Dom Alessandro Trespioli firma la promessa per la professione temporanea, tra l’affetto dei suoi cari e della comunità monastica di Montecassino.

"Colui che dev'essere ammesso alla vita monastica, nell'oratorio, alla presenza di tutti i fratelli, davanti a Dio e ai Santi, faccia promessa solenne di stabilità, di conversione dei propri costumi e di obbedienza. Se nel futuro agirà in altra maniera, sappia che sarà condannato da colui che egli ha deriso. Metta per iscritto questa sua promessa fatta nel nome dei Santi, di cui nell'oratorio si conservano le reliquie, e nel nome dell'abate presente. La scriva di suo pugno o almeno, se è analfabeta, se la faccia scrivere da altri, e vi apponga come firma un segno. Poi la deponga di sua mano sull'altare". (RB 58, 17-20)

Domenica 19 aprile nella Basilica Cattedrale di Montecassino, durante la S. Messa delle 10:30, dom Alessandro Trespioli ha terminato il suo noviziato pronunciando la promessa temporanea e dando così inizio ai tre anni che lo separano dalla professione perpetua.

Dom Alessandro è nato a Novi Ligure, provincia di Alessandria, il 18 aprile 1983. Ha frequentato il Liceo Classico e un Corso di Musicologia conseguendo poi il Diploma in Organo dopo aver frequentato il corso di Organo e composizione organistica presso il Conservatorio Niccolò Paganini di Genova nel 2009.

Ha frequentato poi il Conservatorio di Torino diplomandosi in Musica Corale e Direzione di coro nel luglio 2012. Il 3 settembre dello stesso anno è entrato in monastero a Montecassino come postulante e poco più di un anno dopo, il 22 ottobre del 2013, ha avuto inizio il suo noviziato durante il quale, oltre ad approfondire gli studi iniziati in postulato, ha collaborato nella falegnameria del monastero alla realizzazione di icone e in biblioteca nella assistenza a studiosi e studenti nelle loro ricerche.

Dom Alessandro ha svolto parte del suo noviziato a Pontida presso il Monastero di San Giacomo, per questo erano due i Maestri che lo hanno presentato domenica all'Abate Donato : Dom Giuseppe Roberti, priore dell'Abbazia di Montecassino e Dom Marco Mercante dell'Abbazia di Pontida.

Il giorno dopo il suo 32° compleanno, dom Alessandro ha quindi collocato questo ulteriore importante mattone per la costruzione della sua vita monastica nell'Abbazia di Montecassino. Con la calma e la serietà che lo contraddistinguono, accompagnate dalla gioia e della serenità che riesce a trasmettere anche a chi gli sta accanto, ha letto e firmato la sua Promessa, l'ha poi mostrata all'Abate Donato, alla comunità monastica e a tutti i partecipanti alla Celebrazione. Subito dopo, il padre Maestro e l'Abate Donato lo hanno aiutato ad indossare lo scapolare con il cappuccio sulla tonaca già ricevuta durante il noviziato. Fra tre anni, per la professione solenne, dom Alessandro indosserà l'abito corale con la cocolla.

A dom Alessandro vanno gli auguri più sentiti perché la sua fede possa crescere e rafforzarsi ogni giorno nella casa di San Benedetto. Ci aspettiamo di sentirlo presto all'organo della Basilica perché possa regalare a tutti la forza e l'intensità della sua preghiera, attraverso le note del maestoso Mascioni della Cattedrale di Montecassino.

Gli auguri dell'Abate Donato, oltre che personalmente, sono arrivati anche attraverso la sua omelia, che trascriviamo per quanti non fossero presenti alla celebrazione.

 

III DOMENICA DI PASQUA
Lc 24,35-48
Professione monastica temporanea di D. Alessandro


Nella scena presentataci dal brano evangelico odierno, solo Gesù risorto parla e agisce, mostra le mani e i piedi, e mangia davanti ai discepoli. Questi ultimi rimangono, infatti, silenziosi e inerti (l'unico movimento che fanno è quello di offrire del pesce arrostito a Gesù). Di loro l'Evangelista descrive, però, i sentimenti interiori: dalla paura al dubbio, dallo stupore e alla gioia... Sentimenti che tradiscono la difficoltà a comprendere la Risurrezione di Gesù.

Eppure, in tre anni di frequentazione, i discepoli lo avevano conosciuto bene Gesù, eppure ora i loro occhi sono incapaci di riconoscerlo. Questa difficoltà risiede nel fatto che la Risurrezione non è un semplice ritornare alla vita di prima: è trasformazione. Gesù è lo stesso ed è diverso nello stesso tempo. È il mistero della vita nuova della risurrezione

Per un certo verso, la fatica dei discepoli a credere nella Risurrezione di Gesù e il loro oscillare tra la paura e la gioia, ci fa riflettere. È la garanzia che la risurrezione di Gesù non è una loro invenzione, ma un evento che li ha spiazzati. E come ha spiazzato loro, continua in qualche modo a spiazzare anche noi, richiedendoci la fatica del credere in un evento che supera la nostra ragione.

