"Celebrare la nascita di Gesù significa, celebrare anche la nostra rinascita, riscoprire la nostra “dignità” di cristiani, di “figli di Dio”: Omelia dell'Abate Ogliari nel giorno di Natale.

NATALE 2014
Messa del Giorno

Cari fratelli e sorelle, 

tutto oggi risplende di luce e di gioia, com'è ovvio che sia. La commozione e lo stupore risvegliati in noi dal grande mistero della nascita di Gesù, nostro Salvatore, mistero che abbiamo rivissuto nella narrazione e nella celebrazione di questa notte, cedono ora il passo a un bisogno quasi impellente di fermarci ad adorare e a contemplare ciò che i nostri orecchi hanno udito e ciò che il nostro cuore ha trattenuto dentro di sé.

In questo ci aiuta la Liturgia della Parola: nella prima lettura, prorompente di gioia fin dalle prime battute, il profeta Isaia immagina poeticamente il messaggero che percorre le valli e oltrepassa le montagne con le ali ai piedi. Quei piedi che sono "belli", dice il Profeta, perché per mezzo loro il messaggero porta un messaggio di bene e di salvezza, e non vede l'ora di annunciarlo, pregustando in qualche modo già la contentezza di coloro ai quali questo messaggio è destinato.

Nella figura del messaggero possiamo intravedere

 

tutti coloro che Dio ha inviato per fungere da mediatori tra Lui e l'umanità: i patriarchi e i giusti dell'Antico Testamento, ma, soprattutto, i profeti che, in diversi modi, hanno trasmesso e fatto conoscere la parola di Dio e hanno preparato la via al Messia, a Gesù, il Salvatore.

Ora, con la nascita di Gesù non vi era più bisogno di messaggeri, poiché – come abbiamo sentito nella seconda lettura, tratta dalla Lettera agli Ebrei – Egli era il messaggero definitivo. In Gesù Dio ha parlato definitivamente, ha detto al Sua ultima parola, ha posto il Suo sigillo, per mezzo di "questo Figlio, che è irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza e sostiene tutto con la potenza della sua parola...".

Ma è soprattutto il brano evangelico proclamato poc'anzi – il sublime Prologo del Vangelo di Giovanni – ad aprirci orizzonti sconfinati e insieme arditi, facendoci affacciare sulle imperscrutabili profondità del mistero di Dio-fatto-uomo, del mistero del Verbo di Dio, la parola di Dio che si incarna, questa parola venuta ad abitare in mezzo a noi.

La chiave di volta che ci permette di gettare uno sguardo nel cuore di questo mistero è proprio rappresentata da quelle parole centrali del Prologo: "E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi".

Due precisazioni si impongono nei confronti di questa espressione:

1. L'evangelista, come abbiamo sentito, scrive: "Si fece carne", e non semplicemente: "Si fece uomo". Quest'ultima è, infatti, un'espressione generica che indica la natura umana in generale. Dicendo invece: "Si fece carne", Giovanni ha proprio voluto sottolineare la condizione di debolezza e di fragilità che caratterizza la vita umana, sottoposta appunto a ogni genere di limitazioni; sul piano fisico: la malattia e la morte; su un piano più propriamente spirituale e morale: un'istintiva ricerca egoistica e l'esperienza che ahimè tocca tutti anche se in gradazione diversa, l'esperienza del peccato ogni volta che facciamo prevalere il ripiegamento su noi stessi rispetto all'apertura e all'amore a Dio e ai fratelli.

Il "farsi carne" di Gesù dice dunque tutto il realismo di questo suo venirci incontro, un venirci incontro nel quale non ha mantenuto le distanze (come fa ad esempio un ricco quando si avvicina a un povero: può anche fargli l'elemosina, ma rimane ricco e continua la sua vita da ricco). Non coì Gesù, figlio di Dio, venendo in mezzo a noi ha operato una "full immersion" nella nostra carne, si è reso in tutto e per tutto simile a noi: non ci ha semplicemente toccato, ma è entrato nel pieno, nel vivo della nostra umanità per poterci salvare proprio a partire da questa nostra umanità ferita, bisognosa di luce e di salvezza.

2. La seconda precisazione, sulla stessa lunghezza d'onda della prima, dopo aver detto che il Figlio di Dio "si fece carne", l'evangelista Giovanni aggiunge: "e venne ad abitare in mezzo a noi", per esprimere che, in Gesù, Dio è ormai per sempre con noi, non di passaggio, è per sempre con noi. Secondo l'originale greco dovremmo tradurre: "Pose la sua tenda (eskénosen) in mezzo a noi", il che ci consente di cogliere ancora meglio la portata di questa Sua presenza e la modalità con cui Egli è in mezzo a noi.

La "tenda", infatti, era, come sappiamo nell'Antico Testamento, il luogo della presenza del Signore, nel deserto tutti vivevano sotto le tende, durante quella lunga peregrinazione dalla schiavitù dell'Egitto verso la Terra Promessa: e anche il Signore dimorava nella tenda cosiddetta del convegno, lì Dio manifestava la sua gloria; lì parlava a Mosè, lì radunava al suo cospetto Mosè, Aronne e il popolo.

