IL "DI PIÙ" IN SAN BENEDETTO IN MARGINE ALL'OSSERVANZA DELLA QUARESIMA.

IL "DI PIÙ" IN SAN BENEDETTO
IN MARGINE ALL'OSSERVANZA DELLA QUARESIMA
Ab. Donato Ogliari osb

Parlare di "vita spirituale", per il cristiano, significa innanzitutto parlare di una vita animata e sostenuta dallo Spirito Santo. È alle sollecitazioni di quest'ultimo, infatti, che il cuore è chiamato ad aderire e a tradurre fattivamente nella trama della vita quotidiana. In altre parole, se è lo Spirito a infondere in noi la luce e la forza necessarie per vivere integralmente la fede cristiana, occorre tuttavia che aderiamo liberamente e responsabilmente a questa presenza che traccia nel nostro cuore il cammino della sequela Christi. Tale adesione, di conseguenza, porta ad operare determinate scelte volte sia ad assumere o incrementare comportamenti e stili di vita che siano in consonanza col Vangelo, e sia a rinunciare a tutto ciò che vi si contrappone.

All'interno di questo cammino vi sono anche delle scelte che appartengono alla dimensione cosiddetta "supererogatoria", scelte cioè che travalicano le ordinarie esigenze del battesimo, e la cui assunzione ha come scopo un più incisivo e spedito progresso spirituale. Si tratta di opzioni che coinvolgono un "di più" e che, supportate da un generoso slancio del cuore, sono dettate dal desiderio di vivere con maggior intensità la ricerca del Signore e della sua volontà d'amore.

È precisamente in questo senso che Benedetto, nel capitolo dedicato all'osservanza della Quaresima, parla di un "di più" e di un "di meno". Invitando il monaco ad aggiungere (augere) e a sottrarre (subtrahere) qualcosa in più rispetto al consueto servizio quotidiano – e più specificamente ad aggiungere orazioni particolari, astinenze da cibi e bevande, e a sottrarre al proprio corpo un po' di cibo, di bevande, di sonno e un po' di loquacità e di svago – Benedetto gli addita la via dell'offerta di sé animata dalla gioia del desiderio dello Spirito Santo . Gli indica, cioè, alcuni ambiti nei quali operare un accrescimento o una diminuzione, al fine di meglio cogliere la voce dello Spirito che dimora nel suo cuore e che lo invita a seguire gioiosamente il Signore.

Sta qui la motivazione portante e la finalità "spirituale" del "di più" e del "di meno" prospettati da Benedetto: un aumento e una sottrazione che sono indicatori di un itinerario da percorrere in vista di una maggior conformazione al Cristo pasquale. In tal senso la Quaresima è il tempo propizio, il tempo favorevole (kairòs – tempus acceptabile: 2Cor 6,2), offertoci, qui e ora, quale occasione per "intensificare" questo incontro tra la nostra povertà e l'incommensurabile amore di Colui che ci chiama a condividere la sua amicizia: "C'è forse per noi, fratelli carissimi, qualcosa di più soave di questa voce del Signore che ci invita?" (RB, Prol. 19).

Su questo sfondo, desideriamo evidenziare brevemente e senza pretesa di esaustività alcuni ambiti che toccano la nostra vita interiore e il nostro modo di rapportarci a noi stessi, a Dio e agli altri.

1. La purificazione dei desideri: verso il "di più" dell'amore
Uno degli aspetti più decisivi del nostro cammino umano-spirituale è la capacità di esplorare le profondità del nostro essere e di ascoltare attentamente i desideri che ci abitano in profondità, un ambito, questo, particolarmente delicato, non solo perché tendiamo a vivere in superficie, ma anche perché, di fatto, quel che riusciamo a conoscere di noi stessi corrisponde solamente alla punta di un iceberg. Il più – e talora la parte più minacciosa del nostro io – ci sfugge. Scrive A. Louf:

