La “stabilità del cuore”, mutuata dalla stabilità monastica, può aiutarci a dare un significato alla nostra esistenza, a contrastare la paura del futuro e il moltiplicarsi delle divisioni: il Te Deum di fine anno dell’Abate Donato.

Come ogni anno, anche il 31 dicembre scorso, l'Abate Donato ha pronunciato il suo Te Deum di fine anno nella Basilica Cattedrale davanti alla Comunità monastica riunita nella preghiera dei Vespri, e a quanti erano saliti in Abbazia per ascoltare le sue parole. Dopo la preghiera, ci si è riuniti per il tradizionale scambio di auguri nel Refettorio monumentale.

 


TE DEUM 2016
Ab. Donato Ogliari


1. Uno sguardo retrospettivo
Sorelle e fratelli carissimi,
se gettiamo uno sguardo all'anno appena trascorso troveremo senz'altro desideri e progetti andati a buon fine, ma dovremo probabilmente registrare anche realizzazioni incompiute, pigrizie e lentezze nel nostro operato, omissioni – soprattutto, per noi cristiani, nel campo della carità –, esperienze che hanno causato sofferenza al nostro animo o comportamenti coi quali abbiamo ferito chi ci sta intorno. Ma il pensiero non corre solamente alle difficoltà incontrate personalmente o in famiglia o in comunità. Esso va anche agli eventi drammatici che si sono verificati in questo anno e che non ci hanno lasciati insensibili: dal terremoto nell'Italia centrale alla guerra in Siria, per non citarne che due.

Se dunque da un lato siamo infinitamente grati al Signore per avere – senza nostro merito – accompagnato con il suo amore ogni nostro respiro, ogni nostra conquista, ogni nostra gioia, ma anche ogni nostra delusione e ogni nostra pena, dall'altro non possiamo non affidargli quanti ancora vivono sotto l'imprevedibile minaccia della distruzione, della violenza e della morte. Il nostro grazie per i benefici ricevuti durante quest'anno che sta volgendo al termine, non si può dunque non fondere con l'accorata preghiera per quanti vivono nella sofferenza e che, accanto alla presenza consolatrice del Signore, hanno bisogno di sentire anche la nostra solidarietà materiale e spirituale.

Per quanto riguarda la piccola comunità monastica che abita su questo monte, desidero ringraziare il Signore per l'impegno che ciascun monaco profonde. Pur nella fragilità numerica nella quale ci troviamo, e in mezzo alle sfide poste dalla vita comunitaria, so che ciascuno di noi si sforza di attingere quotidianamente e con passione alla scola dominici servitii le ragioni della propria vocazione, e di far sì che la bellezza di quest'ultima si manifesti nell'unione fraterna dei cuori e delle menti.

Siano dunque rese grazie al Signore che sa trasformare anche la nostra piccola comunità in uno strumento di servizio amoroso a Lui, alla Chiesa e a questo nostro mondo così bisognoso di unità, di fratellanza, di giustizia e di pace.

Il Giubileo della Misericordia che ci ha accompagnato lungo quest'anno che volge al declino, rimanga la bussola a cui affidare il cammino di questa nostra comunità. La bontà di Dio possa – attraverso la nostra umile testimonianza – continuare a raggiungere e a parlare al cuore di quanti abitano questa Terra Sancti Benedicti e di quanti, al di là dei suoi confini, guardano a noi per essere rinsaldati nella fede, nella speranza e nella carità, ed essere così confermati sul senso del proprio vivere.

2. Uno sguardo in avanti
Una delle caratteristiche più appariscenti della nostra epoca "post-moderna" è proprio la difficoltà di dare un significato compiuto alla propria esistenza. Tale fatica è certamente resa più evidente dalla crisi economica ancora in corso e dalla disoccupazione che attanaglia le speranze di tantissimi giovani, e tuttavia non può essere ascritta a queste sole congiunture.

Tra i molteplici fattori che ne sono all'origine, hanno un loro indubbio peso anche la frammentazione a cui il nostro vivere è sottoposto, l'individualismo montante coniugato ad un diffuso senso di solitudine e di "spaesamento", la paura del futuro e il moltiplicarsi delle divisioni e delle contrapposizioni che a volte sembrano aver la meglio sulla ricerca della concordia e della collaborazione, sia a livello locale che mondiale.

Inoltre, dietro a tutto ciò – almeno nelle nostre società occidentali – vi è spesso la convinzione che sia possibile vivere senza Dio e che si possa bastare a se stessi semplicemente ponendosi come misura di sé e della realtà. Purtroppo bisogna costatare che l'uomo d'oggi non si percepisce più in maniera scontata come proveniente dalle mani del Creatore, né vive nella prospettiva di un futuro ultraterreno nel quale ricongiungersi a Lui. Contando solo su se stesso, e sganciato volutamente da qualsiasi riferimento a Dio, l'uomo sceglie di vivere "senza cielo".

