"Dio premia con la sua consolazione quanti sanno tenere accesa la fiaccola della speranza": omelia dell'Abate Donato nel giorno della Presentazione di Gesù.

PRESENTAZIONE DEL SIGNORE
2 febbraio 2016

 

Nella scena della presentazione di Gesù al tempio non si fa alcun cenno ai sacerdoti e agli addetti al servizio del luogo di culto né alla ritualità che accompagna l'offerta di un bambino primogenito al Signore.

L'evangelista si dilunga, invece, a descrivere l'incontro dell'infante Gesù e dei suoi genitori con il vecchio Simeone, uomo giusto e pio, e con la profetessa Anna, di cui si dice espressamente che aveva ottantaquattro anni.

Sono questi due personaggi, infatti, ad occupare il centro della scena, in riferimento a Gesù. Riconoscendo in Lui il Salvatore atteso dalle genti, essi diventano portavoce del compimento di un'attesa durata secoli, attesa che il passare del tempo non aveva scalfito, ma che continuava ad ardere – come brace sotto la cenere – nel cuore di quanti "aspettavano" la consolazione d'Israele, come, appunto, il vecchio Simeone.

Il fatto che siano due vegliardi a riconoscere in Gesù l'Incarnazione di Dio evidenzia ancor più il contrasto tra la perenne novità incarnata dal Figlio di Dio e la vecchiaia del mondo non ancora illuminato dalla luce del Salvatore. La venuta di Gesù, luce del mondo, infonde in quest'ultimo una freschezza sconosciuta e un vigore nuovo, spalancando la vita su orizzonti infiniti.

Ma il riconoscimento di Gesù Messia da parte di Simeone e Anna ci dice anche che l'attesa non conosce età, che essa è parte integrante della vita umana, e che anche chi – a motivo dell'esperienza connessa con l'età avanzata – ha raggiunto un giudizio disincantato sulle cose e sul mondo, è chiamato a mantenere vivo il desiderio e a non distogliere lo sguardo dal futuro, sempre carico delle inedite potenzialità della grazia.

Chi cede al disfattismo e al disimpegno che ne deriva, rimarrà impermeabile a questo sguardo fiducioso sul mondo, e non saprà riconoscere in esso la presenza dell'eterna giovinezza di Dio. Solo un cuore docile saprà coglierla, un cuore che non si arrende ad una vita appiattita sul proprio tornaconto, un cuore che sa rinnovarsi continuamente e stupirsi delle infinite, piccole e grandi possibilità che il Signore ci offre per collaborare con Lui alla costruzione di un mondo migliore.

Come è accaduto per il vecchio Simeone, Dio premia con la sua consolazione quanti sanno tenere accesa la fiaccola della speranza e sanno vedere oltre le apparenze, anche quando l'orizzonte sembra rimanere chiuso ad ogni prospettiva di salvezza.

Questa consolazione divina racchiude, di fatto, una verità profonda, che è questa: Dio non lascia più l'uomo in balia di se stesso, prigioniero della sua solitudine. Nel Figlio suo Gesù, Dio si pone accanto all'uomo – ad ogni uomo – perché questi non si senta più solo. Il termine consolazione significa proprio questo: essere con chi è solo, affinché non lo sia più!

E l'uomo non è più solo precisamente perché in Gesù trova la via della salvezza, la via per realizzarsi pienamente come uomo e come figlio di Dio. Questa via è cadenzata da un duplice movimento, espresso nel Vangelo con le parole "caduta" e "risurrezione": «Ecco, egli è qui – dice Simeone a Maria – per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione – e anche a te una spada trafiggerà l'anima –, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori»

La caduta allude al crollo di tutti quei muri che, dentro di noi e attorno a noi, ergiamo contro il disegno di amore di Dio. La risurrezione indica la liberazione dall'autosufficienza che ci fa escludere Dio dall'orizzonte della nostra vita e dall'egoismo bieco che ci conduce ad essere insensibili, prepotenti e disumani nei confronti dei nostri simili.

Simeone, però, ci mette anche in guardia, dicendoci che stare dalla parte di Gesù – "prenderlo tra le nostre braccia" – significa diventare, come Lui, un «segno di contraddizione». Come a dire che la mentalità del mondo non sarà tenera con chi – in nome del Vangelo di Gesù, il vangelo dell'amore e della misericordia – opta per mettersi al servizio del bene per contrastare il male nelle sue forme più svariate. Chi fa questa scelta, deve essere disposto ad entrare nella logica della croce, a misurarsi con il paradosso di cui essa è portatrice, e cioè che alla luce, alla vera vita si giunge aderendo al mistero salvifico della croce: per crucem ad lucem.

Forse l'invito sotteso alle parole di Simeone, di entrare con decisione nel mistero di Gesù per essere "segno di contraddizione" nel mondo, può spaventarci.

Seguiamo allora le orme di Maria e Giuseppe e, per loro intercessione, chiediamo luce e forza per il nostro cammino. Ci aiutino essi a non aver timore di affidarci al mistero della croce e di attraversarlo con cuore docile e umile, riconoscendo a tale mistero il potere di associarci alla luce di Cristo e di trasformare anche noi in testimoni luminosi del suo Amore.
Amen

 

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