"Il mondo dei desideri non è un mondo chiaro e semplice. I nostri desideri vi si aggrovigliano in un modo complesso e sottile che bisogna saper guardare con un certo umorismo. Essi sembrano sdoppiarsi, trascinarsi a vicenda, dissimularsi dietro altri desideri. Un desiderio può nasconderne un altro, all'infinito. Per di più noi siamo vagamente coscienti di ignorare i nostri desideri più segreti. La nostra cultura ha fatto sufficientemente proprie le principali acquisizioni della psicanalisi, cosicché noi siamo non poco irritati allorché un lapsus qualsiasi – parola o gesto "mancanti" – sembra tradire in noi dei desideri che non oseremmo a nessun costo ammettere, neppure a noi stessi.

Il motivo di tutto questo è semplice: non solo questi desideri sono difficili da identificare, ma sovente sono tali proprio perché sono difficili da ammettere. Il mondo dei nostri desideri infatti suscita in noi una folla di altri sentimenti che facciamo fatica a controllare. In testa a questi sentimenti vengono la vergogna e il senso di colpa. (...) Abbiamo a che fare qui con un ambito in cui colpa, peccato, senso di colpa, desideri, tentazioni, cattivi pensieri si trovano particolarmente aggrovigliati" .

Quanto detto ci riporta ad una verità di fondo, con la quale abbiamo a che fare pressoché quotidianamente, e cioè che il discernimento tra i desideri che ci aprono al bene e quelli che ci allontanano da esso non è così facile da operare come sembra, né tanto meno può dirsi scontato per il fatto che viviamo in un ambiente (ad esempio, il monastero) in cui tutto ci richiama (o dovrebbe richiamarci) la presenza di Dio e la nostra incessante apertura a questa presenza. Non è detto cioè che, per il fatto di abitare in uno spazio che Benedetto chiama "casa di Dio", l'esclamazione del salmista: "Davanti a te ogni mio desiderio" (Sal 38,10), si verifichi per ciò stesso automaticamente nella vita del monaco.

Può avvenire, infatti, che un desiderio non buono sia solamente travestito da bene e non conduca ad esso. Se un lupo rapace può travestirsi da pecora (cf. Mt 7,15), e se "anche Satana si maschera da angelo di luce" (2Cor 11,14), occorre vigilare affinché – al di là delle apparenze – non capiti anche a noi di travestire da bene un'inclinazione al male che si annida in noi.

Portiamo un esempio banale, ma concreto, di "travestimento" dei desideri, così come potrebbe capitare in un contesto di vita comunitaria o familiare: di fronte ad una carta gettata per terra o a una sedia fuori posto posso spontaneamente e di buon grado raccogliere l'una o sistemare l'altra, oppure posso passare oltre travestendo questo mio disinteresse con giustificazioni del tipo: «Non è di mia competenza», «Non voglio invadere il campo altrui!». Così come potrebbe anche darsi che l'astenermi dal raccogliere la carta da terra o dal risistemare la sedia fuori posto (un'azione normale per chi si sente parte viva di una famiglia, sia essa monastica o di sangue, e ha amore per le cose di tutti) sia stato dettato da un moto di ripicca o dal "desiderio" di "dare una lezione" all'altro, che è incaricato di quel particolare ambiente e che, a sua volta, in altre occasioni, non si è dimostrato attento alle mie esigenze e non mi è venuto incontro offrendomi il suo aiuto.

Se alcuni desideri, anziché spingerci a un "di più" di bene, ossia alla gratuità e alla gioia del servizio, ci spingono ad assecondare un "di meno" dettato da atteggiamenti egoistici ed antievangelici, allora è segno che questi desideri non sono bene ordinati, non sono cioè sostenuti e guidati dallo Spirito dell'amore, ma risentono delle contraddizioni che si annidano nel cuore umano, o fors'anche di antiche ferite che ancora non sono state raggiunte e guarite da questo amore. In tal caso occorre essere onesti con se stessi nell'ammettere e smascherare l'esistenza di questi "desideri travestiti" per poterli poi purificare.

