MESSA DELLA NOTTE
Natale 2020
Lc 2,1-14



Ogni anno, a Natale, ci ritroviamo a celebrare il mistero un Dio che, nel Figlio suo Gesù, si fa uno di noi, assumendo la nostra carne mortale e i tratti concreti della nostra umanità. Ma – ci viene da chiederci – perché mai Dio ha voluto abbandonare la sua perfezione per venire a condividere i limiti e le debolezze della nostra natura umana?
Lo ha fatto perché ci ama, per indicarci dove risiede la pienezza della vita e per dare una garanzia di verità a quell’anelito insopprimibile verso l’Assoluto che alberga nel cuore di ciascuno di noi, e che nemmeno la frenesia e lo stordimento a cui ci sottopone la vita odierna riesce a zittire.
Il Figlio di Dio si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi per ricordarci che – benché fatti di terra – portiamo racchiusa in noi una scintilla divina. Dal momento della sua Incarnazione, il divino e l’umano che convivevano nella sua carne sono divenuti la misura alta del nostro cammino, come già affermavano i Padri della Chiesa: «Dio si è fat¬to uomo perché l’uomo diventasse Dio». In Gesù, il Creatore e la creatura si sono abbracciati per sempre!
Ma volgiamo brevemente lo sguardo alla pagina evangelica che è stata proclamata e che ci offre importanti spunti di riflessione riguardo a questo connubio tra Dio e gli uomini realizzatosi con l’Incarnazione del Figlio di Dio.

«L’avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia»
Nella narrazione lucana della nascita di Gesù, vi è un fatto – evidenziato a più riprese dall’evangelista – che fa, per così dire, da fondamento interpretativo di tutto il racconto. Lo troviamo là dove si dice che Gesù fu avvolto in fasce e posto in una mangiatoia.
La descrizione della nascita di Gesù è concentrata in queste parole semplici, disadorne, essenziali. Poiché non vi era posto per Maria e Giuseppe nel caravanserraglio di Betlemme – dove si erano recati per il censimento – Gesù, il Figlio di Dio, il Salvatore del mondo, nasce in una grotta adibita e stalla, e viene posto in una mangiatoia che, per l’occorrenza, è trasformata in una culla.
Nulla di straordinario, dunque, circa le condizioni nelle quali Gesù è venuto al mondo, anzi – come è stato scritto – «lo straordinario è che l’epifania del divino sia priva di ogni straordinarietà» (B. Maggioni). E così il Figlio di Dio nasce e diventa uno di noi in una cornice di grande povertà e precarietà.

L’annuncio ai pastori
Alla descrizione della nascita di Gesù fa seguito l’annuncio dell’angelo ai pastori. Costoro, come accadeva quando le greggi erano piuttosto numerose, passavano anche la notte nei campi insieme con loro, facendo la guardia all’aperto.
Se consideriamo che i pastori occupavano i gradini più bassi della scala sociale e religiosa, e dunque erano perdenti agli occhi del mondo, vien subito da rilevare che qui qualcosa di straordinario è veramente avvenuto: che proprio loro – che non contavano nulla perché emarginati dalla società civile e religiosa del tempo – siano stati scelti come destinatari dell’annuncio della nascita del Salvatore.
Non possiamo che leggervi un segno evidente di come il Figlio di Dio – anche nel suo primo contatto con gli esseri umani – abbia voluto scegliere la via dell’umiltà e della povertà; non quella della spettacolarità alla quale i potenti e i dominatori di questo mondo fanno, invece, volentieri ricorso.
Straordinaria è certamente anche la cornice all’interno della quale l’annuncio viene dato ai pastori: l’apparizione dell’angelo, la gloria del Signore che li avvolge di luce, la moltitudine dell’esercito celeste che interviene a lodare Dio. E tuttavia, anche tutto ciò non intacca, ma lascia intatto il nucleo originario dell’evento dell’Incarnazione del Figlio di Dio, quel nucleo, per così dire, inamovibile e nuovo, che, cioè, il Salvatore sia voluto nascere in un contesto di povertà e precarietà.

