"Alleniamoci ogni giorno alla “costruzione" della Pace": l’Abate Donato saluta gli atleti dell’ VIII trofeo delle regioni di scherma under 14.

Ogni genitore, ad un certo punto della crescita del proprio figlio, insiste perché pratichi uno sport. Questa scelta si rivela sempre giusta, perché imparare a seguire delle regole assieme ad una squadra educa a stare con gli altri in maniera sana ed equilibrata, a rispettare gli spazi ed i ruoli di chi è coinvolto nella stessa azione, anche se avversario di gioco, insegna ad accettare la sconfitta.

Tutto questo lo sanno bene gli organizzatori dell' "VIII Trofeo delle Regioni" che sabato 6 giugno erano in Abbazia con le rappresentative regionali della gara a squadre maschile e femminile under 14 a staffetta mista di scherma.

Un grande impegno dietro alla organizzazione, soprattutto da parte di Aldo Terranova della società Pax Cassino Scherma, per fare in modo che ogni cosa riuscisse al meglio.

 

Alle ore 16.00 di sabato, quindi, l'Abbazia di Montecassino ha accolto le squadre provenienti dalle diverse Regioni italiane che poi si sono confrontate nella gara di domenica 7 giugno al palazzetto dello sport di Atina. Subito dopo l'arrivo hanno partecipato ad una visita guidata con il personale del Monastero e poi alle 18.00 nel salone San Benedetto le rappresentative sono state accolte ufficialmente dall'Abate di Montecassino, Donato Ogliari, dal Presidente del Comitato Regionale FederScherma Lazio, Claudio Fontana, dal Rettore dell'Università di Cassino e del Lazio Meridionale, Ciro Attaianese e dal sindaco di Atina, Silvio Mancini.

Dopo l'introduzione da parte della Professoressa Concetta Tamburrini e dall'organizzatore Aldo Terranova, l'Abate Donato ha esposto una breve relazione sul tema "Alleniamoci alla Pace", seguito subito dopo dal saluto e dalle riflessioni del Magnifico Rettore Ciro Attaianese.

Consegnate le targhe e i riconoscimenti, l'abate Donato e il rettore Attaianese hanno firmato per primi un cartellone su cui poi sono state raccolte le firme e i messaggi anche dei rappresentanti di tutte le squadre, così da avere un ricordo allegro e colorato, oltre alle foto, che testimoniasse la bella atmosfera di questi due giorni assieme, uniti dall'amore per la scherma e per lo sport in genere che può essere, e in molti casi è, un forte veicolo di Pace.

Di seguito il testo integrale della breve relazione dell'Abate Donato.

 

ALLENIAMOCI ALLA PACE
Ab. Donato Ogliari osb

Lo sport – sia esso perseguito in modo professionale o più semplicemente nel suo aspetto ludico-ricreativo – può essere visto come una metafora della vita, nella quale il corpo e lo spirito concorrono alla nostra crescita. Per essere autentica, la nostra corporeità ha bisogno di una sana struttura psichica e spirituale, così come quest'ultima non si realizza all'infuori di un corpo (altrimenti saremmo puri spiriti!).

CORPOREITÀ E SPIRITUALITÀ
Secondo la visione cristiana il corpo è molto di più che un semplice involucro di pelle, con dentro carne, ossa e vari liquidi, che occupa un determinato spazio e che per ciò stesso si rende visibile al nostro sguardo. Il corpo è il capolavoro della creazione, perché in esso è impresso lo Spirito di Dio.

San Paolo nella sua prima lettera ai Corinzi ci ricorda che il corpo rappresenta il tempio dello Spirito Santo: «Non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo che è in voi e che avete da Dio, (...)?» (1Cor 6,19).

La parte spirituale di noi stessi – inclusa quella che chiamiamo psiche – ha dunque bisogno del corpo per esprimersi. Come faremmo a relazionarci agli altri, a studiare, a giocare, a partecipare ad una competizione sportiva, a sperimentare la fatica, il dolore, a fare esperienza delle nostre fragilità, ad emozionarci, a ridere, a piangere, a meravigliarci, ecc. se non avessimo un corpo?