2. Il "di più" del pentimento e del perdono
Neppure il riconoscimento della propria debolezza e dei propri peccati è un'operazione spontanea e scontata nella vita del credente. Questi, infatti, trova spesso mille e una motivazioni per autogiustificarsi, impedendo così al proprio cuore di aprirsi umilmente a quel "di più" che la grazia è sempre pronta ad offrirci. Isacco il Siro (VII sec.) così scriveva:

"Colui che conosce i propri peccati è più grande di colui che con la preghiera risuscita un morto (...) Colui che per un'ora piange su se stesso è più grande di colui che ammaestra l'universo intero. Colui che conosce la propria debolezza è più grande di colui che vede gli angeli" .

Provare sensi di colpa o piegarsi ai rimproveri e alle paure della coscienza, non è ancora riconoscere la propria fragilità permettendole di aprirsi al pentimento e al perdono. Questi ultimi fioriscono sui cocci della nostra umanità ferita, quando non si ha timore di sottoporla ai raggi della misericordia divina e anzi la si affida ad essa senza esitazioni e con umile fiducia.

In maniera un po' ardita – che va ovviamente compresa nel suo significato profondo – san Bernardo affermava che coloro che si fidano dell'onnipotenza misericordiosa di Dio "anche se ogni tanto cadono, non pensano che Dio ne sia adirato, ma ritengono al contrario che tutto stia cooperando al loro bene, in modo che possano rialzarsi più forti di prima" .

La stessa preghiera per ottenere il perdono dei propri peccati diventa una sorta di "azione di grazie" anticipata, tanto si è certi che la misericordia di Dio non mancherà di affrancare dal peccato chi vi si rivolge con "cuore affranto e umiliato" (Sal 50,19), e di far esperimentare quel "di più" della grazia che trasforma il pentimento sincero nella dolcezza e nella gioia della salvezza (cf. Sal 50,14).

3. Il "di più" o l'eccedenza dell'amore
Il "di più" che, come cristiani, ci è richiesto nelle nostre relazioni con gli altri, nasce dall'eccedenza dell'amore stesso di Dio: "Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito" (Gv 3,16). Questa eccedenza dell'amore divino è presente anche nello "svuotamento" operato da Cristo Gesù al momento della sua incarnazione, quando assume la condizione di servo, e nella sua stessa vita terrena, quando umilia se stesso facendosi obbediente fino alla morte di croce: "Egli, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l'essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini. Dall'aspetto riconosciuto come uomo, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce" (Fil 2,6-8). E ancora: "Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore" (Gv 10,11).

L'eccedenza dell'amore divino – che in Gesù si manifesta chiaramente nell'eccedenza della croce, simbolo supremo di amore – diventa anche il paradigma della sequela cristiana: "Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua" (Mc 8,34b). Ciò che importa è che questa sequela – che va di pari passo col rinnegamento di sé – sia impregnata di amore, quel "di più" di amore che è il segno autentico della fede in Cristo.

Emblematiche sono, in proposito, tre scene del Vangelo che hanno per protagoniste tre donne:
– la peccatrice che, in casa del fariseo Simone, bagna di lacrime i piedi di Gesù, li asciuga con i suoi capelli, li bacia e li cosparge di profumo (cf. Lc 7,36-50). A questa donna Gesù perdona i molti peccati perché ella ha manifestato un "di più": "ha molto amato" (Lc 7,47);

– Maria di Betania, che non esita a versare del "profumo molto prezioso" (Mt 26,7) sul capo di Gesù, profetizzando in tal modo la sua sepoltura. Il suo gesto, che provoca lo sdegno dei discepoli: "Perché questo spreco?" (Mt 26,8), è anche segno di quell'eccedenza dell'amore che, di fronte al Signore, non conosce misura.