Il tratto monastico che cogliamo in tutto questo è l'assunzione di una fede limpida, ma nello stesso tempo umile, una fede certa, ma non credulona, superficiale o chiassosa.

«Pace a voi!»

La prima parola del Signore Risorto ai suoi discepoli è quella della "pace": "Pace a voi!" La pace è il riassunto dei doni di Dio, di un Dio che ha deciso di «stare in mezzo» agli uomini, di riannodare quella comunione di vita che essi avevano infranto per la loro superbia e la loro insulsa, presunta autosufficienza.

La pace e la comunione che il Signore ci offre, da una parte sono una garanzia della sua vicinanza, dall'altra ci permettono di fare luce nei nostri rapporti, di aspirare continuamente a ciò che unisce più che a ciò che divide, a creare ponti anziché ergere muri e barriere.

Uno dei compiti precipui della vita monastica è proprio quello di rendere attuale lo "stare di Dio" in mezzo a noi, narrando concretamente la possibilità della pace e della comunione al di là delle divergenze, testimoniando come il senso della vita di quaggiù, delle relazioni, delle cose risiede nel ricercare continuamente e nell'abitare la pace e la comunione, resistendo alla forza maligna della prevaricazione, dell'odio, della violenza mortifera che ne impediscono la costruzione. Questo è il primo compito che San Benedetto ci ha lasciato.

«Non sono un fantasma»

Quel lamento – non sono un fantasma – arriva fino a noi, e ci obbliga a chiederci: Ma chi è veramente Gesù per me? Un'emozione occasionale, che giunge e scompare subito, come un fantasma? No, Cristo vuole essere la vita della mia vita. Lui, l'Amore di Dio fatto-carne vuole dilatare il suo amore fino a raggiungermi e a coinvolgermi.

Per questo, al cuore della vita monastica – e dell'impegno che il nostro D. Alessandro oggi si assume dinanzi alla Chiesa – vi è il desiderio gioioso di «non anteporre nulla all'amore di Cristo» (RB 4,21).

«Toccatemi, guardate... Avete qualcosa da mangiare? ».

Per aiutare i discepoli a far rifiorire la fede, Gesù pronuncia verbi familiari, appartenenti alla nostra quotidianità, come il guardare, il toccare, il mangiare!

Il risorto non ricorre a visioni d'angeli o a una teofania gloriosa. Egli vuole entrare umilmente nella vita concreta e quotidiana dei suoi discepoli. Li disarmerà attraverso uno dei primordiali bisogni umani: il mangiare. Tramite quel gesto la comunione con loro sarà ritrovata.

Anche qui, caro don Alessandro, cogliamo un tratto essenziale della vita monastica: la preziosità del quotidiano, dell'ordinario. È lì che il Signore ci viene incontro, nelle cose semplici di ogni giorno e nelle relazioni che instauriamo ogni giorno presentandosi soprattutto attraverso il volto dei nostri fratelli e delle nostre sorelle, perché Egli vuole essere presente nel nostro quotidiano.

«Aprì loro la mente per comprendere le Scritture».

Anche noi, quali mendicanti affamati di senso, siamo invitati a leggere con passione e intelligenza le Scritture che il Signore ci ha lasciato affinché siano luce e sostegno ai nostri passi. "Aprire la mente" significa lasciarci guidare docilmente dalla Parola di Dio, senza cadere nella tentazione di trattenere solo ciò che ci fa comodo, e aprendoci generosamente alla missione. Essa non qualcosa di marginale o un optional. Fa parte integrante dell'evento del Cristo morto e risorto. "Sta scritto", infatti: «Nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati»

Nel "suo nome" i discepoli di Gesù risorto debbono annunciare a tutti la conversione e il perdono dei peccati. Conversione e perdono, due vocaboli che fanno parte integrante del tessuto della Regola di san Benedetto: non vi è autentico cammino di conversione interiore ed esteriore che non sia illuminato dal perdono, accolto e offerto, ossia dalla certezza che nulla e nessuno è definitivamente perduto, e che l'amore di Dio è più grande del nostro peccato.Nel perdono c'è il massimo del dono e dell'Amore.

Auguriamo al nostro D. Alessandro di percorrere con gioia e generosità il cammino che gli si delinea dinanzi, sentendosi illuminato e incoraggiato dalla Parola luminosa del Signore, di cui gli facciamo dono dopo averla ricevuta, nonché dalla nostra preghiera e dal nostro fraterno sostegno.

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