Una volta, però, che Dio è stato estromesso dalla propria vita, una volta cioè che l'uomo ha scelto di vivere "senza cielo", tutto – speranze e delusioni, successi e sconfitte, vita e morte – finisce col consumarsi qui, sotto il cielo. Alla metafora cristiana dell'uomo come "pellegrino", che cammina, sorretto dalla fede, verso la città celeste, si sostituisce quella del "nomade" o del "vagabondo" che erra senza méta, senza un traguardo preciso, nella notte del mondo. Perciò non ci si meraviglierà se, anziché essere animato dalla speranza di un futuro migliore, l'uomo contemporaneo appare soprattutto angosciato dall'incertezza che questo stesso futuro sembra riservargli.

Il credente, invece, non teme di alzare lo sguardo al cielo e permettere a quest'ultimo di impregnare di sé la vita di quaggiù con la sua luce e la sua forza. A noi, sorelle e fratelli carissimi, tocca decifrare le tracce di Dio nel tempo e nella storia, sia a livello personale che familiare o comunitario, sia in ambito religioso che civile. Quelle che Dio ci lascia, sono tracce di un disegno di amore fedele e perseverante, che non viene mai meno, neppure di fronte ai nostri rifiuti e alle nostre innumerevoli contraddizioni.

La stabilità
Su questo sfondo, credo che il contribuito specifico che una comunità monastica possa offrire a tanti uomini e donne del nostro tempo, spaesati e confrontati con la fatica di dare un senso al proprio vivere, sia quello della "stabilità".

Essa non va ovviamente intesa come mera stabilitas loci, ossia come un vivere "stabile" in un determinato luogo, poiché questo è ciò che la stragrande maggioranza delle persone già fa. Il senso profondo della stabilità monastica consiste nel desiderio di vivere stabilmente in Dio e con Dio, di vivere appunto sotto il suo sguardo di luce e di amore. Questa diuturna ricerca dell'amicizia di Dio e della sua comunione conduce il monaco lungo i sentieri dell'unificazione del proprio essere e, nello stesso tempo, lo apre alla sfida della vita comune e all'esercizio di un amore vicendevole sempre più puro e sincero.

Potremmo sintetizzare il significato della stabilità monastica con l'espressione "stabilità del cuore". Lo aveva ben intuito il Sommo Poeta quando, facendo parlare S. Benedetto, gli fa descrivere i suoi monaci così: «Qui son li frati miei che dentro ai chiostri / fermar li piedi e tennero il cor saldo» (DANTE, Paradiso XXII,51).

È dunque questo tipo di stabilità, quella del cuore, che fa il monaco "monaco", che lo rende "unificato", capace di affrontare con libertà interiore le prove e le esperienze di lacerazione che si affacciano sul suo cammino; ed è ancora questo tipo di stabilità che gli consente di mettere in atto il comandamento dell'amore dandogli la forza di comunicare attorno a sé un'atmosfera di pace e di misericordia.

Credo che, così compresa, la stabilità monastica abbia un significato anche per voi, fratelli e sorelle, che vivete nel mondo in un confronto più diretto con la "spaesamento" di cui soffrono molti nostri contemporanei che hanno scelto di vivere "senza cielo".

Anche a voi è richiesta la perseveranza, all'interno del vostro stato di vita, nei luoghi e nelle cose del vostro abitare, del vostro faticare, del vostro gioire e del vostro soffrire.

Anche a voi è chiesto di esercitarvi quotidianamente nella perseveranza, per sottrarvi ad un'esistenza superficiale, priva di una direzione precisa e di un senso che la sostenga nella fugacità dei giorni.

Anche voi siete sollecitati a perseverare fedelmente negli affetti e a improntare le vostre relazioni interpersonali a sincera carità, sì da creare un'atmosfera di concordia e di condivisione capace di contrastare le insidie sempre in agguato di quel nemico ferale che si chiama egoismo.

A noi tutti è dunque richiesto di coltivare con fiducia una stabilità che sia radicata in Dio e sia nutrita dalla sua grazia, dalla quale nascono, crescono e arrivano a maturazione l'intima pace del cuore e il sincero amore per i fratelli.

È alla luce di questa intima consapevolezza che formulo il mio augurio per l'anno nuovo che saluteremo tra poco. Ci accompagnino e ci sostengano nel nostro cammino l'intercessione e il patrocinio di Maria Santissima, madre di Dio e dolcissima madre nostra, e dei Ss. Benedetto e Scolastica. Amen