– la Maddalena che si reca al sepolcro di Gesù "di mattino, quando era ancora buio" (cf. Gv 20,1). Ella rappresenta l'eccedenza dell'amore che non sa attendere la luce del giorno e che la sospinge ad andare dal suo Signore e Maestro. Questa medesima eccedenza la fa correre "da Simon Pietro e dall'altro discepolo, quello che Gesù amava" (Gv 20,2) per avvisarli che la tomba era vuota. Ma, soprattutto, quella medesima eccedenza d'amore la fa rimanere, "vicino al sepolcro" (Gv 20,11) anche dopo che i discepoli se ne erano tornati a casa. Qualcosa nel suo cuore, pur confuso e piangente, la faceva "stare" lì. Era il "di più" dell'amore, che di lì a poco sarebbe stato ricompensato dall'incontro con l'amato, il Signore risorto (cf. Gv 20,14ss).

L'eccedenza – e l'eccedenza dell'amore – è dunque la regola del Vangelo, la regola di chiunque desideri seguire Cristo e conformare la propria vita alla sua .

3.1. Il "di più" dell'amore nella preghiera umile e fiduciosa
Anche nella preghiera vi è un "di più" al quale affidiamo il nostro desiderio di vedere colmata la distanza tra Dio e la nostra povertà. Egli non solo ci affranca dai nostri peccati, ma ci riscatta anche dall'intrinseca caducità dell'esistenza umana. Cercare la comunione con Dio attraverso la preghiera, significa riporre la nostra speranza in Colui nel quale il nostro passaggio su questa terra acquista un senso ben preciso perché Egli ha un preciso disegno d'amore su ciascuno di noi. A Lui possiamo dunque rivolgerci con fiducia in ogni frangente della nostra esistenza, perché Egli è sempre attento a ciascuno a noi e ci ascolta sempre. Come scrive Benedetto XVI:

"Se non mi ascolta più nessuno, Dio mi ascolta. Se non posso più parlare con nessuno, nessuno invocare, a Dio posso sempre parlare. Se non c'è più nessuno che possa aiutarmi – dove si tratta di una necessità o di un'attesa che supera l'umana capacità di sperare – Egli può aiutarmi" .

I santi ci insegnano che la preghiera, quando è sorretta da una fede e da una speranza incrollabili, può attirare miracoli di ogni genere. Tra i tanti prodigi disseminati nella vita di Benedetto, pensiamo, ad esempio, a quello del giovane monaco che, rimasto schiacciato sotto il crollo di un muro, fu richiamato in vita dopo che il santo Patriarca aveva pregato "con più intensità del solito" . Ci sono elevatissime probabilità che la nostra preghiera non arrivi mai ad attirare tali prodigi, e ciò nonostante il Signore chiede anche a ciascuno di noi di sostenere con il "di più" della preghiera il diuturno impegno a cogliere la presenza onnipotente di Dio nella nostra vita e nella storia del mondo.

 

 

Quante situazioni di divisione, di violenza, di ingiustizia, di sopraffazione si consumano ogni giorno nel mondo – e forse anche nel nostro microcosmo (famiglia, comunità, ambiente di lavoro, ecc.) – e hanno bisogno di essere "risuscitate"! Come ha ben descritto il profeta Ezechiele nella visione delle ossa aride (cf. Ez 37), il Signore non lascia mai mancare il suo Spirito a chi opta per Lui e per la vita in Lui, e la preghiera è quell'arma potentissima messa nelle nostre mani per invocare il Signore e piegare il suo cuore verso il peccato e lo sfacelo del mondo, perché tolga il primo e salvi il secondo.

Il "di più" della preghiera risiede dunque nella fiducia in Dio che tutto può, una fiducia che è sempre corroborata dall'amore e dalla fede umile. E qui il nostro pensiero corre a due episodi narrati nella vita di Benedetto.

