"Riconosciamo il bene nelle altre persone e percorriamo con loro il cammino dietro a Gesù": l’omelia dell’Abate Donato nel giorno dell’Assunzione.

Durante la ricostruzione di Montecassino un fotoreporter restituì all'abbazia una tela che aveva raccolto tra le macerie durante il bombardamento. Questo suo gesto permise alla comunità monastica di ricollocarla nel posto che occupava prima del bombardamento, privilegio toccato soltanto a questa tela del De Matteis che raffigura Maria Assunta in cielo e che è possibile ammirare nella cappella laterale a destra nella zona del Presbiterio della Basilica.

Chi era in abbazia sabato 15 agosto ha potuto individuare con facilità la cappella, illuminata per la ricorrenza del giorno. Una ricorrenza che per la Comunità monastica significa anche ricordare quel giorno di ottobre del 1964 quando Papa Paolo VI, riconsacrando la Basilica Cattedrale, la intitolò a S. Maria Assunta in cielo e a San Benedetto.

Qui di seguito la trascrizione del testo integrale dell'omelia dell'Abate Donato.

 

  

 

Solennità di Maria Assunta in cielo
Abate Donato o.s.b.

 

Il significato teologico di questa Solennità di Maria Assunta in cielo è efficacemente racchiuso nel Prefazio che canteremo tra poco, là dove si dice che Dio non ha voluto “che conoscesse la corruzione del sepolcro colei che ha generato il Signore della vita”. Si stabilisce, dunque, un intimo contatto, una strettissima associazione tra Maria, la madre, e il figlio suo Gesù. Come Egli, Signore e autore della vita, non poteva rimanere prigioniero dei lacci della morte, ma l’ha vinta con la sua risurrezione, così con l’assunzione al cielo è riservato a Maria il medesimo destino del figlio, quello di non conoscere la corruzione del sepolcro.

Il dogma dell’assunzione non riguarda esclusivamente Maria. Anche se tocca lei in maniera specifica e personale, questa festa dice qualcosa anche a noi. Nel destino di Maria è, infatti, racchiuso il destino di tutti i credenti e – oserei dire – di tutte le creature umane uscite dalla mano di Dio.

Noi crediamo che l’anima sia immortale, che, cioè, sopravviva alla morte del corpo, ma non dimentichiamo che, per quanto difficile da cogliere nella sua verità, anche la “risurrezione della carne” è oggetto della nostra fede. Noi crediamo che il nostro corpo sarà trasformato, trasfigurato, e che anch’esso – benché non sappiamo spiegare come – si unirà misteriosamente all’anima immortale per risorgere in Dio. A risorgere sarà, infatti, tutto il nostro essere, l’unità e l’unicità dell’anima e del corpo, perché siamo un tutt’uno.

Un destino bello, quindi, quello che ci attende e al quale, ogni tanto, ci farebbe bene pensare perché ci aiuterebbe a guardare alla nostra corporalità in modo diverso, non con gli occhi di chi la assolutizza e la idolatra, ma con lo sguardo di chi è consapevole che anch’essa è uscita dalle mani del Creatore, è una delle sue meraviglie. Perciò, essendo opera di Dio, il nostro corpo non può essere votato all’annichilimento, ma conoscerà esso pure, in Dio, la vita immortale. Dunque, assieme alla nostra anima anche la nostra corporalità, niente andrà perduto di quello che siamo, soprattutto il bene che compiamo in questa vita.

La liturgia di oggi ci offre alcuni spunti sul come percorrere questa nostra vita di quaggiù mantenendo lo sguardo proteso verso quello che ci attende un giorno.

Innanzitutto, la Prima Lettura, tratta dal Libro dell’Apocalisse, ci presenta una scena drammatica: una donna vestita di sole che sta per partorire un figlio e un drago rosso, simbolo del male, che attende di divorare il figlio appena partorito. Questa donna vestita di sole è immagine della Chiesa, anche se poi lungo i secoli la tradizione cristiana ha amato vedervi raffigurata anche Maria, colei che ha appunto generato il figlio di Dio. In ogni caso in questa donna vestita di sole, immagine della Chiesa, ci siamo anche noi. Anche noi oggi siamo chiamati a partorire Gesù attraverso le nostre parole e i nostri comportamenti, a testimoniarlo nel mondo e, soprattutto, a contrastare il male (il drago) nelle molte forme, spesso seducenti, con cui tenta di scardinare alla radice la nostra sequela di Gesù. Tuttavia, per quanto il male possa apparire sovrastante e invasivo, l’ultima parola appartiene a ciò che la “donna vestita di sole” rappresenta. L’ultima parola è di Dio. È della luce, di Dio e del Figlio suo Gesù, luce da luce. E questo è di incoraggiamento al nostro cammino di fede. La sostiene ogni giorno in mezzo alle piccole e grandi difficoltà che incontriamo sul nostro cammino.