Il nostro ben-essere o il nostro mal-essere ci coinvolge, come persone, a 360 gradi: nel corpo, nello spirito e nella psiche (o anima). Più essi sono in armonia e più alto sarà il senso di realizzazione di noi stessi.

Da questo punto di vista, lo sport ha in sé una grande capacità educativa perché tocca e promuove la persona nella sua totalità, nei suoi aspetti fisici, psichici e spirituali appunto. San Giovanni Paolo II, nell'incontro con gli sportivi in occasione del Giubileo del 2000, aveva loro detto:

«Quello che fate nei vostri allenamenti per mettere il vostro corpo sempre più in grado di rendere il massimo nelle competizioni sportive, la Chiesa lo richiede su un piano più elevato per la vostra crescita spirituale. Sappiate cogliere nell'esercizio dello sport gli stimoli che esso vi offre per la vostra maturazione di uomini e di cristiani».

LA RICERCA DELLA PACE
Tra gli stimoli di cui dovremmo far tesoro anche nella pratica dello sport vi è anche quello che riguarda la costruzione della pace. Diciamo "costruzione", perché la pace non viene da sé. Bisogna, appunto, costruirla. E come una professionalità sportiva si costruisce allenandosi al fine di conseguire abilità fisica, maestria, tattica, capacità di concentrazione, ecc, così la pace si costruisce attraverso un allenamento continuo che porti ad appropriarsi in maniera sempre più convinta di quei valori che la compongono, e che sono presenti anche nella pratica sportiva.

Sempre san Giovanni Paolo II affermava:

«Grande importanza assume oggi la pratica sportiva perché può favorire l'affermarsi nei giovani di valori importanti quali la lealtà, la perseveranza, l'amicizia, la condivisione, la solidarietà. (...)

È interessante notare come la virtù della lealtà apre il breve elenco dei valori ricordati da Giovanni Paolo II. La lealtà, infatti, fa della competizione sportiva non solo un'occasione attraverso la quale esprimere i propri talenti, ma anche un'occasione per riconoscere che quello che siamo non ce lo siamo dati noi (noi semmai valorizziamo e facciamo fruttificare questi talenti) e essere grati a Colui che ce li ha donati perché noi li usiamo con lealtà.

Inoltre – continua Giovanni Paolo II – «Essi [gli sportivi] sono chiamati a fare dello sport un'occasione di incontro e di dialogo, al di là di ogni barriera di lingua, di razza, di cultura. Lo sport può, infatti, recare un valido apporto alla pacifica intesa fra i popoli e contribuire all'affermarsi nel mondo della nuova civiltà dell'amore» (Giubileo degli sportivi, Omelia di Giovanni Paolo II, Domenica, 29 Ottobre 2000.).

Soffermiamoci sull'espressione "pacifica intesa". Il giorno del mio insediamento a Montecassino ho rievocato – come simboli della pace – il grande portone d'ingresso (sovrastato dalla scritta PAX) e lo scalone che da lì conduce ai chiostri del monastero. Mi pare, infatti, che sia il portone sia lo scalone simboleggino bene la ricerca e la costruzione della pace, quella pace alla quale tutti aneliamo.

Si entra nella pace, e la si conquista, gradino per gradino, con gesti di bene seminati nei solchi della nostra quotidianità, giorno dopo giorno. È un percorso esigente, talora in salita, ma entusiasmante. E soprattutto è un percorso che parte dal nostro cuore. Lì la pace va innanzitutto accolta e vissuta, poiché non potremmo irradiarla attorno a noi se non la abitassimo noi per primi e non le permettessimo di abitare in noi.

Ora, ricercare e costruire la pace, per un cristiano significa ricercare quel "frutto dello Spirito" che ha nome: amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé (cf. Gal 5,22). È a questa pace, nella sua molteplice accezione, che dobbiamo allenarci giorno dopo giorno.

Una pace siffatta non è, allora, semplicemente l'assenza di contrapposizioni frontali, né il risultato di equilibrismi politici e di compromessi.

La pace familiare o comunitaria non è il risultato di una semplice convivenza, dove vige un tacito patto di non ingerenza e dove i membri di una famiglia o di una comunità vivono sì l'uno accanto all'altro, ma come delle monadi che si sfiorano senza realmente incontrarsi.

