"Non con un cuore pieno di sé, nella propria auto-referenzialità si può incontrare il Signore, ma nell'umiltà e povertà di spirito": l'omelia dell'Abate Donato nel giorno dell'Epifania

 

EPIFANIA 2017
Ab. Donato Ogliari

Come ci dice il Vangelo, i primi a cui è stata annunciata la nascita di Gesù, Figlio di Dio, non sono stati i grandi del tempo, le persone che contavano religiosamente e politicamente, ma dei pastori che passavano la notte all'addiaccio con i loro greggi nella campagna attorno a Betlemme. È a loro, a persone povere ed emarginate, che Il Salvatore si manifesta.

Oggi, solennità dell'Epifania - un termine greco che significa appunto "manifestazione" - con una modalità ancora una volta imprevedibile, il Vangelo descrive Gesù che si manifesta come Salvatore ai pagani. Essi sono rappresentati dai Magi, probabilmente dei sapienti - e più specificamentedegli astrologi - che provenivano dall'Oriente e che, guidati da una stella che ne annunciava la nascita, si erano messi alla ricerca di un re-Dio, il "re dei Giudei", per portargli i doni tradizionali della loro terra - oro, incenso e mirra - e per adorarlo.

Della manifestazione di Gesù ai Magi traspare innanzitutto l'aspetto universalistico. Poiché è venuto a salvare l'umanità intera, Gesù deve manifestarsi a tutti, non solo a quelli che appartengono al suo popolo e condividono la sua stessa religione. Egli oltrepassa il particolarismo ebraico. Il presepio deve allargarsi. Bisogna fare spazio anche per chi viene da lontano, ad ospiti imprevisti che non si conoscono, che non appartengono alla propria etnia, che hanno usi e costumi diversi, che non adorano lo stesso Dio, ma che sono, - essi pure - destinatari della salvezza. Quest'ultima, infatti, Gesù vuole annunziarla a tutti gli uomini, senza alcuna distinzione.

All'imprevedibilità della manifestazione di Gesù ai pagani, fa riscontro la scena, anch'essa imprevedibile, che i Magi si trovano di fronte. Si attendevano di trovare il "re dei Giudei", il Salvatore, in una dimora regale, e invece lo trovano in una casa umilissima e poverissima.

Anche dal punto di vista esteriore, la manifestazione del Figlio di Dio ai Magi coincide con quella avvenuta ai pastori. Come a questi ultimi l'umiltà e la povertà del luogo in cui Gesù era nato aveva voluto far comprendere che Dio era dalla loro parte e veniva ad assolare i loro cuori infondendovi una speranza e una gioia inedite, così, mostrandosi umile e povero anche ai Magi, aveva voluto far comprendere ai grandi e ai ricchi della terra che Dio non si fa trovare nella magnificenza, negli sfarzi e nella ostentazione di questo mondo.

Inoltre, la casa di Betlemme, caratterizzata dall'umiltà e dalla povertà, insegna in che modo è possibile incontrare, pregare e adorare il Signore in tutta verità: non con un cuore pieno di sé, ma nell'umiltà e povertà di spirito, come Gesù stesso dirà nelle Beatitudini: "Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli" (Mt 5,3).

Ma - ci chiediamo - di fronte a Gesù che si manifesta all'uomo, quali sono gli atteggiamenti necessari per cogliere tale manifestazione in tutta la sua portata? I Magi ci fanno da maestri.

a. Cercare. Giunti a Gerusalemme, i Magi chiedono: "Dov'è colui che è nato, il re dei Giudei?". Mettersi alla ricerca del Signore significa - come ci esorta la prima lettura - alzare lo sguardo oltre la grigia ripetitività dei nostri gesti, e guardarsi attorno per cogliere le tracce di luce che Egli dissemina un po' ovunque. Può capitare che lo cerchiamo nei luoghi sbagliati - come è successo ai Magi a Gerusalemme -, ma la ricerca non deve arrestarsi e deve continuare, facendo tesoro anche degli errori commessi volontariamente o involontariamente. Soprattutto, la ricerca delle tracce del Signore nella nostra vita deve essere condotta nella ferialità dei nostri giorni. È lì che, con cuore dilatato, dobbiamo spalancarci alla luce della grazia.

b. Andare. Al sorgere della stella, i Magi non si accontentarono di contemplarla, non se ne stettero, per così dire, ripiegati su se stessi, ma si misero in cammino, inseguendo quella stella spinti dal desiderio di capire di quale re-Dio fosse segno quella apparizione nel cielo. Il loro atteggiamento è un invito anche per noi a non starcene con le mani in mano, ma a metterci in movimento, mantenendo vivo e aperto sul futuro il cammino di ricerca del Signore. Ciò significa anche compiere un esodo dal proprio auto-centramento, dalla propria auto-referenzialità, per andare incontro al Dio che sempre ci viene incontro, in un cammino di ricerca di Lui che non conosce soste. Chi rimane immobile, pago delle mete raggiunte nel suo cammino spirituale, rischia di chiudersi alle novità dello Spirito e di arenarsi nelle sabbie di uno sterile quietismo.

c. Vedere. Nel cammino di ricerca, occorre mantenere uno sguardo di fede sulle persone, sulle cose e sugli eventi per scorgere in essi le tracce della presenza del Signore, tracce che ci conducano a prostrarci dinanzi a Lui e ad adorarlo. Questo avviene quando intravediamo la sua gloria divina nascosta o come racchiusa nell'apparente sconfitta: Gesù ha il volto di un povero (nasce in una stalla); ha il volto di un perseguitato (Erode lo vuole sopprimere); ha il volto di un profugo (ha dovuto riparare in Egitto con i suoi genitori per sfuggire alla violenza cieca di Erode); ha il volto di un rifiutato (i suoi connazionali e correligionari non l'hanno accolto).

Per vedere Gesù bisogna saper accogliere lo "scandalo della croce" che, nell'episodio dei Magi, nella volontà di Erode di sopprimere il Bambino, già si profila all'orizzonte. Per vederlo e adorarlo come un Dio-fatto-uomo, bisogna vederlo e adorarlo alla luce del dono di sé sulla croce, della sua offerta di amore apportatrice di salvezza. È nell'evento della croce, infatti, che è racchiusa la "manifestazione" del disegno di amore di Dio per noi, disegno confermato dalla risurrezione di Gesù.

È dunque in questo disegno di amore che anche noi, prostrati davanti al Bambino Gesù, desideriamo entrare, per prenderne parte ed esserne portatori e testimoni nel mondo. E così sia