La prima – che non cessa di riempirci di rinnovata commozione ogniqualvolta la riaccostiamo – riguarda l'amore che deve accompagnare la preghiera e che fa sì che quest'ultima risulti gradita a Dio, un Dio che è Amore. Si tratta dell'episodio che narra dell'ultimo incontro di Benedetto con la sorella Scolastica. Rileggiamolo:

"Benedetto aveva una sorella, Scolastica, consacrata al Signore fin dall'infanzia: era solita recarsi da lui una volta all'anno. L'Uomo di Dio scendeva da lei, non lungi dall'ingresso del monastero, in un possedimento del medesimo.

Dunque, un giorno essa venne come al solito e il venerabile suo fratello discese da lei accompagnato da alcuni monaci. Si intrattennero tutto il giorno lodando Dio e parlando di cose sante. Verso l'imbrunire presero cibo. Mentre erano ancora a mensa e parlavano di cose spirituali, si fece tardi. La santa sorella gli chiese: "Ti prego, questa notte non lasciarmi! Rimaniamo qui fino a domani mattina, parlando delle gioie del Cielo". Benedetto le rispose: "Ma che dici, sorella mia? Io non posso rimanere fuori monastero".

In quel momento il cielo era terso, senza nuvola alcuna. Allora la pia donna, udito il diniego del fratello, pose sulla tavola le mani con le dita intrecciate e vi chinò il capo mettendosi a pregare il Signore onnipotente. Pochi istanti dopo, appena sollevò il capo dal tavolo, si scatenò tale tempesta di lampi e tuoni con un diluvio di pioggia tale che né il venerabile Benedetto né i fratelli presenti avrebbero potuto metter piede fuori della casa dove si trovavano. Scolastica, mentre poggiava la testa sulle mani, aveva versato sulla mensa un fiume di lacrime con cui ottenne di cambiare il sereno in pioggia. Il diluvio non si verificò poco dopo la sua preghiera, ma la preghiera e il diluvio furono così contemporanei che nell'istante stesso in cui alzava il capo dalla mensa tuonò e cadde la pioggia.

L'Uomo di Dio, vedendo che fra lampi, tuoni e pioggia a dirotto non gli sarebbe stato possibile rientrare in monastero, se ne rattristò e disse rivolgendosi alla sorella: "Sorella mia, Dio onnipotente ti perdoni! Che hai fatto?". Essa gli rispose: "Ecco, ho pregato te e tu non mi hai voluto ascoltare. Ho pregato il mio Signore ed egli mi ha esaudito. Adesso, se te la senti, esci pure, lasciami e torna al monastero". Così, lui, che non voleva restare, non potendo uscire vi rimase contro la sua volontà. E trascorsero vegliando la notte intera e si saziarono a vicenda parlando di argomenti spirituali.

Perciò ho detto prima che Benedetto aveva voluto qualche cosa, ma non aveva potuto ottenerla. Infatti, se guardiamo alle sue intenzioni, senza dubbio egli desiderava che il tempo rimanesse sereno, come lo era quando era disceso dal monastero. Ma contro il suo desiderio si oppose il miracolo, ottenuto dall'amore di una donna per la potenza di Dio onnipotente. Nessuna meraviglia, quindi, che una donna, bramosa di rivedere dopo lungo tempo il fratello, sia stata più potente di lui. Infatti, secondo la parola di Giovanni, "Dio è amore" (cfr 1 Gv 4, 8). Perciò, giustamente, fu più potente colei che amò di più! – Illa plus potuit quae amplius amavit!" .

La preghiera accorata che Scolastica – presentendo ormai prossima la morte – aveva rivolto al Signore affinché il colloquio col fratello potesse prolungarsi per tutta la notte, fu dunque ascoltata per l'amore intenso con cui ella aveva accompagnato la sua richiesta.