Del Vangelo, ci soffermiamo solo sulla prima parte, là dove si dice che Maria “si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda”, dove abitava la cugina Elisabetta. Parte “in fretta”. Per comprendere questa espressione occorre collegare il brano della visita alla cugina Elisabetta a quello precedente, ossia all’annunciazione dell’arcangelo Gabriele a Maria. Quando, all’angelo che le annunciava che avrebbe concepito il Figlio di Dio, chiede: “Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?”, l’arcangelo risponde che ciò avverrà per opera dello Spirito Santo, quindi rimanda alla cugina Elisabetta: “Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio”.

 In Maria che corre in fretta verso il luogo dove abita la cugina Elisabetta non dobbiamo, quindi, vedere soltanto una connotazione cronologica (la premura di arrivare quanto prima dalla cugina per aiutarla), ma anche e soprattutto una connotazione qualitativa, che riguarda le disposizioni interiori di Maria: la sua vulnerabilità alla Parola di Dio, la carità gioiosa e il bisogno di condividere le cose di Dio.

Dall’ascolto fedele della Parola scaturisce la prontezza e la concretezza del partire, del fare. Maria si mette in cammino sospinta da un dinamismo prodotto dall’amore di Dio insito nella Parola. Quando la Parola ascoltata è divenuta luminosa dentro di noi, non c’è più alcun motivo per trattenerla. Dev’essere decisamente trasformata in azione, in missione. Commentando l’espressione “in fretta”, sant’Ambrogio scrive: “La grazia dello Spirito Santo non conosce ostacoli che ritardino il passo [non ammette indugi]”.

Maria parte in fretta sia per andare ad offrire il suo aiuto ad Elisabetta, ossia per trasformare l’ascolto in carità operosa , sia perché vuole costatare con gioia le meraviglie che il Signore ha compiuto nella cugina. Non perché abbia bisogno di una prova a sostegno della sua fede, ma semplicemente per rigioire in cuor suo delle meraviglie che il Signore, nella sua bontà, compie verso di noi.

Inoltre, potremmo vedere nell’espressione “in fretta” anche il desiderio di Maria di condividere l’esperienza della sua concezione verginale con chi, pure, era stata toccata dalla grazia, cioè con Elisabetta, che tutti dicevano sterile e che invece era incinta di Giovanni, il futuro battezzatore. Maria avverte un intimo bisogno di confrontarsi con qualcuno che, più di altri, può comprenderla perché è stata pure essa toccata dalla grazia del Signore.

Nell’espressione “in fretta” intravvediamo dunque qualcosa che fa anche al caso nostro. Maria ci invita a percorrere il cammino di ogni giorno con la prontezza e la solerzia di chi desidera accogliere e far spazio alla Parola del Signore nella propria vita, di chi aguzza gli orecchi del proprio cuore per riconoscere con gioia le meraviglie che Egli compie nelle pieghe della quotidianità, di chi va alla ricerca di persone che amano Dio per essere incoraggiati e fortificati circa il proprio cammino di fede. Questo relazionarsi positivo ci aiuta a crescere nella fede e ci sostiene non solo nei momenti di perplessità, ma anche nelle vere e proprie difficoltà che la vita può riservarci da un momento all’altro, nell’una o nell’altra forma.

Vorrei che la festa di oggi fosse davvero per tutti noi un’occasione per aprire di più il nostro cuore, per farlo respirare “in grande” e ricordarci che siamo fatti per la luce. La vita monastica, come dice san Benedetto nel prologo della sua Regola, è una “vita di luce”, ma anche quella di tutti i battezzati è chiamata ad essere tale, a motivo dell’intima unione prodottasi con Dio, che è luce, al momento del battesimo.

Siamo tutti chiamati ad essere luce per gli altri, ed ad esserlo soprattutto attraverso la nostra fede, a non avere timore di manifestarla, di viverla, soprattutto nei piccoli gesti e nelle piccole azioni di ogni giorno. È lì che il nostro cammino ha bisogno di essere irrorato con la forza e la luce della fede, con quella “fretta” che ha animato Maria, la fretta di riconoscere il bene e di coglierlo anche nelle tante contraddizioni della nostra storia, e soprattutto di coglierlo negli altri.

Ci aiuti la Vergine Santa. Stenda il suo manto materno su di noi e ci protegga. E così sia. 

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