La nostra vita è caratterizzata da chiaroscuri, ma anche nelle circostanze negative possiamo riconoscere i segni della vicinanza di Dio e trarne insegnamenti: l'Abate Donato nel Te Deum di fine anno.

Bilancio dei mesi passati, propositi per il nuovo anno, amici e persone care accanto, questi gli ingredienti del pomeriggio del 31 dicembre appena trascorso in abbazia. Dopo i Vespri ed il Te Deum dell'Abate Donato, tutti i presenti si sono spostati nel Refettorio monastico per il tradizionale scambio di auguri.

Di seguito il testo integrale del Te Deum 

 

 

 

Montecassino
TE DEUM 2015

 


1. La gratitudine
Un altro anno è trascorso, e come quelli passati ha depositato nel nostro cuore azioni, sentimenti, emozioni di segno positivo o negativo, espressione di quei chiaroscuri dai quali la nostra vita è caratterizzata. E tuttavia, alla luce della fede, anche all'interno degli avvenimenti negativi ci è chiesto di rintracciare un segno, per quanto piccolo, che indichi la presenza di Dio, la sua vicinanza.

Dal punto di vista esterno, mi preme segnalare almeno due eventi positivi che hanno toccato la vita della nostra comunità monastica, mostrandoci la benevolenza di Dio: l'ingresso in monastero del giovane Antonio, che ha iniziato, e ormai sta portando a termine, il suo anno di Postulato, e la Professione monastica di D. Alessandro, che, per tre anni, ha pubblicamente espresso la sua volontà di donarsi al Signore e alla comunità, in attesa di trasformare questa sua offerta in una consegna definitiva.

Anche nella nostra famiglia monastica, come in qualsiasi altra esperienza umana, la perseveranza nel nostro impegno di vita si dispiega e si fortifica nelle azioni all'apparenza ripetitive, ossia nella quotidianità ritmata dall'ora, labora et lege. È soprattutto qui che l'incontro con il Signore e la comunione fraterna si sostanziano e crescono, e a questo livello ci sono tanti motivi per ringraziare il Signore e per affidarci con maggior decisione all'imprevedibilità della sua grazia.

Un segno grande di quest'ultima è stata indubbiamente l'apertura della Porta Santa. Come in tutte le Chiese Cattedrali del mondo, anche nella nostra, a Montecassino, abbiamo vissuto questo atto suggestivo che ci ha introdotto nell'Anno Santo straordinario della Misericordia.

Segno della perenne e consolante prossimità di Dio che non smette mai di venire incontro alle nostre necessità e ai nostri limiti con la potenza e l'abbondanza del suo amore misericordioso, questo evento di grazia trasformi anche il nostro cuore in una porta misericordiosa, capace cioè di accogliere la misericordia di cui il Signore ci fa oggetto per ridonarla, a nostra volta, a chi ci sta intorno.

Il pensiero, infine, non può non andare anche alle vicende che in questo ultimo scorcio dell'anno hanno interessato Montecassino, e che hanno suscitato incredulità, smarrimento e dolore. Mi limito semplicemente a ribadire la convinzione che nasce dalla nostra fede cristiana, e cioè che anche dalle circostanze negative è possibile trarre qualche insegnamento di vita.

Per noi monaci l'insegnamento consiste, soprattutto, nel rendere il nostro impegno e la nostra testimonianza ancor più fattivi e generosi. Solo così, infatti, potremo far risplendere la bellezza della vocazione benedettina a beneficio della Chiesa e di questo nostro mondo, così tormentato e bisognoso di luce e di pace. Sono certo che il Signore delle misericordie – assieme alla vostra amicale e orante vicinanza – non mancherà di sostenere questo nostro proposito.

2. Non siamo versi sciolti. L'interdipendenza dell'amore
E ora, con lo sguardo puntato sul nuovo anno ormai alle porte, vorrei offrire qualche spunto di riflessione che ci aiuti a vivere la nostra quotidianità alla luce della fede cristiana.

Da tempo ormai vi è un gran discettare sulla mutata condizione culturale del nostro Occidente. Sature di tutto, anche del superfluo, ma spesso vuote di quel che veramente conta, le nostre società occidentali hanno finito col trasformare parole gravide di verità e di responsabilità come "libertà" in una mera espressione di individualismo. Quest'ultimo ha raggiunto livelli tali che – secondo il filosofo cattolico Jean Luc Marion – la parola d'ordine non detta, ma dalla quale l'uomo contemporaneo è segretamente blandito e sedotto, è: «Io non devo niente a nessuno».

Conosciamo tutti la parabola del cosiddetto "Figliol prodigo", prodigo nell'andarsene da casa e nello sperperare le proprie sostanze, prima ancora che nel pentirsi e ritornare alla casa paterna. Il "Figliol prodigo" può essere assurto a figura emblematica di chi ritiene che tutto sia dovuto e che non si debba nulla a nessuno. Infatti, questo figlio dice al padre: «Dammi la parte di patrimonio che mi spetta» (Lc 15,12); chiede appunto quel che ritiene gli "sia dovuto", senza minimamente pensare al fatto che forse anche lui "doveva qualcosa" a suo padre: per lo meno quel senso di gratitudine per tutto quello che, a partire dal dono della vita, era ed aveva ricevuto: la famiglia e la comunità nella quale era cresciuto, l'educazione e i valori ricevuti che lo avevano formato, ecc. C'è voluto un forte scossone della vita e l'incontro con la misericordia divina per farlo rientrare in sé e recuperare così il senso del proprio cammino.

