Nella solennità di s.Benedetto, l'Abate Donato esorta a creare spazi di misericordia e di bontà per contrastare l'egoismo e l'ingiustizia.

Lunedì 11 luglio, la Comunità monastica di Montecassino ha festeggiato s.Benedetto Abate, patrono Principale d'Europa.

Quest'anno la solennità dell'undici luglio, oltre ad aver, come sempre, portato sotto lo stesso tetto le realtà della Fondazione s.Benedetto: Istituto s.Benedetto, Corteo Storico Terra Sancti Benedicti e Casa della Carità, ha visto "tornare a casa" anche tanti ex - collegiali che hanno riabbracciato il loro caro d. Germano dopo tanti anni.

La mattinata è iniziata con il tradizionale arrivo del pellegrinaggio a piedi lungo gli antichi sentieri che dalla città portavano in abbazia. D. Luigi Maria ha accolto i pellegrini all'ingresso del monastero lodando la loro forte fede che ogni anno li porta a raggiungere a piedi la casa di s.Benedetto e sottolineando come anche il cammino sia una forma giubilare, "un modo per vivere gli insegnamenti di s.Benedetto sotto il manto della misericordia".

Alle 10.30, poi, tutti riuniti in Basilica per la celebrazione solenne presieduta dall'Abate Donato che, nella sua omelia ha esortato a fare in modo che quest'anno della Misericordia non passi invano ma che lasci in ciascuno di noi un segno profondo, che faccia breccia nei cuori impietriti dal pregiudizio e dal sospetto e ci renda capaci di guardare chi ci è accanto con gli occhi dell'amore misericordioso.

Dopo la s.Messa, un momento conviviale nel refettorio monastico al quale ha preso parte anche il neoeletto sindaco della città di Cassino, Carlo Maria D'Alessandro, in veste non ufficiale, oltre ad alcuni ospiti della comunità Exodus di Cassino, agli Oblati di Montecassino, ai volontari del servizio d'ordine, ai ministranti e a tante persone che quotidianamente sono accanto alla Comunità monastica mettendo ciascuno a disposizione la propria professionalità e competenza.

Un grazie, come sempre, agli studenti dell'Istituto  Alberghiero di Cassino per il loro aiuto in sala e a Tiberio Tramontozzi per le sue creazioni in cucina.

 

Testo integrale dell'omelia dell'Abate Donato.

 

 

SOLENNITÀ DI S. BENEDETTO
11 luglio 2016
Ab. Donato Ogliari osb


Sorelle e fratelli carissimi,

vorrei rileggere insieme con voi la Parola di Dio che è stata proclamata in questa festa di S. Benedetto, alla luce sia dell'Anno giubilare straordinario della Misericordia sia delle sollecitazioni che ci provengono dalla Regola dello stesso S. Benedetto.

Creare spazi di misericordia e di bontà che contrastino l'egoismo e l'ingiustizia, è un'urgenza che tutti avvertiamo nel profondo di noi stessi, un'urgenza che le vicende, spesso tragiche, che ottenebrano la storia dell'umanità, rendono ancor più acuta.

Ma creare spazi luminosi di autentica umanità e spiritualità non è possibile se noi, per primi, non ci lasciamo raggiungere e orientare dall'amore misericordioso di Dio, un amore incommensurabile che, nonostante le contraddizioni che albergano in noi e attorno a noi, non viene mai meno.

Una massima contenuta nella Regola di S. Benedetto recita così: «Non disperare mai della misericordia di Dio» (RB 4,74). Come a dire: le braccia di Dio sono sempre spalancate, pronte ad abbracciare e a sostenere quanti ripongono in Lui la propria fiducia.

Questa la nostra certezza: qualsiasi prova o tentazione noi stessimo attraversando, e qualsiasi cosa il nostro cuore dovesse rimproverarci, l'amore misericordioso di Dio non smetterebbe mai di venirci incontro, poiché esso è infinitamente «più grande del nostro cuore» (1Gv 3,20b).

E non potrebbe che essere così, poiché – come afferma papa Francesco – la misericordia è il modo con cui Dio esprime «la sua responsabilità per noi. Lui si sente responsabile, cioè desidera il nostro bene e vuole vederci felici, colmi di gioia e sereni». Per questo ci ammaestra, ci richiama e ci attira a Sé con le spire dell'amore.

Non basta, però, sentirsi destinatari della misericordia di Dio. Occorre anche divenirne un riflesso per gli altri, come ci esorta Gesù: «Siate misericordiosi, come misericordioso è il Padre vostro che è nei cieli» (Lc 6,36).

La seconda lettura, tratta dalla Lettera di Paolo ai Colossesi, ci aiuta a capire che cosa dobbiamo fare, in concreto, per essere a nostra volta un segno di misericordia in mezzo agli uomini:

«[Scelti da Dio, santi e amati], rivestitevi dunque di sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di magnanimità, 13sopportandovi a vicenda e perdonandovi gli uni gli altri, se qualcuno avesse di che lamentarsi nei riguardi di un altro. Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi. 14Ma sopra tutte queste cose rivestitevi della carità, che le unisce in modo perfetto. 15E la pace di Cristo regni nei vostri cuori, perché ad essa siete stati chiamati in un solo corpo» (Col 3,12-15).

