La pandemia da Covid-19 ha costretto tutti a fermarsi e rivedere, ripensare la realtà così come era stata organizzata e vissuta fino all’attimo prima del lockdown.

Anche l’Abbazia di Montecassino, chiusa al pubblico da metà marzo circa, ha aperto di nuovo le porte a visitatori e fedeli questa mattina alle ore 10.00 e, come era facile prevedere, la Basilica Cattedrale ha raggiunto piuttosto velocemente la capienza massima consentita dalla normativa vigente, già per questa prima celebrazione, presieduta da S.E.Donato Ogliari, Abate di Montecassino.

“Tornare a celebrare l’Eucarestia insieme è per noi oggi - ha affermato l’Abate Donato - fonte di gioia. Vedere di nuovo visitatori e pellegrini salire la scalinata nel chiostro bramantesco è il segno di una normalità che, seppur gradualmente, si riavvicina.

Avere la possibilità di pregare alla tomba di san Benedetto è stato per molti rassicurante. Ci auguriamo che possa essere fonte di fiducia e di forza necessarie per una vigorosa ripresa in tutti gli ambiti della nostra esistenza sia privata sia pubblica e lavorativa.”

Di seguito il testo integrale dell’omelia dell’Abate Donato
e il racconto fotografico nel servizio di Roberto Mastronardi

 

PENTECOSTE 2020
Anno A

Prima Lettura (Atti degli Apostoli 2,1-11)
La prima lettura ha descritto la discesa dello Spirito Santo sugli apostoli, ossia sulla Chiesa nascente. Ciò è molto significativo perché, come l’inizio della predicazione di Gesù, nella sinagoga di Nazaret, fu segnato dal dono dello Spirito («Lo Spirito del Signore è su di me…»: Lc 4,18ss), così anche l’inizio della predicazione e della testimonianza della Chiesa è caratterizzato dall’effusione dello Spirito sugli apostoli.
Il fatto poi che la presenza dello Spirito sia definita tramite i simboli del “vento” e del “fuoco” ci fa comprendere che esso agisce nella comunità ecclesiale come principio di vita, di purificazione e di illuminazione.
Il dono delle lingue che accompagna l’effusione dello Spirito, dal canto suo, va compreso sullo sfondo della cosiddetta confusione delle lingue seguita al fallimento della costruzione della torre di Babele (cf. Genesi 11). Se là, la molteplicità delle lingue era fattore di incomunicabilità e divisione, qui diventa, invece, un segno dell’universalità della Chiesa che, pur presentandosi come l’unico Corpo di Cristo, è chiamata a diffondersi su tutta la terra, tra i popoli di ogni lingua e nazione. Grazie allo Spirito che agisce nella Chiesa, la diversità non è più causa di fratture, ma è segno di ricchezza e di creatività, poste al servizio dell’unica comunione. Come un movimento in due tempi: in Cristo siamo “uno” anche se rimaniamo “unici”, cioè “diversi”, grazie appunto al soffio dello Spirito che agisce in maniera creativa in ciascuno di noi. Lo Spirito Santo, infatti, non è un rullo compressore, ma agisce nel cuore di ogni credente in maniera diversificata, infondendovi la sua vita d’amore, quella vita che scaturisce dal cuore stesso di Dio e che tutto rinnova.

Vangelo (Gv 20,19-23)
Dal brano evangelico di Giovanni si evince come la Pasqua, ossia la risurrezione di Gesù, e la Pentecoste, ossia l’effusione dello Spirito Santo sulla Chiesa nascente, siano profondamente connesse. Lo si evince anche dalla pagina evangelica ascoltata, nella quale l’apparizione del Risorto è caratterizzata da tre aspetti: a. l’iniziativa di Gesù; b. il riconoscimento di Lui alla luce della fede pasquale; c. l’invio in missione.
a. L’iniziativa di Gesù
Gesù prende l’iniziativa di apparire in mezzo ai suoi discepoli. Lo “stare in mezzo” per Gesù non significa occupare una posizione di predominio e di potere, ma esprime il suo desiderio di calarsi al centro della vita dei suoi discepoli, per abbracciarli con il dono della pace che libera dal timore e riempie il cuore di gioia. La paura che ancora attanagliava il cuore dei discepoli, e che ora, alla vista del Signore Risorto, viene superata dalla gioia, è una paura causata dalla minaccia del mondo che cerca di impedire alla luce di Cristo e del suo Vangelo di farsi strada.
b. Il riconoscimento del Risorto da parte dei discepoli
Gesù si fa riconoscere mostrando i segni della sua crocifissione. In tal modo, il Risorto dimostra ai suoi discepoli di essere proprio Gesù, il loro Signore e Maestro, colui con il quale i discepoli erano entrati in comunione di vita e di propositi; colui che aveva infuso in loro una gioia e una speranza nuove. L’identità del Cristo risorto con il Gesù crocifisso significava rassicurare i discepoli che nulla di ciò che di buono, di bello e di vero avevano vissuto insieme con Gesù sarebbe andato perduto. Al contrario, alla luce della sua Risurrezione tutto avrebbe acquistato una luce e una forza nuove.
c. L’invio in missione
«Come il Padre ha mandato me, anche io mandò voi». La missione che è stata affidata alla Chiesa è il prolungamento nel tempo e nella storia di quella stessa missione che Gesù aveva ricevuto dal Padre. E che la nostra missione nel mondo non sia qualcosa di nostro, ce lo conferma il fatto che l’invio dei discepoli è immediatamente seguito dal dono dello Spirito Santo: «Detto questo, soffiò e disse loro: “Ricevete lo Spirito Santo”».
Non c'è testimonianza né missione nel mondo senza la presenza dello Spirito Santo. È Lui, infatti, che alimenta, vivifica e avvalora il nostro compito di rendere contemporaneo il Vangelo di Gesù, pena il suo rimanere chiuso in un passato inerte. Come diceva san Paolo VI, «la Chiesa ha bisogno della sua perenne Pentecoste. Ha bisogno di fuoco nel cuore, di parole sulle labbra, di profezia nello sguardo».
Inoltre, il Cristo risorto dona lo Spirito non solo in vista della missione, ma anche e più direttamente in vista del perdono dei peccati: «A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati». Non dobbiamo solamente pensare al perdono che viene accordato tramite il sacramento della confessione o riconciliazione, ma ad un impegno che – grazie al dono dello Spirito – tutti i credenti sono chiamati a far proprio. Non diciamo forse nel Padre nostro: «rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori»?
Anche se il perdono non può essere imposto – in quanto la potenza dello Spirito Santo non sopprime lo spazio della libertà individuale, e il peccatore rimane libero di accoglierlo e rifiutarlo – tuttavia, la presenza del cristiano nel mondo è qualificata soprattutto dall’offerta del perdono. Nel perdono c’è il segno della presenza dello Spirito in noi e in mezzo a noi; c’è la possibilità di dare forma ad un’umanità redenta. La capacità di perdono fa di noi dei decisi oppositori del male, dei facitori di riconciliazione e di pace, dei costruttori di ponti, dei samaritani del prossimo, dei seminatori di speranza. Soprattutto, la capacità di perdonare significa contribuire – secondo un’espressione cara a san Paolo VI – all’edificazione della “civiltà dell’amore”. E così sia.

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