Forse, in fondo al cuore, siamo un po' tutti come il Figliol prodigo. A volte riteniamo di non "dover niente a nessuno". E ciò avviene a tutti i livelli della vita sociale e civile, a partire dal gradino più basso, quello delle relazioni che instauriamo quotidianamente con chi ci sta intorno, fino ai gradini più elevati, là dove sono in gioco i rapporti tra le nazioni e i grossi interessi economici e finanziari che talora esercitano un'influenza spietata nelle stanze dei bottoni. Ne è prova la crisi che ancora attanaglia molte famiglie.

Come credenti siamo chiamati a riscattarci con decisione dalla seduzione dell'individualismo e dell'egoismo, a cominciare da quelle innumerevoli, piccole occasioni che ci si presentano ogni giorno per scegliere e percorrere la via del bene, della condivisione e della solidarietà.

Il Vangelo ci invita costantemente a questo, ci fa percepire vivamente quel senso di interdipendenza che dovrebbe renderci consapevoli che ogni scelta che facciamo, ogni sentimento che manifestiamo e ogni gesto che compiamo si ripercuotono inevitabilmente su quanti ci circondano, nel bene come nel male.

Il poeta inglese John Donne (1572-1631) ha scritto quelle parole divenute note: «No man is an island, entire of itself – Nessun uomo è un'isola, completa in se stessa» (Meditation XVII). Nessun uomo, cioè, è completamente autonomo, perché nessuno può dirsi compiuto in se stesso.

Anche san Giovanni Paolo II affermava che «nessuna vita umana è una vita isolata, al contrario si intreccia con le altre vite. Nessuna persona è un verso sciolto. Facciamo parte dello stesso poema divino, che Dio scrive con il concorso della nostra libertà».

Sì, nessuno di noi è separabile dagli altri, nessuno è un "verso sciolto". La nostra stessa realizzazione come esseri umani dipende dalla bontà e dalla genuinità delle relazioni che intrecciamo con gli altri, relazioni che noi credenti – sulla scia di Gesù – dovremmo improntare alla carità responsabile: «Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri» (Gv 13,34).

San Paolo esprime questo reciproco senso di responsabilità e di mutuo affetto con la bellissima espressione: «Portate i pesi gli uni degli altri» (Gal 6,2). La carità consiste prima di tutto in questo: nell'accoglierci, nel comprenderci, nell'avere cura gli uni degli altri, nel sostenerci a vicenda e nel ricercare non il nostro tornaconto, ma quello che è utile all'altro (cf. 1Cor 10,24).

Sorelle e fratelli carissimi, l'anno nuovo ci trovi pronti ad intrecciare o re-intrecciare pazientemente legami di amore, di misericordia, di compassione e di perdono con chi ci sta accanto, foss'anche solamente per donare loro una parola buona o un sorriso.

«Donare un sorriso – scrive il padre Faber – rende felice il cuore. Arricchisce chi lo riceve senza impoverire chi lo dona. Non dura che un istante, ma il suo ricordo rimane a lungo. Nessuno è così ricco da poterne fare a meno, né così povero da non poterlo donare. Il sorriso crea gioia in famiglia, dà sostegno nel lavoro ed è segno tangibile di amicizia. Un sorriso dona sollievo a chi è stanco, rinnova il coraggio nelle prove e nella tristezza è medicina. E se poi incontri chi non te lo offre, sii generoso e porgigli il tuo: nessuno ha tanto bisogno di un sorriso come colui che non sa darlo».

Se ci accorgiamo che ci è difficile donare anche solo un sorriso, non esitiamo a chiedere al Signore di risvegliare in noi la gioia del dono, la gioia dell'amore misericordioso che Lui ci ha insegnato, affinché questo amore possa bruciare e consumarsi in noi come una «camicia di fuoco che forza umana non può levare» e grazie alla quale «noi viviamo, noi respiriamo soltanto se bruciamo e bruciamo» (Th. S. Eliot).

I santi Benedetto e Scolastica intercedano per noi presso il Bambino Gesù affinché ci accarezzi col suo sorriso e ci accompagni lungo tutto il corso del nuovo anno e sostenga i nostri passi. Amen

 

1 Te Deum Montecassino 20152 Te Deum Montecassino 20153 Te Deum Montecassino 20154 Te Deum Montecassino 20155 Te Deum Montecassino 20156 Te Deum Montecassino 20157 Te Deum Montecassino 20158 Te Deum Montecassino 20159 Te Deum Montecassino 201510 Te Deum Montecassino 201511 Te Deum Montecassino 201512 Te Deum Montecassino 201513 Te Deum Montecassino 201514 Te Deum Montecassino 201515 Te Deum Montecassino 2015