Il secondo episodio mette in discussione il credente che, stretto nella morsa delle difficoltà e delle prove, anziché dilatare gli spazi della fede e calcare i vasti campi della speranza e dell'amore, preferisce affidarsi esclusivamente al calcolo umano senza tenere in alcun conto il miracolo quotidiano che la fede stessa è già in se stessa, al di là degli angusti limiti delle nostre umane sicurezze.

Si tratta dell'episodio del miracolo dell'olio, tratto anch'esso dalla vita di san Benedetto, ci rivela, ancora una volta, le radici che sostengono e vivificano la nostra sequela Christi.

"Nel tempo in cui la carestia affliggeva la Campania, l'Uomo di Dio aveva dato ai poveri ogni cosa del monastero. Nella dispensa rimaneva solo un pochino di olio in un orciolo di vetro. Arrivò un suddiacono di nome Agapito, che chiese insistentemente un po' d'olio. L'Uomo di Dio, che aveva stabilito di dare tutto quaggiù per serbarsi tutto in Cielo, comandò di dargli quel poco olio rimasto. Ma il monaco addetto alla dispensa, udito il comando, preferì non obbedire.

L'Uomo di Dio dopo qualche tempo si informò se si fosse eseguito l'ordine. Il monaco rispose di no: se lo avesse dato, disse, non ne sarebbe rimasto affatto per i fratelli. Allora, adirato, comandò ad un altro monaco di gettare dalla finestra quel recipiente di vetro con il poco olio rimasto, perché della disobbedienza non rimanesse nulla. L'ordine fu eseguito.

Sotto la finestra si apriva un profondo precipizio, irto di rocce enormi. Dunque, l'orciolo fu lanciato. Ma, pur cadendo sulle rocce, non si ruppe, né l'olio si versò. L'uomo di Dio comandò allora di andarlo a riprendere e, avutolo, lo diede a chi glielo aveva richiesto.

Radunati, poi i fratelli, davanti a tutti rimproverò il monaco disobbediente per la sua mancanza di fede e per il suo orgoglio.

Terminato il rimprovero, Benedetto si mise in preghiera assieme ai fratelli. C'era là una giara per l'olio, vuota e con un coperchio. Mentre il Santo era in preghiera, il coperchio della giara cominciò a sollevarsi per l'olio che stava crescendo. Quando l'olio superò il bordo del recipiente, cominciò a colare sul pavimento. Il Servo di Dio, appena se ne accorse, concluse la preghiera. In quell'istante stesso l'olio smise di scorrere sul pavimento.

Allora ammonì di nuovo il fratello disobbediente, perché imparasse ad avere più fede e più umiltà. Il fratello ebbe vergogna, perché il venerabile Padre mostrava con i miracoli la potenza del Signore, nella quale esortava ad aver fiducia" .

La vita dei santi è ricca di scelte o comportamenti che la nostra ragione si affretterebbe a giudicare non oculati, e a volte addirittura insensati, ma che l'azione sottile e impenetrabile dello Spirito Santo ispira e porta a compimento col concorso dell'umile e incrollabile fede di questi amici di Dio .

3.2. Il "di più" dell'amore nelle relazioni con gli altri

L'altro, col quale mi rapporto nella mia vita quotidiana e che mi sta davanti come un "tu" unico e irripetibile, è parte ineludibile della mia autocoscienza spirituale, in quanto mi interpella ad uscire da me stesso per accoglierlo. Mi provoca cioè a un "di più".

Vorrei esemplificare questo "di più" al quale siamo pro-vocati, vorrei rifacendomi all'esortazione che san Benedetto rivolge all'abate, ma che può essere applicata a ciascuno di noi. Essa suona così: "Abbia cura di essere più amato che temuto" . Sono parole che racchiudono uno stile ben preciso al quale improntare le nostre relazioni interpersonali, invitandoci a far di tutto per rendere noi stessi amabili, poiché spesso l'efficacia del nostro relazionarci riposa su questa capacità. In altre parole, non basta che ci sforziamo di applicare il "comandamento nuovo" lasciatoci da Gesù (cf. Gv 13.34b) mettendoci tutta la nostra buona volontà nell'amare chi ci sta di fronte, se poi, di pari passo, non monitoriamo quegli aspetti del nostro essere e del nostro agire che potrebbero annebbiare o addirittura inficiare il nostro impegno in questa direzione.

