Foglie d'edera, petali di rosa e profumatissima ginestra sulla Loggia del Paradiso ad accogliere la processione del Corpus Domini a Montecassino.

 

 Se da una parte siamo chiamati ad essere "tabernacoli" di Gesù, ossia a custodirlo in noi per vivere della sua presenza e della sua amicizia, dall'altra siamo chiamati anche ad essere "ostensori", ossia a mostrarlo agli altri attraverso la nostra testimonianza di vita.

 

Nelle parole dell'Abate Donato c'è tutto il senso della domenica di Corpus Domini, in cui ogni anno si ritrova e si rafforza l'importanza e la grandezza dell'ostia consacrata, del Corpo di Cristo. In occasione della solennità del Corpus Domini, infatti, si porta in processione un'ostia consacrata, racchiusa in un ostensorio, protetto da un baldacchino: viene adorato Gesù, presente nel Santissimo Sacramento.

E, come ogni anno, anche domenica scorsa nella Basilica Cattedrale di Montecassino alle 10:30, l'Abate Donato con la comunità monastica, ha celebrato la Santa Messa che si è conclusa con una suggestiva ed emozionante processione sulla Loggia del Paradiso. La Solennità del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo, solennità del Corpus Domini a Montecassino significa, infatti, oltre alla celebrazione in Basilica, aprire la Loggia del Paradiso per permettere alla processione di percorrerla e rientrare in Cattedrale per collocare l'Ostia consacrata nella cappella del Santissimo Sacramento.

In tante città si prepara anche l'infiorata, disegni a tema, realizzati con petali di fiori che colorano le strade e attirano tante persone che si ritrovano per ammirarli. Quest'anno, anche a Montecassino per la prima volta, ad accogliere la processione sulla Loggia del Paradiso c'erano foglie di edera, petali di rosa e profumatissima ginestra di montagna che guidavano verso l'altare e verso l'infiorata, realizzata da Benedetto Carello e Antonio Venuti, che hanno donato il loro tempo, la loro attenzione e cura affinché questo potesse avvenire.

La cornice indescrivibile della Loggia, la partecipazione numerosa di fedeli e visitatori, il silenzio spezzato solo dal suono dell'acqua della fontana nel chiostro dell'archivio e dalla preghiera corale di tutti i partecipanti, la vista sul cimitero polacco e sulla valle, il bianco della pietra di costruzione dell'Abbazia, ogni dettaglio ha contribuito a rendere indimenticabile la mattinata di domenica a Montecassino e, ai numerosi fedeli presenti, di vivere al meglio la Solennità, di sentirla in tutta la sua importanza nella vita di ciascuno.

A far sentire ancora di più la forza e l'intensità di questa festa, le parole dell’Abate Donato che trovate qui di seguito nel testo integrale della sua omelia.

CORPUS DOMINI
Anno B
Mc 14.12-16.22-26

L'alleanza
Le letture bibliche della solennità odierna sono attraversate da una parola che ne riassume il senso: «alleanza», ossia "legame", "comunione", quella che Dio ha da sempre desiderato instaurare con l'umanità. Questo legame di comunione, che nell'Antico Testamento era sancito col sangue degli animali sacrificati, diventa ora definitivo in Gesù, ratificato una volta per sempre dal suo sangue versato sulla croce.

L'alleanza eterna stipulata da Dio per l'umanità passa attraverso il sacrificio del suo Figlio, la sua Passione e morte di croce.

Il Signore ci vuole "sua casa"
Mentre il racconto della Passione di Gesù ci descrive quello che Gesù ha sofferto, il breve racconto dell'ultima cena – ripropostoci oggi dal brano evangelico – ci dice "perché" Gesù ha sofferto. Nell'anticipare simbolicamente la sua morte in croce, Gesù pone in risalto la logica che ha sempre guidato la sua esistenza e che raggiungerà il suo apice sul Calvario: il "dono di sé".

Gesù si dona a noi totalmente, in un sublime e gratuito atto d'amore. Neppure il suo corpo ha tenuto per sé, neppure il suo sangue ha conservato. Così facendo ci ha dimostrato che la legge suprema dell'esistenza e della sua autenticità è il "dono di sé". Come dire che chi non dà la sua vita non vive!

