra le verità di fede, e diventa addirittura oggetto di adorazione. La celebrazione della Passione, il Venerdì Santo, prevede, infatti, l’ostensione della Croce, che viene esposta al bacio e all’adorazione dei fedeli.
Ovviamente, la croce di Gesù non viene adorata in quanto strumento di morte, ma perché egli – dopo averla abbracciata volontariamente – ne ha fatto uno strumento di salvezza. È attraverso di essa, infatti, che Gesù ha dato la sua vita per noi, liberandoci dalla morsa del male e aprendoci le porte della comunione con Dio. Quella che siamo invitati ad adorare è, dunque, una croce che profuma di liberazione e di vittoria, una croce, per così dire, già intrisa della luce della risurrezione. Per questo più che al pianto o al lutto, siamo chiamati ad una serena e composta contemplazione di essa.
Che cosa o chi contempliamo? Contempliamo colui che il profeta Isaia, nella prima lettura, ha prefigurato nell’immagine del “Servo del Signore”, paragonato all’agnello sacrificato per la salvezza di tutti. Così ce lo ha descritto il profeta:
«3Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia; era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima. 4Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori; e noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato. 5Egli è stato trafitto per le nostre colpe, schiacciato per le nostre iniquità (…) 7Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca; era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, e non aprì la sua bocca» (Is 53,3-5.7).

In realtà, Gesù ha vissuto tutto l’arco della sua esistenza in funzione di noi uomini, sopportando avversità ed inimicizie per noi. È dunque con questa medesima ottica che egli ha affrontato la sua morte di croce, comprendendola come un servizio vicario finalizzato alla nostra salvezza. È per noi che si è caricato delle nostre sofferenze e si è addossato i nostri dolori. È per noi, e soltanto per noi, che egli si è lasciato maltrattare, umiliare e crocifiggere, come agnello condotto al macello.
«La morte obbediente di Gesù – afferma W. Kasper – è quindi il compendio, la quintessenza, il vertice ultimo e insuperabile della sua intera attività. Il significato salvifico di Gesù non investe dunque soltanto la sua morte. E tuttavia proprio in questa morte esso sperimenta la sua unicità e definitività ultime».

Il Vir dolorum, l’Uomo dei dolori
Gesù è dunque il misterioso “Servo del Signore” che il profeta Isaia descrive come “l’uomo dei dolori”, come colui “che si è caricato delle nostre sofferenze e si è addossato i nostri dolori”.
Lungo i secoli la rappresentazione di Gesù crocifisso, col corpo piagato e sanguinante pendente dalla croce, ha costituito motivo di meditazione e contrizione per schiere innumerevoli di cristiani. Allo stesso tempo, però, tale rappresentazione ha anche favorito la consolazione di quanti soffrivano, i quali vedevano in Gesù crocifisso uno di loro, uno cioè che, avendo sperimentato la sofferenza e il dolore sulla propria pelle, poteva condividere le loro sofferenze e comprenderli appieno.
Tutti noi, in qualche momento della nostra vita, abbiamo rivolto lo sguardo al Crocifisso chiedendogli di lenire una particolare sofferenza che ci angustiava. Di fatto, piccola o grande che sia, la sofferenza fa parte della nostra vita, a volte la tocca di striscio, a volte in maniera prepotente e invasiva, creando sconcerto e turbamento, e mettendone alla prova il senso.
Tuttavia – senza nulla togliere al lato oscuro che ogni sofferenza porta con sé – siamo soliti operare una distinzione tra sofferenze piccole o grandi, o tra le sofferenze provocate da cause naturali – come, ad esempio, la drammatica pandemia in corso, causata da un virus – e le sofferenze inflitte da altri esseri umani, come le violenze perpetrate verso i propri simili o le guerre.
La passione e morte di Gesù rientrano in quelle sofferenze o dolori inflitti dagli uomini, nel suo caso specifico da coloro che lo hanno avversato, contrastando il suo operato e il suo messaggio, fino a condannarlo ingiustamente alla morte di croce. Già per questo motivo le sofferenze patite da Gesù suscitano in noi, umanamente parlando, uno sdegno particolare, ma quel che maggiormente ci colpisce, lasciandoci ammutoliti, è il fatto che egli abbia attraversato quelle sofferenze trasformandole in uno strumento di salvezza per noi. Per arrivare a tanto non c’è altra spiegazione che questa: la lucida consapevolezza dell’amore, dell’amore profondo, gratuito e inalterabile con cui Gesù ha affrontato la passione e la morte per noi.
Tuttavia, non va dimenticato che, attraverso l’assunzione totale delle sue sofferenze, Gesù ci ha anche rivolto un lucido appello a vivere con responsabilità, sia verso noi stessi sia verso gli altri. Cogliamo la verità di questo appello nelle parole rivolte da Gesù alle donne che, lungo la via crucis, si battevano il petto e facevano lamenti su di lui: «Figlie di Gerusalemme – disse loro Gesù –, non piangete su di me, ma piangete su voi stesse e sui vostri figli» (Lc 23,28).
Facciamolo nostro questo appello, e con umile fiducia chiediamo al Signore Gesù che sia lui a riempire le nostre solitudini, a vincere le nostre ansie e le nostre paure, e a trasformare le nostre sofferenze in un’occasione per riavvicinarci alle sorgenti dell’Amore, quell’Amore che rischiara la nostra vita e quella degli altri, quell’Amore che tutto illumina e tutto salva! E così sia.

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