In concreto, se mi pongo di fronte all'altro senza preoccuparmi di farlo in maniera serena e pacificante, e senza esercitare una qualche forma di autocontrollo sul mio modo di parlare e di agire, non potrò poi rammaricarmi se le relazioni che instauro risultano tese. Egualmente, se sbatto la porta in faccia a un fratello che mi chiede scusa per un piccolo torto, magari causato inavvertitamente, e assumo un atteggiamento permaloso, io impedisco che l'amore trionfi e regni sovrano al cuore delle mie relazioni. E ancora, se sono preoccupato a che tutto ruoti attorno a me e corrisponda al mio modo di pensare, di vedere, di giudicare, o se sono sfruttatore degli altri più che costruttore di legami fiduciosi e amicali, non potrò poi stupirmi o scandalizzarmi se non trovo in essi quell'accoglienza e quella comprensione che mi aspettavo.

"Aver cura di essere più amato che temuto", significa soprattutto adoperarsi per diventare amabili, facendo spazio all'altro nel mio cuore e nella mia vita, mostrandogli concretamente rispetto attraverso la delicatezza del mio tratto, cogliendo ogni occasione per dimostrargli apertura, fiducia, benevolenza. Se, infatti, è vero che il duplice impegno ad amare e rendersi amabili è reso possibile dallo Spirito dell'amore, è altrettanto vero che tale impegno è un'arte nella quale siamo chiamati ad esercitarci ogni giorno e nella quale, operando quelle "aggiunte" e quelle "sottrazioni" che si rendono necessarie, diamo prova di come l'amore sia possibile, e con esso l'unità dei cuori e la concordia delle menti (cf. Rm 12,9-18) .

4. Il "di più" del silenzio

Se il silenzio è in sé un valore che attiene alla vita di ogni uomo, per il credente esso si configura come un silenzio pieno di vita, come spazio ricettivo che immette nel dialogo con Dio e nel mistero d'amore che il Figlio suo Gesù ci ha reso accessibile.

Per il credente il silenzio è particolarmente associato all'ascolto della Parola di Dio. Egli "non ci parla affatto al di fuori del silenzio; poiché le parole di Dio non si mescolano con le parole e il tumulto degli uomini" . Ma se il silenzio è il luogo dell'incontro con il mistero di Dio che ci si rivela attraverso il dono della sua Parola, esso è, di conseguenza, anche il luogo della nostra risposta orante e dell'intimità comunionale con Lui. Tale intimità si configura anche come rinuncia, come "oblio di tutto ciò che in noi è ancora toccato dalla vanità, dall'egoismo, dalla sensualità, dall'angoscia, e che ci impedisce di esprimerci totalmente davanti a Dio. Questo mondo estraneo e disordinato, col quale ci identifichiamo troppo facilmente deve essere costantemente sorvegliato" .

È il silenzio tramite il quale si innalza l'edificio della preghiera e concediamo a Dio di entrare nella nostra vita purificandoci, illuminandoci e attirandoci a sé: "Quando la bottiglia è rimasta per qualche istante immobile – scrive Evagrio il Pontico – la sporcizia si deposita e l'acqua ridiventa chiara e limpida. Così il nostro cuore, quando trova la quiete e un profondo silenzio, riflette Dio" .

5. Il "di più" oltre il "qui e ora"

Vi è anche un "di più" escatologico, quello che ci rimanda alle cose ultime affinché gettino luce su quelle penultime, nelle quali si dipana la nostra vita di quaggiù. Il Signore ci chiede cioè uno sguardo che, senza evadere dalle realtà terrene, le sappia guardare con occhi capaci di leggere e interpretare gli accadimenti quotidiani alla luce di Dio.