La redenzione apportataci da Gesù consiste esattamente in questo. Egli non ci ha solamente salvati, ossia liberati da una situazione di morte spirituale e materiale, ma ci ha anche redenti. Ha, cioè, voluto trasformare la povertà e la fragilità della nostra carne nella "casa di Dio", affinché potessimo, insieme con Lui, cogliere in ogni occasione di vita la possibilità di un atto di amore libero e gratuito a Lui e ai fratelli.

In quel pane e in quel vino che, in ogni Messa, vengono consacrati sull'altare è dunque racchiuso il mistero di questa donazione, il mistero di un Dio che ha "escogitato" il miracolo dell'Eucaristia – memoriale della passione e morte redentrice di Gesù – affinché Egli potesse continuare a venirci incontro nella nostra corporeità e abitare in noi con la forza della sua presenza.

Sì, il Dio-Amore, sotto le specie del pane e del vino, continua a "cercare casa" in ognuno di noi. E – pur riconoscendocene indegni – ogni qualvolta noi riceviamo la comunione è come se gli aprissimo la porta della nostra vita per permettergli di entrare ed abitare in noi.

«Prendete! Questo è il mio corpo... questo è il mio sangue»
In quell'imperativo "prendete!", nitido e preciso, vi è tutto il desiderio impellente di Gesù di diventare una cosa sola con noi, di permettere alla sua vita di scorrere nella nostra – come il sangue nelle vene appunto – e di modellarla a sua immagine.

San Leone Magno esprime verità con una formula felice: la nostra partecipazione al corpo e al sangue di Cristo non tende ad altro che a trasformarci in quello che riceviamo. Gli fa eco sant'Agostino, quando dice: «Vos estis quod accepistis – Voi siete quello che avete ricevuto/assunto».

Anche se siamo noi che, nel ricevere la comunione, assimiliamo materialmente il corpo e il sangue di Cristo, in realtà sono essi ad assimilare noi. Sempre sant'Agostino fa dire a Gesù: «Non sarai tu che assimilerai me a te, ma sarò io che assimilerò te a me». A differenza del cibo materiale che, attraverso i processi metabolici, si trasforma in chi lo ingerisce, nella comunione eucaristica accade il contrario: è Gesù che ci assimila a Sé e ci trasforma in Sé, affinché facciamo nostri i suoi stessi sentimenti (cf. Fil 2,5).

Infatti, Gesù ci dona il suo corpo e il suo sangue perché noi assumiamo il suo stile di vita, la sua fedeltà a Dio anche nelle prove, il suo modo di amare, di solidarizzare ed entrare in comunione con gli altri, di gioire e di piangere con essi; il suo modo di parlare e di guardare, i suoi gesti, la sua capacità di ascolto, il suo cuore.

Per molti. Tabernacoli e ostensori
Nel darci il suo sangue e il suo corpo Gesù vuole anche farci attenti al sangue e al corpo dei fratelli. Se "prendere" il corpo di Cristo e bere il suo sangue significa entrare nel suo modo di essere, allora il nostro modo di stare nel mondo deve essere capace di riconoscere nell'umanità intera – soprattutto nei deboli e negli indifesi – la carne di Cristo: «Quello che avete fatto a uno di questi piccoli l'avete fatto a me» (cf. Mt 25,40). Il corpo di Cristo non sta solo sull'altare dell'Eucaristia, ma anche sull'altare del fratello, dei poveri, dei piccoli, dei forestieri, degli ammalati, degli anziani, dei disabili, delle persone sole, abbandonate, disperate.

Insomma, se da una parte siamo chiamati ad essere "tabernacoli" di Gesù, ossia a custodirlo in noi per vivere della sua presenza e della sua amicizia, dall'altra siamo chiamati anche ad essere "ostensori", ossia a mostrarlo agli altri attraverso la nostra testimonianza di vita.

Che il miracolo del Corpo e Sangue del Signore si compia ogni giorno nella nostra vita, carissimi fratelli e sorelle. Amen  

 

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