La pace vera e duratura è quella che nasce dalla gratuità dell'amore, quella che è frutto di un'interazione profonda con se stessi, con gli altri, con il mondo che ci circonda e con Dio. Essa nasce e si espande – come ci ricorda san Paolo – nella gioia, nella magnanimità, nella benevolenza, nella bontà, nella fedeltà, nella mitezza, nel dominio di sé (cf. Gal 5,22).

Ecco perché occorre che noi, in prima persona, siamo nella pace, e "risiediamo". Se la pace non abita prima nel nostro cuore, smascherando le pretese egoistiche che vi si annidano e contrastando in sul nascere ogni istinto di dominio, di sopraffazione, di violenza sull'altro, non potremo mai pensare di abitarla e di diventare, a nostra volta, "portatori di pace" (Mt 5,9).

Per diffondere la pace occorre, in primo luogo, amarla in noi stessi, perché prima che una conquista esterna, la pace è una conquista interiore, e la si raggiunge costruendola e custodendola giorno dopo giorno nel proprio cuore. Scriveva sant'Agostino: «Basta che tu ami la pace ed essa immediatamente è con te. La pace è un bene del cuore. Se volete attirare gli altri alla pace, abbiatela voi per primi; siate voi anzitutto saldi nella pace» (AGOSTINO, Discorso 357,2,3).

La pace non si improvvisa. Il desiderio di pace e le opere di pace si avverano e crescono nella misura in cui impariamo sempre più ad essere riconciliati con noi stessi, con gli altri, con il mondo che ci circonda, con Dio.

FATICA ED ENTUSIASMO
Come quello sportivo, anche il percorso della pace – se vuole raggiungere i suoi obiettivi – deve fondarsi su un impegno al quale si affianchi non solo una buona dose di entusiasmo, ma anche la consapevolezza che la fatica non può essere del tutto eliminata. Si tratta di due elementi all'apparenza contrastanti, ma che in realtà sono alla base di quelle conquiste belle e importanti che ci realizzano come persone.

Tuttavia anche la fatica, in certa misura, può essere condivisa. È importante, perciò, sentirci parte di una rete di amici e di persone che credono nella bontà della pace, anche quando dobbiamo costatare che attorno a noi vi sono molti esempi di sopraffazione e di violenza. Il sostegno di chi condivide le ragioni della pace è importante per non scoraggiarci e venir meno nei nostri propositi di bene.

DALL'ESPERIENZA SPORTIVA ALL'ESPERIENZA RELIGIOSA
Carissimi ragazzi, credo che il fatto di avere inserito nel programma dei vostri incontri una sosta in questa nostra Abbazia (celebre perché da qui si è diramato nell'Europa e nel mondo intero il monachesimo benedettino) possa costituire un'occasione propizia per rinsaldare il legame profondo che esiste tra l'esperienza sportiva e quella religiosa, dove  sia l'una che l'altra sono una scuola di vita.

Il legame sta nel fatto che anche l'attività sportiva può essere praticata in un'accezione molto più profonda rispetto al solo elemento competitivo, accezione che, oltre al personale ed intimo impegno, si apre – come accennavo sopra – anche al confronto e al rispetto dell'altro e all'assunzione di quei valori umani e spirituali che sono indispensabili per edificare un mondo più bello, più giusto, più vivibile, più fraterno.

Termino, dando la parola all'autore di una lettera biblica, quella indirizzata agli Efesini:
«13Prendete dunque l'armatura di Dio, perché possiate resistere nel giorno cattivo e restare saldi dopo aver superato tutte le prove. 14State saldi, dunque: attorno ai fianchi, la verità; indosso, la corazza della giustizia; 15i piedi, calzati e pronti a propagare il vangelo della pace. 16Afferrate sempre lo scudo della fede, con il quale potrete spegnere tutte le frecce infuocate del Maligno; 17prendete anche l'elmo della salvezza e la spada dello Spirito, che è la parola di Dio. 18In ogni occasione, pregate con ogni sorta di preghiere e di suppliche nello Spirito» (Ef 6,13-18).

 

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