Solo rivestendoci di sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di magnanimità – che altro non sono se non i "tratti" della misericordia – sarà possibile giungere alla "sopportazione reciproca" e al "perdono vicendevole", segni concreti e inequivocabili della carità cristiana e del desiderio di vivere nella pace e nella concordia, segni che sono a fondamento di una comunità cristiana che si sforza di vivere e testimoniare la forza luminosa della fede cristiana

Anche S. Benedetto invita i suoi monaci ad impegnarsi secondo questo programma, e tuttavia, da buon realista, è anche consapevole che al quotidiano impegno ad edificare rapporti umani segnati dalla solidarietà e dall'amore vicendevole, si oppongono le debolezze della nostra umanità ferita dal peccato.

È a questo proposito che egli esorta i fratelli a «sopportare con massima pazienza le proprie infermità sia fisiche sia morali» (RB 72,5). Oltre alle debolezze di natura fisica – a motivo delle quali occorrerà prevedere un trattamento ascetico più indulgente e meno aspro verso chi è cagionevole di salute (cf. RB 34,1-5) – bisogna dunque tenere in conto anche le debolezze morali, quelle cioè dovute alla difficoltà di gestire quei sentimenti negativi che fanno capolino nel cuore e lo distraggono dalla fedeltà al Vangelo, o alle delusioni e frustrazioni che la vita ha portato con sé, o quelle bizzarrie legate al temperamento, con le asperità e le sue suscettibilità, che rendono difficile amare ed essere amati.

Poiché S. Benedetto, in un contesto di misericordia, parla di sopportazione delle debolezze morali, verrebbe da chiedersi quale sia il posto della giustizia. S. Benedetto non sfugge a questo apparente dilemma, e dà una risposta nella descrizione che egli fa dell'abate, descrizione che può essere estesa senza problemi a tutti noi:

«[L'abate] sia (...) misericordioso, e faccia sempre prevalere la misericordia sul giudizio (Gc 2,13b) per meritare anche lui lo stesso trattamento. Detesti i vizi, ami i fratelli. Anche nel correggere agisca con prudenza e sia attento a non eccedere, perché, mentre lui vuole raschiare via troppo la ruggine, non si spezzi il vaso. Non perda mai di vista la propria fragilità, e ricordi che non si deve calpestare la canna già piegata. Con ciò non intendiamo dire che lasci crescere i vizi, ma piuttosto che deve reciderli con prudenza e con carità, nel modo che gli sembrerà migliore per ogni persona, come abbiamo già detto» (RB 64,9b-14).

Come emerge chiaramente dalla citazione, la giustizia consiste nel combattere i vizi e nel reciderli, anche se con prudenza e carità affinché, insieme con essi, non soccomba anche la persona. Dopo, però, occorre guardare oltre, e questo lo può fare solo la misericordia, perché solo uno sguardo misericordioso può favorire la guarigione delle ferite dell'anima, e aprire quest'ultima alla speranza di un futuro rinnovato.

Lo stesso papa Francesco si muove lungo queste coordinate quando, nella Bolla di indizione del Giubileo, Misericordiae vultus, afferma che la giustizia «non è il fine, ma l'inizio della conversione (...). Dio non rifiuta la giustizia. Egli la ingloba e supera in un evento superiore dove si sperimenta l'amore che è a fondamento di una vera giustizia».

Solo la misericordia e il perdono – lo ribadiamo – sono in grado di offrire un'ulteriore possibilità per ravvedersi, convertirsi e credere in futuro migliore.

Infine, sempre tenendo sullo sfondo la misericordia, soffermiamoci brevemente sull'esortazione di Gesù, contenuta nel brano evangelico proclamato (cf. Gv 17,20-26), ad essere costruttori di unità. Sono sufficienti, al riguardo, due costatazioni.

a. La prima è l'insistenza di Gesù sulla "unità":

«tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch'essi in noi»; «Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell'unità»; «L'amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro».

Chiamati a partecipare dello stesso flusso di amore che unisce il figlio al Padre, siamo anche noi resi capaci di costruire la comunione tra di noi. La comunione alla quale attingiamo – quella divina – che è invisibile alla sua radice, diventa visibile nella sua attuazione pratica all'interno del corpo comunitario, quando cioè le nostre relazioni sono impegnate nell'edificazione dell'unità attraverso l'amore reciproco.

b. La seconda costatazione riguarda la preghiera di Gesù che, in questo brano, si spalanca su un orizzonte universale. Questo per dirci che l'unità dei credenti – così come la vuole Gesù – non può essere autoreferenziale, ma deve trasformarsi in testimonianza visibile e credibile anche per il mondo: «Perché il mondo creda che tu mi hai mandato» – dice Gesù.

Vi è, cioè, una responsabilità che stimola la comunità cristiana ad andare oltre la semplice ricerca del proprio beneficio umano e spirituale. L'unità dei credenti diventa perciò il segno tangibile della possibilità di vivere insieme nell'armonia, al di là delle differenze; diventa annuncio di speranza per quanti vivono la sofferenza dell'incomprensione, della discordia, della divisione, dell'aperta contrapposizione, per non dire della violenza bieca e omicida, figlia delle tenebre del male.

Non permettiamo, sorelle e fratelli carissimi, che questo Anno giubilare straordinario, dedicato alla misericordia, passi invano. Non permettiamo che il suo pressante messaggio – che condensa il Vangelo di Gesù – scivoli come acqua su cuori impietriti dal pregiudizio, dal sospetto, dalla chiusura, da pensieri e sentimenti negativi che impediscono di guardare a chi ci circonda con gli occhi di Dio, con gli occhi dell'amore misericordioso. S. Benedetto interceda per tutti noi. E così sia

 

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