"Come Dio è misericordioso con noi, così anche noi siamo chiamati ad essere misericordiosi con gli altri, a non giudicarli o condannarli, perdonandoli e, soprattutto, amandoli": l'Abate Donato nell'omelia della Notte di Natale.

Il caldo e rassicurante abbraccio della Notte di Natale accoglie tutti coloro che ad essa si affidano in cerca di protezione, per festeggiare con gioia la nascita di Gesù, maestro di amore incondizionato verso il nostro prossimo, un amore da donare sempre  senza mai stancarci.

Anche questa notte le luci della città vista dall'alto hanno accompagnato la salita di chi, sfidando la nebbia, ha percorso in auto i tornanti per aspettare con la Comunità monastica la nascita di Gesù.  

Al termine della celebrazione il tradizionale dono della compagnia dei Carabinieri di Cassino, del Maggiore Silvio De Luca, che anche quest'anno hanno contribuito ad arricchire il presepe di una figura pastorale femminile, che si  aggiunge così a tutte le altre donate con affetto e devozione negli anni passati.

 

 

Di seguito il testo integrale dell'omelia dell'Abate Donato. 

 

 

NATALE DEL SIGNORE
Messa della Notte


Carissimi,
siamo qui questa notte per proclamare la nostra fede in un mistero che stravolge gli schemi umani. Credere che in quel bambino fragile e indifeso, adagiato in una mangiatoia, c'è Dio è qualcosa che sorpassa la nostra intelligenza.

Eppure è proprio quello che stiamo celebrando: un Dio che, per amore, ha deciso di farsi uomo, di divenire uno di noi, per raggiungerci al cuore della nostra vita, illuminarla dal di dentro ed imprimerle una direzione sicura.

Sia il popolo che camminava nelle tenebre, di cui parla il profeta Isaia nella prima lettura, sia i pastori descritti nel racconto evangelico, sono un simbolo dell'uomo che vive nella stanza buia di un'esistenza dalla quale Dio è stato esiliato.

Sono, cioè, simbolo dell'uomo che, di fronte alle grandi domande: perché si vive? perché si muore? perché c'è la sofferenza? perché c'è tanto male, egoismo, odio, sopraffazione e violenza nel mondo?, si affida unicamente alla propria ragione e si accanisce nel voler trovare in se stesso e da se stesso una risposta che non lo induca alla disperazione.

Tuttavia quel popolo che camminava nelle tenebre e quei pastori avvolti dall'oscurità della notte sono anche un simbolo dell'uomo che anela con tutto se stesso a una "luce" che dia senso al proprio cammino.

Difatti, la simbologia della luce che squarcia le tenebre, presente sia nella prima lettura che nel Vangelo, indica una mutata condizione esistenziale, una vita, cioè, che si è lasciata avvolgere dal fulgore di Cristo, luce che dissipa le tenebre dell'angoscia, della disperazione, del peccato, del male e della morte.

La luce che, con la sua nascita, Cristo Gesù è venuto ad offrirci, è innanzitutto quella della prossimità di Dio. In Gesù Dio ha scelto in modo definitivo di stare vicino all'uomo e di mostrargli il suo vero volto, quello di un amore misericordioso che risana e salva.

Ora, celebrare la nascita di Gesù, che ha reso visibile e palpabile la misericordia del Padre, significa sentirci sospinti anche noi ad orientare la nostra vita su questa medesima lunghezza d'onda. Come Dio è misericordioso con noi, così anche noi siamo chiamati ad essere misericordiosi con gli altri, a non giudicarli o condannarli, sforzandoci di comprenderli, di perdonarli e, soprattutto, di amarli con quella sollecitudine paziente e fiduciosa che non azzera la speranza.

Perché questo si possa verificare nella vita di ogni giorno, occorre che facciamo nostre quelle due dimensioni che ci sono state indicate dalle letture: l'attesa vigilante e il cammino. 

La prima attitudine ci è suggerita dai pastori che, secondo una traduzione letterale del testo evangelico, «custodivano le veglie della notte» (Lc 2,8b). Essi non vivevano, cioè, quelle veglie notturne in maniera vuota e inoperosa. L'occhio desto e vigile del loro cuore ne perforava l'oscurità, quasi a discernervi i segni nascosti di un'alba luminosa per custodirli pazientemente nell'attesa del loro realizzarsi.

Proviamo ad identificarci con quei pastori: come loro anche noi siamo chiamati a scrutare con occhio vigile – per poi custodirli – i segni della presenza di Dio nella nostra vita e nella storia, personale, familiare, comunitaria. Questi segni ci parlano dell'amore del Signore che non cessa di accompagnarci, di illuminarci e di avvolgerci, e che è la causa di quella "grande gioia" che nasce dall'esperienza dell'immensa misericordia di Dio.

Quest'ultima, infatti, oltre che «condizione della nostra salvezza» – come ci ricorda papa Francesco – ci raggiunge anche come «fonte di gioia, di serenità e di pace», poiché «apre il cuore alla speranza di essere amati per sempre nonostante il limite del nostro peccato» (Misericordiae vultus, n. 2).

La seconda attitudine è descritta dalle parole iniziali della prima lettura: «Il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce» (Is 9,1).

Per andare incontro alla luce occorre mettersi in cammino, come hanno fatto anche i pastori, i quali «andarono senza indugio» alla grotta di Betlemme. In questo movimento possiamo scorgere il percorso della fede cristiana la quale, se è autentica, non è mai statica.

La fede, infatti, ci mette in moto, ci spinge ad andare incontro al Signore che viene e che ogni giorno ci chiede di aprirgli il nostro cuore perché possa nascere in noi e in mezzo a noi.

La fede è un cammino che conduce alla scoperta e all'esperienza di Gesù, all'incontro con Lui che – come scrive Don Tonino Bello – «ha da offrirci qualcosa di straordinario: il senso della vita, il gu¬sto dell'essenziale, il sapore delle cose semplici, la gioia del servizio, lo stupore della vera libertà, la voglia dell'impegno. Lui solo può restituire al nostro cuore, indurito dal¬le amarezze e dalle delusioni, rigogli di speranza».

La fede, infine, non può non portare all'annuncio e alla testimonianza. A tal proposito, mi limito a condividere con voi le parole della beata Teresa di Calcutta, parole che trasformo in un augurio per ciascuno di noi:

È Natale ogni volta
che sorridi a un fratello
e gli tendi la mano.

 

È Natale ogni volta
che rimani in silenzio
per ascoltare l'altro.

 

È Natale ogni volta
che non accetti quei principi
che relegano gli oppressi
ai margini della società.

 

È Natale ogni volta
che speri con quelli che disperano
nella povertà fisica e spirituale.

 

È Natale ogni volta
che riconosci con umiltà
i tuoi limiti e la tua debolezza.

 

È Natale ogni volta
che permetti al Signore
di rinascere per donarlo agli altri.

 

E così sia.

 

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