Ricorriamo ancora una volta ad un episodio della vita di Benedetto, quello riguardante la famosa visione del mondo intero raccolto sotto un unico raggio di sole. Scrive san Gregorio Magno:

"Poiché era l'ora del riposo, il venerabile Benedetto ¬si ritirò nella parte più alta della torre; invece il diacono Servando si sistemò nella parte più bassa, collegata con quella più alta da una scomoda scala. Di fronte alla torre c'era un locale molto ampio dove dormivano i rispettivi discepoli. L'Uomo di Dio Benedetto aveva anticipato l'ora della preghiera notturna, vegliando mentre i fratelli riposavano ancora. A mezzanotte, mentre stava alla finestra in preghiera, all'improvviso vide una luce provenire dall'alto e disperdere le tenebre e splendere in modo tale da superare la luce del giorno. Durante questa visione avvenne una cosa meravigliosa, come in seguito narrò egli stesso. Eccola.

Davanti ai suoi occhi apparve il mondo intero come raccolto sotto un unico raggio di sole. Il venerabile Padre, mentre fissava lo sguardo in questo splendore di luce, vide che gli angeli portavano in cielo, entro una sfera di fuoco, l'anima di Germano, vescovo di Capua" .

Concludiamo lasciando la parola a Benedetto XVI che così commenta questo episodio:
"In questa immagine sono significativi tutti i particolari: la notte, la torre, la ripida scala, la stanza al piano superiore, lo stare alzato, la finestra. Tutto questo, al di là della descrizione topografica e biografica, ha una grande profondità simbolica: quest'uomo, con un lungo e faticoso cammino iniziato in una caverna presso Subiaco, è asceso sulla montagna e infine sulla torre. La sua vita fu un salire interiore, un gradino dopo l'altro, sulla «scala diritta».

 

È giunto nella torre e da lì nella «stanza al piano superiore», che fin dagli Atti degli Apostoli viene considerata come simbolo del raccoglimento volto verso l'alto, dell'ascesa, nel distacco dal mondo dell'operare e del fare. Egli sta alla finestra: ha cercato e trovato il posto per gettare lo sguardo al di fuori, il posto in cui si apre una breccia nel muro del mondo e lo sguardo si spalanca nell'aria libera. Egli sta in piedi. Lo stare ritti, nella tradizione monastica, è immagine simbolica dell'uomo che si è raddrizzato da un incurvamento, non è più rannicchiato così da dover guardare solo per terra, ha riacquistato il portamento eretto e così lo sguardo libero verso l'alto. Così egli diviene uno che vede.

 

Non è il mondo a farsi piccolo, ma la sua anima a divenire grande, poiché egli non è più assorbito dalle cose, dagli alberi che non lasciano riconoscere il bosco, ma ha conseguito uno sguardo sul tutto. Egli può vedere meglio, perché scorge il tutto dall'alto, e sa trovare questa postazione perché è divenuto interiormente grande. Si può avvertire qui l'eco dell'antica tradizione dell'uomo come microcosmo, che abbraccia il mondo intero, ma l'essenziale è appunto questo: l'uomo deve imparare a salire, deve divenire grande. Deve stare alla finestra. Deve stare in vedetta. E allora la luce di Dio può toccarlo, egli la può riconoscere e in virtù di essa acquisire uno sguardo d'insieme.

 

Non ci si può fissare sulla terra in modo così esclusivo da diventare inetti all'ascensione, al portamento eretto. I grandi uomini, che, nella paziente salita e sopportando purificazioni della loro vita, sono diventati capaci di vedere e perciò pietre miliari, segnavia dei secoli, possono dirci qualcosa anche oggi. Ci mostrano come pure nella notte si possa trovare la luce e come possiamo far fronte alle minacce montanti dagli abissi dell'esistenza umana, come si possa andare incontro al futuro capaci di speranza" .

 

Montecassino Altare Monaci