"Solo infondendo coraggio, fiducia e speranza ai passi del nostro prossimo comprenderemo che la Pasqua è la festa della vita".Le parole dell'Abate Donato nella Veglia di Pasqua.

Tutto è suggestivo e tutto è  incanto nella Veglia Pasquale: il fuoco, il cero, il buio , la luce, il silenzio e l'esplosione di gioia del Gloria.

Ci auguriamo che le nostre foto possano aiutarvi a condividere un po' delle emozioni vissute questa notte di chi era in Abbazia a vivere con la Comunità monastica

la gioia della resurrezione di Gesù.

Per voi le parole dell'Abate Donato pronunciate poco fa nella Basilica Cattedrale di Montecassino.

VEGLIA NELLA NOTTE DI PASQUA
Anno B - 2015

Come abbiamo sentito dalla lettura del vangelo, le donne si recano al sepolcro di buon mattino, al levare del sole, per rendere al corpo straziato del loro Signore e Maestro Gesù l'ultimo tributo di affetto: l'unzione con gli oli aromatici. Si trattava di un atto di pietà che avrebbe dovuto precedere la sepoltura, ma che, nel caso di Gesù, non si era potuto fare dopo la sua morte a causa dell'inizio della festa di Pasqua.

Nel racconto evangelico balza subito all'occhio il contrasto tra la luce incipiente del giorno e il buio che ancora avvolgeva il cuore delle donne, rattristato e ottenebrato dalle vicende dolorose del Venerdì Santo. La stessa preoccupazione che le agitava a proposito del sepolcro sigillato («Chi farà rotolare via la pietra dall'ingresso del sepolcro?»), è indice che anche per loro la morte di Gesù aveva rappresentato l'ultima parola, e che con il suo seppellimento tutto era davvero finito, sepolto appunto.

Similmente, la paura, provata alla vista del giovane in bianche vesti (un angelo) seduto all'interno del sepolcro, conferma che nel loro cuore non albergava più alcuna speranza, tanto meno su un possibile nuovo futuro prospettato da Gesù quando aveva parlato della sua risurrezione...

E tuttavia a quelle donne, impaurite e chiuse nel loro dolore, si spalanca improvvisamente un futuro inedito – quello inaugurato da Gesù risorto – sintetizzato nelle parole dell'angelo: «Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui».

"Non è qui".

Gesù non può essere lì, in quel sepolcro, perché il Signore della vita non può essere prigioniero della morte. Risorgendo e trionfando su quest'ultima Gesù si è manifestato come il Dio della vita, e dunque come colui che può aprire e frantumare «tutte le tombe in cui la prepotenza, l'ingiustizia, l'egoismo, il peccato, la solitudine, la malattia, il tradimento, la miseria, l'indifferenza hanno murato gli uomini vivi» (T. Bello).

Il Signore non può essere là dove prevalgono le tenebre paralizzanti della paura. La sua signoria è fatta di luce e rende interiormente liberi coloro che si lasciano raggiungere da essa.

Il Gesù risorto è il Gesù nazareno

Le parole dell'angelo («Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui») ci invitano a mantenere ferma l'identità tra Gesù che muore e Gesù che risorge. Anche se le piaghe del Signore ora «non grondano più sangue, ma irradiano luce» (A. Louf), esse rivelano il nuovo volto di Dio che Gesù ci ha manifestato sulla croce e che la sua Risurrezione ci ha confermato. Un nuovo volto nel quale ogni credente è chiamato ad identificarsi perché riguarda lo specifico cristiano, il modo cioè di vivere la propria fede cristiana.

Il nuovo volto rivelatoci da Gesù sulla croce ci dice che non basta credere nella vittoria del Cristo Risorto sulla morte, ma – più in profondità – che il cammino che conduce alla risurrezione passa attraverso la croce, intesa come immolazione libera e volontaria, come "dono di sé".

Per il cristiano, credere nella Risurrezione significa dunque aderire concretamente ad un modo preciso di vivere, e cioè un vivere oblativo. Val la pena, al riguardo, ricordare le parole che Gesù aveva detto ai suoi discepoli: «Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà» (Mt 10,39). Chi trattiene la vita per sé in un ripiegamento egoistico, la perde e va incontro ad una seconda morte, quella spirituale. Chi non fa della propria vita un dono agli altri, non solo impedisce che i suoi passi siano raggiunti e rischiarati dalla luce della Risurrezione di Cristo, ma diverrà facile preda delle tenebre della paura, di una vuota e triste auto-sufficienza, senza speranza e senza gioia.

La fedeltà del Risorto
Infine, dal comando dato dall'angelo alle donne: «Andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro: "Egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto"», traiamo un ulteriore insegnamento circa la fedeltà di Gesù verso i suoi discepoli.

Nonostante l'avessero abbandonato nel momento supremo della prova, Gesù dimostra una fedeltà incrollabile verso di loro. Per Lui, essi sono sempre i "suoi" discepoli. La Risurrezione è dunque anche il trionfo della fedeltà: la fedeltà del Padre che non abbandona Gesù nella morte, e la fedeltà di Gesù che non abbandona i suoi discepoli nella dispersione.

Ora tocca a noi, figli della Risurrezione, diventare, a nostra volta, testimoni credibili di questa fedeltà, facendoci prossimi ai nostri fratelli e sorelle, aiutandoli a smuovere i macigni mortiferi che pesano sulla loro vita, infondendo coraggio, fiducia e speranza ai loro passi. Solo così comprenderemo che la Pasqua è davvero la festa della vita, della vita eterna certo, i cui raggi benefici, però, già intridono il nostro cammino di quaggiù rendendolo più bello, più felice e più vicino al cuore di Dio. E così sia.

 

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