«Vi annuncio una grande gioia (…) Oggi … è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore»
La gioia annunciata dall’angelo ai pastori è una “grande gioia” perché, prendendo la nostra carne, il «Salvatore, che è Cristo Signore», si è fatto vicino e accessibile a tutti gli uomini.
Ci stupisce – ma a questo punto non ci sorprende più – che i titoli cristologici attribuiti a Gesù siano inestricabilmente intrecciati con la povertà di quel Bambino nato a Betlemme in una grotta. Siamo ancora una volta ricondotti al significato profondo del Natale: il Signore della gloria ha il volto di un bambino posto in una mangiatoia; la gloria del Signore si nasconde nella povertà.
Questa è la forza dirompente del Natale: mentre l’essere umano ambisce a salire e a conquistare le vette del potere, del prestigio, del riconoscimento e del plauso del mondo, Dio si abbassa, si manifesta nella piccolezza, viene al mondo come un neonato bisognoso di tutto. Salvaguardando questa rivelazione, assieme all’identità di Gesù e alla verità del suo Vangelo, noi salvaguardiamo anche lo stile dell’annuncio e della testimonianza che la Chiesa – cioè noi – è chiamata a dare al mondo.
Per cogliere il senso vero e profondo del Natale occorre, dunque, che lo accostiamo e lo viviamo in quest’ottica, che ci spogliamo, cioè, delle nostre sicurezze e ci lasciamo provocare da quel Bambino, posto in una mangiatoia, che ci invita a non cedere alla tentazione di cercare la gloria di Dio nelle forme seducenti del prestigio e del potere. Questo – dobbiamo ammetterlo – ci spiazza, ci destabilizza e, forse ci imbarazza pure, ma non c’è altra prospettiva, oltre a questa, che ci possa aiutare a immergerci nella verità del Natale di Gesù.

«Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama»
Quel Bambino che è stato posto in una mangiatoia è un dono di pace per noi. Nelle parole della moltitudine dell’esercito celeste è, infatti, riproposto il parallelismo Dio–uomini, cielo–terra, l’onnipotenza che entra in dialogo con la piccolezza, il cielo che si china verso la terra.
La pace che Gesù ha portato facendosi uno di noi è, per così dire, la contropartita della gloria che Dio ha nei cieli. Questa gloria divina, sulla terra assume il volto della pace.
Perciò, se vogliamo dare gloria a Dio, ossia «lodarlo come a lui conviene» (Salmo 146,1), dobbiamo impegnarci ad essere testimoni di pace nelle pieghe della storia e del mondo; artigiani di una pace che non si basa su trattati e clausole frutto della diplomazia, ma che sgorga dal cuore stesso di Dio e che ad esso si nutre costantemente. In una parola, è una pace che sgorga da quell’amore che, come fuoco, arde eternamente nel cuore di Dio, che è Amore (cf. 1Gv 4,8).
Anche qui ci è dato di comprendere come la pace portata da Gesù nel mondo non sia una conquista del nostro ingegno e della nostra buona volontà, bensì un dono che scaturisce dall’Amore stesso che è Dio, un amore infinito – come è infinito Dio – rivolto a tutti gli uomini.
In definitiva, nel Figlio suo Gesù, Dio si è fatto uomo perché ci ama. Ed è su questo suo amore grande, fonte di gioia e di pace, che siamo chiamati a fondare la nostra esistenza di credenti, improntando ad esso le nostre parole e i nostri gesti.
Sorelle e fratelli carissimi, il Natale – che quest’anno è, dal punto di vista esterno, più sobrio ed essenziale a motivo delle restrizioni causate dalla pandemia in corso – ci sproni ad ascoltare con rinnovato stupore la voce dell’angelo che annuncia ai pastori la grande gioia della nascita di Gesù; ci aiuti a contemplare con gli occhi umili e accoglienti dei pastori il Salvatore del mondo posto nella mangiatoia.
Quello stesso Gesù Salvatore, che un giorno nacque per noi nella povertà della grotta di Betlemme, vuole ora continuare a nascere in noi e contagiare le nostre piccole vite – a Lui tanto care – con la luce indefettibile del suo amore. E lasciamo che questo Amore si irradi nel nostro cuore e nella nostra vita perché, a nostra volta, possiamo contagiare il mondo, al fine di renderlo più vicino al cuore di Dio.
Questo il mio augurio. Buon Natale!

 

Mostra di Arte Contemporanea 17 ottobre 2020-28 marzo 2021

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