"Più amiamo Dio, più amiamo chi ci sta accanto":Le parole dell'Abate Donato nel giorno della Candelora nella Basilica di Montecassino.

PRESENTAZIONE DEL SIGNORE
2 febbraio 2015

Sono due le angolature che, seppur diverse ma convergenti, ci permettono di entrare nel cuore di questa festa della Presentazione di Gesù al tempio: la prima è quella che vede questa festa dalla parte di Dio, diciamo così e la seconda dalla parte di Maria e attraverso di lei anche dalla parte di ciascuno di noi.

Vista dalla parte di Dio si può guardare a questa festa come dalla parte di chi si riappropria di quella offerta: non viene presentato un capro, un agnello o una colomba, ma Gesù stesso che in quel momento si manifesta come Figlio di Dio, dunque il Signore si "riappropria" di colui che era già suo.

Perché Gesù si è incarnato nel seno della Vergine Maria per intervento divino dello Spirito Santo, dunque il fatto che sia presentato al tempio sta a richiamare come Egli, di fatto, sia già di Dio, perché è stato generato sin dall'eternità nel cuore della Trinità beata.


E questo lo manifestano anche i due vegliardi: Il vecchio Simeone e la profetessa Anna, che riconoscono il Messia in quel bambino che viene presentato al tempio, riconoscono colui che viene per essere "Luce e che illumina le genti", colui che è "salvezza di Dio", colui che è "gloria del popolo d'Israele". Dunque Dio che si riappropria del suo Figlio e ne sottolinea la natura divina, la missione speciale per cui Egli è stato inviato nel mondo a salvare l'umanità.

Ma oltre alla sottolineatura della natura divina di Gesù, al di là della condiscendenza divina, c'è anche lo scopo di questa stessa condiscendenza: un Dio che vuole esserci vicino; in fondo è il mistero dell'Incarnazione, il mistero del Natale e il messaggio che il Natale ci porta ogni volta.

In questo ci viene incontro, ci aiuta ad entrare in questo mistero, la Seconda Lettura, tratta dalla Lettera agli Ebrei: Gesù non è venuto per prendersi «cura degli angeli, ma della stirpe di Abramo » (Eb 2,16), di noi uomini dunque.

Assumendo la nostra condizione umana egli si è reso in tutto e per tutto solidale con noi. In tutto e per tutto, ad eccezione del peccato, Egli ci è vicino, ci è prossimo.

Questa è la bellezza, la profondità amorosa della condiscendenza divina: il Padre che ha voluto che suo figlio si facesse uno di noi per redimerci, per salvarci dal di dentro della nostra vita di cui egli stesso ha fatto esperienza.

Una condiscendenza, però, che in qualche modo ci mette anche in discussione perché, se Egli ha dimostrato attraverso il figlio la compassione che ha per ciascuno di noi, nello stesso tempo Egli è anche quella Parola che ci scandaglia in profondità, che ci mette a nudo, che rivela i sentimenti più profondi del nostro animo, che in qualche modo ci obbliga a posizionarci o con Dio o contro di Lui. Aderire alla luce della Sua Parola e dunque al suo mistero di morte e resurrezione, oppure proseguire per nostro conto appoggiandoci su quell'autosufficienza umana che non porta da nessuna parte.

-La seconda prospettiva o angolatura è quella, come dicevamo, dalla parte di Maria, la Madre di Gesù, e quindi anche nostra: se Dio si riappropria di colui che era già suo, Maria si espropria, avviene in lei una sorta di spossessamento. Certo Maria sapeva che colui che era nato nel suo seno non era frutto di un intervento umano, ma divino, e ciò nonostante era suo figlio, l'umanità, la carne gliel'aveva data lei attraverso la sua carne. Eppure in quel momento Maria è chiamata già a spossessarsi di ciò che era anche suo, a ridonarlo a Dio Padre.

Con questa docile sottomissione al piano di Dio, Maria inizia dunque il suo personale itinerario di consegna o donazione del figlio che aveva dato alla luce, che durerà tutta la sua vita. Ciò le sarà ricordato ad esempio attraverso le parole apparentemente dure che Gesù le rivolgerà al momento del suo ritrovamento tra i dottori del tempio, quando dodicenne disputava con loro, si sentirà dire, assieme a Giuseppe: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?». Questo spossessamento continuo, graduale di Maria che si compirà in maniera decisiva e perfetta sul Calvario quando Gesù donerà se stesso al Padre per la nostra salvezza.

Questa offerta di Gesù che in Maria è uno spossessamento, noi lo viviamo soprattutto ogni volta che celebriamo l'eucaristia. Qui, dove rendiamo a Dio il sacrificio perfetto, siamo inseriti anche noi, in quell'offerta di Gesù c'è anche ciascuno di noi e ogni qualvolta celebriamo l'eucarestia siamo invitati a proseguire in questo cammino di spossessamento di noi stessi perché in noi possa dimorare sempre di più il Signore e perché quello che noi siamo e abbiamo possa sempre e di più avere un referente al di fuori di noi cioè un fratello o una sorella che attende il dono di noi stessi.

Solo così entriamo veramente nell'offerta di Gesù, solo così, come Maria, lo ridoniamo ogni volta daccapo in ogni celebrazione eucaristica e solo così potremo donare agli altri quella luce che egli dona a ciascuno di noi.

Questo è l'augurio che faccio a tutti noi e in particolare a noi monaci visto che oggi la Chiesa celebra anche la giornata dei consacrati e delle consacrate, un'occasione in più per riscrivere nel desiderio, da tradurre poi nell'impegno, la nostra adesione piena al Signore, per imparare ad amare sempre di più Lui e i fratelli che ci ha posto accanto.
E così sia!


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