"Il solo benessere materiale non basta a soddisfare il desiderio di vivere in pienezza": l'omelia dell'Abate Donato nella domenica di Corpus Domini

 

 

CORPUS DOMINI – Anno C
Lc 9.11-17

 


Oggi come ieri, l'essere umano è esposto alla precarietà e alle vicissitudini della vita. Quando parliamo di ingiustizie sociali, di riduzione o scomparsa di valori che stanno alla base della convivenza civile, di crescente individualismo e indifferentismo, di angosce inedite, di passioni tristi che inaridiscono il cuore, etc., in realtà parliamo di cose che – pur con modalità e in contesti diversi – hanno da sempre caratterizzato l'esistenza umana.

E anche se oggi abbiamo raggiunto un benessere che in passato era riservato a pochi, vi è un dato costante che continua ad accompagnare l'uomo, un anelito che alberga al centro di se stesso: il desiderio di vivere in pienezza, desiderio che il solo benessere materiale non basta a soddisfare.

Il Regno di Dio, fonte di vita
Ecco perché nei confronti delle folle che lo seguivano, Gesù non si limitava a guarire quanti avevano bisogno di cure, ma parlava loro anche del "regno di Dio". Gesù è venuto sulla terra per dare un nome a quell'anelito che alberga nel cuore dell'uomo, quell'anelito all'assoluto che si chiama Dio. Ecco perché ogni sua parola, ogni suo gesto e ogni suo miracolo avevano Dio Padre come proprio fondamento e orizzonte.

Senza Dio e la luce della sua Parola; senza Gesù nel quale incontriamo il cuore misericordioso del Padre; senza lo Spirito Santo che ci illumina e ci vivifica, la nostra esistenza non troverebbe un senso duraturo, poiché niente fra le cose create potrà mai saziarla in maniera definitiva. Qualsiasi cosa si abbracci, essa lascerà sempre un vuoto dentro di noi.

«Congeda la folla»
I discepoli invitano Gesù a mandar via tutta quella gente che lo aveva seguito perché vada nei villaggi e nelle campagne dei dintorni a cercare cibo e ad alloggiare per la notte. Da una parte, gli a¬postoli hanno certamente a cuore la sorte di quella gen¬te: sono preoccupati del loro benessere fisico e vogliono evitare un disagio a cui sarebbe stato difficile rimediare, se avessero continuato a rimanere con Gesù. Dall'altra, però, è come se i discepoli gli avessero detto: congedali, e lascia che ognu¬no risolva i suoi problemi da solo.

In realtà, il non volersi occupare degli altri è proprio quello che Gesù non ammette. Egli è venuto perché aprendoci al Dio-Amore, aprissimo anche gli occhi verso le necessità altrui. È venuto perché imparassimo a servire, a creare comunione, a solidarizzare, a condividere. Ecco perché, capovolgendo il ragionamento dei suoi discepoli, ordina loro: «Voi stessi date loro da mangiare». Li invita, cioè, a vivere e ad agire nell'ottica della comunione, anche quando c'è poco da condividere («Non avevano che cinque pani e due pesci...»), perché non è la quantità che conta, ma l'intensità e la gratuità con cui si interagisce con il fratello che è nel bisogno.

È a questo punto che Gesù opera il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci.

Eucaristia: moltiplicazione della vita e condivisione
Che il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci sia una chiara allusione all'Eucaristia, lo si intuisce anche dai termini che vengono utilizzati. Sono, infatti, gli stessi che sono impiegati per descrivere l'istituzione dell'Eucaristia durante l'Ultima cena che Gesù ha mangiato con i suoi discepoli: prendere, recitare la benedizione (rendere grazie), spezzare, dare.

Dopo aver preso nelle sue mani quei pani e quei pesci, Gesù ringrazia il Padre che, anche nel poco, dimostra di essere vicino all'uomo. Poi spezza e dà. Quel gesto "eucaristico" celebra la moltiplicazione della vita.

Questo si ripete in ogni Eucaristia. Lì Gesù si dona a noi nel suo corpo e nel suo sangue, rende cioè accessibile a noi la sua persona, e ci invita ad entrare in comunione con Lui, con la sua storia, la sua testimonianza, il suo vangelo... E moltiplica il dono di sé tramite noi, chiamati a diventare a nostra volta pane spezzato per la vita degli altrui, ossia sacramento di unità, di concordia, di amore e di condivisione per chi ci sta accanto.

Nell'Eucaristia Gesù non ci dà dunque solamente la sua Parola, il suo Vangelo. Ci dà anche il suo corpo per farci comprendere che il nostro incontro e la nostra comunione con Lui non passano attraverso le idee, ma attraverso la concretezza del dono di sé nella vita di tutti i giorni.

E il fatto che «tutti mangiarono a sazietà», ci dice che il Signore non vuole escludere nessuno, e che la sua Chiesa dev'essere capace di proclamare il regno di Dio prendendosi cura di tutti e accogliendo tutti.

L'Eucaristia trasforma il mondo
Inoltre, nel prodigio del pane trasformato nel corpo del Signore, comprendiamo che anche la materia può diventare il tramite della presenza di Dio in mezzo agli uomini. Comprendiamo che Dio può dimorare ovunque e che il mondo terreno nel quale abitiamo e viviamo non si oppone alla sua presenza, non è lontano da Lui, ma può essere da Lui trasformato.

Anche la processione che faremo al termine della S. Messa, e nella quale porteremo nell'ostensorio il pane trasformato nel Corpo di Cristo, vuole indicare l'apertura al mondo – nella fattispecie, per noi, a questo nostro territorio – nel quale viviamo, lavoriamo, gioiamo e soffriamo, perché esso pure sia trasformato dal nostro impegno cristiano e diventi più giusto, più buono e più bello.
E così sia.

 

Per la realizzazione dell'infiorata si ringrazia Benedetto Carello, Antonio Venuti e Emilio Angelucci

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