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PER UNA “ECOLOGIA INTEGRALE”
Ancora sull’enciclica di papa Francesco
Ab. Donato Ogliari osb

Nel precedente articolo, dedicato alla Lettera enciclica Laudato si’ di papa Francesco, abbiamo evidenziato come essa sia sostenuta da una visione globale e unitaria. Non possiamo – afferma il pontefice – «considerare la natura come qualcosa separato da noi o come una mera cornice della nostra vita». Essa è la «casa comune» nella quale la nostra esistenza si dipana, e per questa ragione le questioni ecologiche o ambientali non possono essere disgiunte dalla visione dell’uomo. «Oggi – afferma papa Francesco – l’analisi dei problemi ambientali è inseparabile dall’analisi dei contesti umani, familiari, lavorativi, urbani, e dalla relazione di ciascuna persona con se stessa». Di conseguenza – continua – «non ci sono due crisi separate, una ambientale e un’altra sociale, bensì una sola e complessa crisi socio-ambientale».

Alla luce del principio del “bene comune” e della giustizia preventiva nei confronti delle generazioni che verranno, papa Francesco enuclea dunque la proposta di una «ecologia integrale». Per quanto riguarda l’interazione tra l’aspetto ambientale e quello sociale, il pontefice – ricordando che tutto in natura è interconnesso – afferma che «lo stato di salute delle istituzioni di una società comporta conseguenze per l’ambiente e per la qualità della vita umana». Se le istituzioni hanno di mira la persona nella sua integralità, allora la sensibilità per il rispetto e la salvaguardia dell’ambiente non potrà che trasformarsi in un impegno concreto finalizzato a conservarne le bellezze e la salubrità a beneficio dei suoi abitanti.

Inoltre, per essere credibile, un’ecologia integrale dovrà anche aprirsi ad una «ecologia culturale»; dovrà cioè rispettare e aver «cura delle ricchezze culturali dell’umanità». In altre parole, non si può forzare lo sviluppo di un gruppo sociale attraverso l’imposizione dall’alto di un modello socio-economico originato da matrici culturali diverse e non rispondente alla sua indole. Rispettare i diritti dei popoli e delle culture – afferma papa Francesco – significa riconoscere che «lo sviluppo di un gruppo sociale suppone un processo storico all’interno di un contesto culturale e richiede il costante protagonismo degli attori sociali locali a partire dalla loro propria cultura».

Papa Francesco non si ferma, però, ai grandi sistemi. Egli è consapevole che, alla fin fine, l’uomo contemporaneo ha bisogno di vivere una «ecologia della vita quotidiana» che gli permetta di condurre al meglio la propria esistenza. Al riguardo, egli stigmatizza come contrarie all’ecologia della quotidianità quelle megastrutture anonime e senz’anima che imbruttiscono le nostre città e che, più che alle esigenze di un umanesimo integrale, rispondono ai requisiti di un’urbanizzazione selvaggia dove il profitto ha la meglio sulle esigenze della bellezza e dell’armonia. Spesso, poi, la mancanza di infrastrutture e di servizi primari rendono questi luoghi ancor più grigi e deprimenti. Ciò nonostante, desta meraviglia il costatare come l’innato desiderio del bello prenda spesso la sua rivincita in maniera creativa sui limiti ambientali e sugli effetti avversi e rovinosi dei suoi condizionamenti. Come scrive papa Francesco, anche lì dove «le facciate degli edifici sono molto deteriorate, vi sono persone che curano con molta dignità l’interno delle loro abitazioni, o si sentono a loro agio per la cordialità e l’amicizia della gente». Ciò testimonia che la solidarietà tra le persone, anche in luoghi oggettivamente brutti e degradati, può trasformare questi ultimi in luoghi di riscatto, dove il rispetto per l’altro e la sua dignità, la solidarietà e la condivisione sbocciano come fiori nel deserto. In altre parole, il senso di comunità può aiutare a sopportare più facilmente situazioni di vita disagevoli. In fondo, l’ecologia della vita quotidiana passa soprattutto attraverso l’attenzione e l’aiuto vicendevoli.

Infine, una volta stabilito che l’ecologia integrale «è inseparabile dalla nozione di bene comune», papa Francesco afferma che tale principio va incarnato anche alla luce di una giustizia che tocca le generazioni future: «Non si può parlare di sviluppo sostenibile senza una solidarietà tra le generazioni». Nell’articolo precedente ricordavamo la domanda posta dal pontefice: «Che tipo di mondo desideriamo trasmettere a coloro che verranno dopo di noi, ai bambini che stanno crescendo?». Gli animi sensibili non mancano di chiederselo, oggi come in passato. Nella canzone Where do the children play, composta nel 1970, Cat Stevens si poneva lo stesso problema: «So che abbiamo percorso tanta strada e che, giorno dopo giorno, stiamo trasformando molte cose. Ma dimmi: dove giocano i bambini?».

Il futuro delle generazioni che verranno dopo di noi dipenderà in larga misura dalle scelte che compiamo oggi. Se queste ultime sono fatte sotto il segno della solidarietà, allora ridonderanno anche a beneficio di quelli che verranno dopo di noi, in particolare dei più deboli e dei più poveri che – a motivo della loro intima relazione con la fragilità del pianeta – danno un volto ai problemi ecologici ed ambientali. Se, malauguratamente, le scelte fossero invece dettate da egoismo, allora le generazioni future saranno costrette a battersi strenuamente per evitare che la terra – la «casa comune» nella quale gli esseri umani nascono, vivono e muoiono – sia annichilita. Occorre, dunque, che ognuno di noi si impegni a custodire e a rendere sempre più vivibile questa «casa comune», non solo per noi, ma anche per quanti ci seguiranno. Non vogliamo, infatti, privarli di quelle gioie procurate dall’azzurro del cielo, dal tramonto del sole, dal chiarore delle stelle, dall’immensità del mare, dalla magnificenza delle montagne, dall’amenità delle valli e da tutte quelle bellezze che il genio umano è stato capace di realizzare lungo i secoli. E, last but non least, non vogliamo di certo privarli degli effetti della giustizia e della pace che solo una convivenza armoniosa col creato può assicurare anche sul piano civile e sociale.

Paola Romano e Franca Pisani espongono fino al 27 ottobre 2019 -
Museo Abbazia di Montecassino

Copia di TotemRomano

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