"La Pasqua di Gesù sia per tutti noi quella luce benigna che sorregge il nostro cammino anche quando esso si fa un po' oscuro e non ci incoraggia a benedire la vita": l'augurio dell'Abate Donato per la Santa Pasqua.

Negli occhi ancora la bellezza della Veglia pasquale e nella mente le parole pronunciate dall'Abate Donato, anche questa mattina le note del poderoso organo Mascioni della Basilica Cattedrale, magistralmente suonato dal M°Michele D'Agostino, hanno accompagnato con gioia la celebrazione delle 10.30 presieduta dal padre Abate che, anche nella omelia della mattina di Pasqua, ha consegnato importanti messaggi per la  vita di ciascuno racchiusi nell'episodio della Resurrezione di Gesù.

 

 Testo integrale dell'omelia:

 

 
DOMENICA DI PASQUA 2016


Gv 20.1-9

Giunta al sepolcro quando era ancora buio, Maria Maddalena vede che la pietra che chiudeva l'ingresso del sepolcro nel quale era stato posto il corpo di Gesù era stata rimossa. Che abbia subito pensato al trafugamento del cadavere è più che naturale. Chiunque, in quelle circostanze, lo avrebbe pensato.

Da questa costatazione deduciamo subito che cogliere la presenza del Signore Risorto a partire da un'assenza non è per nulla cosa facile. Non basta una tomba vuota per convincersene.

Il brano evangelico ci dice che per credere nel Signore risorto occorre una fede piena e limpida. Nell'annotare che la Maddalena andò al sepolcro «quando era ancora buio», l'evangelista – sotto il velo del simbolismo – non fa una semplice annotazione cronologica. Al contrario, vuol dirci che la Maddalena era ancora avvolta nelle tenebre del dubbio, del disorientamento e di quel senso di disfatta che la morte in croce del Maestro aveva generato in lei e in quanti avevano riposto in Gesù ogni speranza.

Certo bisogna riconoscere il coraggio della Maddalena che, benché profondamente delusa, si mette in cammino, non si rassegna al fatto che tutto sia finito... Forse, chissà, il vedere la tomba, oltre che al timore del trafugamento, avrà suscitato qualche speranza nel suo cuore. Per questo corre ad avvisare i discepoli.

Se la sua fede era avvolta dal dubbio, nel cuore sopravviveva la fiamma dell'amore. È quest'ultimo che mobilita dapprima la Maddalena e poi Pietro e Giovanni che corrono anch'essi al sepolcro. Quando vi giungono e vi entrano, mentre del primo si dice che «osservò», ma non se abbia creduto, del secondo si dice espressamente che «vide e credette».

Ci voleva uno sguardo di fede, quello che guidava l'apostolo Giovanni e che gli aveva fatto comprendere, con un'interiore certezza, che qualcosa di immensamente grande e incomprensibile alla ragione doveva essere capitato al corpo di Gesù, e che esso non era stato trafugato. E tuttavia, sebbene genuina e autentica, anche alla fede di Giovanni mancava qualcosa.

Sia a lui che a Pietro mancava la "comprensione delle Scritture", la quale permette di credere anche senza vedere. Questa è la fede ecclesiale, grazie alla quale i credenti che appartengono al tempo della Chiesa – e tra di essi ci siamo anche noi – possono credere. La loro fede, infatti, si appoggia sulle Sacre Scritture che veicolano la testimonianza di chi ha visto la tomba vuota e, soprattutto, di chi è stato testimone delle apparizioni del Signore risorto.

Da questa costatazione deduciamo due riflessioni:

– In primo luogo, che la fede in Cristo, per quanto implichi necessariamente un rapporto intimo e personale con Lui non riguarda solo noi stessi, ma presuppone un'interazione con i fratelli e le sorelle che condividono la stessa fede.

La fede cristiana è una fede che ha bisogno di esprimersi all'interno del "corpo di Cristo" che è la Chiesa, e di essere nutrita e sostenuta dal corpo ecclesiale. Infatti, è dalla Chiesa, fondata sugli apostoli, che abbiamo ricevuto la fede. Non ce la siamo procurata da noi stessi.

– In secondo luogo, le Sacre Scritture, ossia la Parola di Dio, ci aiuta a radicare la nostra fede sul fondamento del mistero pasquale di morte e risurrezione di Gesù. Non solo della risurrezione, ma anche della croce, che con la risurrezione fa un tutt'uno. La croce, infatti, rimane per il credente il simbolo più potente e prospettico di una vita offerta fino in fondo secondo la logica del dono di sé, di una vita che "cerca le cose di lassù" (2ª lettura), che non si lascia irretire dagli affanni del quotidiano e dalle sue preoccupazioni, né si lascia ammaliare da sentimenti di onnipotenza, ma confida nella presenza vivificante del Risorto, che tutto trasforma in vita nuova.

La Pasqua di Gesù, carissimi fratelli e sorelle, sia allora per tutti noi quella luce benigna che sorregge il nostro cammino anche quando esso si fa un po' oscuro e non ci incoraggia a benedire la vita; anche quando la storia ci appare travagliata e come alla mercé di eventi incontrollabili e portatori di morte.

Anche allora, la nostra fede nel Signore crocifisso e risorto mantenga quella chiarità e quella chiaroveggenza dell'amore che sa cogliere le tracce della presenza del Signore anche quando tutto sembra cospirare contro di essa.

Questo il mio augurio. Buona e santa Pasqua.

 

 

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