Il Verbo di Dio fatto carne, ponendo la Sua tenda in mezzo a noi, vuol dirci che ora è Lui il luogo dell'incontro tra Dio e noi, tra la divinità e l'umanità. In Gesù e tramite Lui ci è data la possibilità di stabilire rapporti di comunione e di familiarità con Dio stesso. In altre parole, grazie alla sua Incarnazione, Gesù colma quell'abisso, altrimenti incolmabile, tra la nostra creaturalità e il mondo divino, facendo sì che quest'ultimo, il mondo di Dio, tocchi in profondità il nostro cammino umano e lo illumini di una verità tutta nuova e luminosa.

Ma la tenda ovviamente è anche simbolo di "precarietà", non è un edificio solido, in muratura e con questo, appunto, si vuole ancora una volta significare che il Figlio di Dio ha voluto assumere non solo la nostra umanità, ma anche la fragilità dalla quale essa è intrinsecamente segnata. Ed è qui che si rivela la Sua gloria divina, questo è il grande mistero: la gloria divina non si manifesta in cose meravigliose, stupefacenti, si manifesta nel fatto che Egli è venuto ad assumere la fragilità della nostra carne. Lì la Sua gloria divina si rivela massimamente, lì, nel fatto che Egli, figlio di Dio, Gesù, abbia voluto umiliarsi e abbassarsi per entrare nel vivo della nostra miseria per risollevarci da essa.

Eppure Gesù, pur essendo Figlio di Dio, ha dovuto scontrarsi con l'incomprensione e il rifiuto dell'uomo, resi ancor più acuti – come ci ricorda l'evangelista Giovanni – dal fatto gli provenivano dai "suoi", dalla "sua gente", ossia dal suo popolo,che avrebbero dovuto accoglierlo e che invece non lo ha riconosciuto né tantomeno accolto: "Venne fra la sua gente, ma i suoi non l'hanno accolto" (Gv 1,11).

E Gesù – lo sappiamo – non solo non fu accolto al momento della sua nascita (come non furono accolti la Sua Mamma Maria e Giuseppe perché entrambi hanno esperimentato l'estraneazione e l'indifferenza della gente: "per loro non c'era posto nell'alloggio"), ma Gesù questo rifiuto, questa estraneazione la sperimenterà durante tutta la sua vita, soprattutto gli anni che dedicherà al suo ministero pubblico. Anche lì sarà osteggiato e vilipeso fino a che lo metteranno a morte in croce.

È sempre stata una lotta incessante tra la "luce" che vuole donarsi agli uomini, e questi ultimi che, ottenebrati nel cuore cercano di allontanarla e di spegnerla quella luce, fino al punto di credere di poterla togliere di mezzo appendendo Gesù su una croce, come se quello avesse segnato la fine della luce, invece non ha fatto altro che metterla ancora più in evidenza.

Certo, quello di "non accogliere" Gesù, è un rischio che corriamo anche noi carissimi fratelli e sorelle, è il rischio che corre ogni uomo e soprattutto ogni uomo che si dice cristiano, quando l'incontro con il Signore e la disponibilità a lasciarsi trasformare da lui non sono fondati su una fede robusta. Allora si viene meno, allora anziché accoglierlo il Signore chiudiamo la porta del nostro cuore pensando di essere più felici e più tranquilli senza di lui.

Accogliere quel Bambino che giace nella mangiatoia, significa allora riconoscere, nella fede, che Egli ha "parole di vita eterna", parole che possono davvero incidere in profondità la gioia vera e la pace vera che Egli dà ai suoi, parole che danno una direzione solida alla nostra vita perché la innestano in Dio stesso, ci fanno assaporare la comunione con lui e ci rendono ricettacoli di una "vita nuova" che si dipana insieme con Gesù nella forza dello Spirito Santo.

È questo il dono che Gesù ci fa: con la sua nascita egli travasa in noi qualcosa della sua pienezza divina: "Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto e grazia su grazia" (Gv 1,16).

Celebrare la nascita di Gesù significa, dunque, celebrare anche la nostra rinascita e riscoprire la nostra "dignità" di cristiani, di "figli di Dio". Significa riconoscere in lui, il Figlio di Dio venuto in mezzo a noi, colui che ci trasforma in altrettanti "figli di Dio". Ancora una volta l'evangelista Giovanni nel suo prologo ci viene incontro con queste parole: "A quanti però l'hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio" (Gv 1,12).

Termino allora con una brevissima e antica preghiera che dedico a ciascuno di noi:

"Illuminato dallo Spirito,
battezzato nel fuoco,
chiunque tu sia:
monaco, vergine, sacerdote,
tu sei trono di Dio,
sei la dimora,
sei lo strumento,
sei la luce della divinità.
Tu sei Dio,
sei Dio, Dio, Dio...!".

A tutti auguri di buon Natale, anzi auguri di un Natale "buono"!

E cosi sia.

 

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