"Il Signore risorto continua ad accompagnare i nostri passi incerti, a farsi presente nei luoghi della nostra vita ordinaria, del nostro operare, del nostro amare, del nostro gioire e del nostro faticare": l'Abate Donato nella Veglia Pasquale.

Più volte è stato detto di come la Veglia della notte di Pasqua in Abbazia sia qualcosa che difficilmente si riesce a descrivere con le parole e ancor meno con le parole scritte, perché le emozioni che convoglia sono davvero tante e diverse l'una dall'altra.

Il contrasto buio-luce, il fuoco, l'acqua, il cero pasquale, il prezioso rotolo dell'Exultet e l'esplosione della gioia nel Gloria suonato dal Maestro Michele D'Agostino : ogni aspetto contribuisce a conferire forza e vigore alle ore trascorse insieme nell'attesa della Risurrezione di Cristo.

Soltanto il pianto della piccola Sofia ha interrotto questa notte più volte il silenzio della Basilica prima che ricevesse il Battesimo dall'Abate Donato che, nella sua omelia ha ricordato anche lei, come si legge nel testo integrale di seguito trascritto:

 

 

VEGLIA PASQUALE 2017
Mt 28,1-10


Nessuno è stato testimone diretto dell'evento della risurrezione di Gesù, e perciò nessun evangelista l'ha potuta descrivere. Tuttavia che Gesù non giacesse più in potere della morte, ma fosse risorto, è documentato dalle testimonianze di coloro che sono stati destinatari delle sue apparizioni e che hanno potuto attestare che Egli era vivo.

Maria Maddalena e l'altra Maria sono tra costoro, e dal brano evangelico appena proclamato possiamo dedurre quegli atteggiamenti che consentono di riconoscere la presenza del Signore risorto e di accoglierla alla luce della fede.

Innanzitutto, occorre vincere la paura. Le donne accorse di buon mattino al sepolcro di Gesù, per due volte – dapprima da parte dell'angelo e poi da parte dello stesso Risorto – sono esortate a non avere paura.

La prima paura da vincere, però, è proprio la paura della paura. Al di là del gioco di parole, è infatti innato in ciascuno di noi il desiderio di prevenire ed evitare l'esperienza della paura, di quella reazione emotiva che provoca apprensione di fronte a qualcosa che sfugge al nostro controllo, che non sappiamo come spiegare o affrontare. Ci sono tuttavia situazioni indipendenti da noi, che ci spiazzano e ci intimoriscono.

Questo è ciò che è accaduto alle due Marie: quando si erano trovate di fronte all'angelo dall'aspetto di folgore, che, dopo aver rotolato via la pietra dal sepolcro, aveva loro annunciato che Gesù il crocifisso non era più tra i morti, ma era risorto; e quando si erano trovate davanti lo stesso Gesù apparso loro nella sua nuova condizione di Risorto.

Due fatti inspiegabili, che eccedevano la loro capacità di comprensione e che sfuggivano al loro controllo emotivo. Di qui la paura, dalla quale il Signore risorto le libererà aprendo gli occhi della loro fede, ancora tinta di timore, alla luce suprema dell'amore.

Certo, non possiamo asserire che l'amore di quelle due donne non fosse stato genuino. Senz'altro era sostenuto dal desiderio di tenere vivo il ricordo di Gesù attraverso il contatto fisico con il sepolcro nel quale era stato deposto. E tuttavia, il loro era ancora un amore imperfetto, perché basato su legami che erano stati completamente stravolti dall'evento inedito della risurrezione di Gesù, evento che ora riempiva di un significato nuovo la loro fede.

Con la risurrezione di Gesù, la fede in Lui deve adeguarsi a questa sua nuova presenza, consci che le radici del nostro amore per Lui, non sono più quaggiù. Esse sono in alto, dove Egli vive per sempre alla destra del Padre e dove intercede incessantemente a nostro favore (cf. Eb 7,25).

Questo dunque il primo insegnamento. Di fronte ad un evento umanamente inspiegabile come, appunto, quello della nuova condizione del Signore risorto – che rappresenta il cuore della nostra fede – anche noi, come Maria di Magdala e l'altra Maria, siamo invitati ad accostare il mistero della risurrezione di Gesù sorretti da una fede luminosa, senza ombre, che fecondi di sé anche l'intuito dell'amore.

Solo così, infatti, ci è possibile riconoscere la potenza del Dio della vita che, sconfiggendo definitivamente la morte, anticipa nel Figlio suo anche il destino che sarà anche nostro, inondando già fin d'ora di luce nuova la nostra vita di quaggiù.

Al riguardo, riveste un particolare significato l'invito che il Risorto rivolge alle due donne: «Andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea: là mi vedranno».

Gesù si farà vedere ai suoi discepoli in Galilea, ossia nel luogo in cui per anni aveva condiviso con loro il suo ministero. Come allora, anche oggi Gesù continua a risorgere e a farsi vedere nella Galilea della nostra quotidianità, ossia nei luoghi della nostra vita ordinaria, del nostro operare, del nostro amare, del nostro gioire e del nostro faticare. È lì che il Signore risorto, il Vivente, continua a farsi presente e ad accompagnare i nostri passi incerti.

Celebrare la vittoria di Cristo sulla morte, sorelle e fratelli carissimi, significa dunque riconoscere che anche la nostra vita è ormai spalancata sull'eternità di Dio, che le radici della nostra fede, della nostra speranza e della nostra carità sono ormai lassù, con il Signore risorto.

È con questa consapevolezza che, tra poco, al cuore di questa Veglia pasquale, celebreremo il battesimo della piccola Sofia. Grazie ad esso Sofia riceverà la vita nuova in Cristo che l'abiliterà ad affrontare la vita di quaggiù con lo sguardo rivolto lassù.

Festa della Vita che non conosce tramonto, la Pasqua è infatti anche la festa battesimale per eccellenza, perché – come ci ha ricordato l'apostolo Paolo nella sua lettera ai Romani – il battesimo è esso stesso memoriale della Pasqua. Rileggiamo alcuni versetti che abbiamo poc'anzi ascoltato:

«Non sapete che quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte? Per mezzo del battesimo dunque siamo stati sepolti insieme a lui nella morte affinché, come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova. Se infatti siamo stati intimamente uniti a lui a somiglianza della sua morte, lo saremo anche a somiglianza della sua risurrezione» (Rm 6,3-5).

Nella Chiesa dei primi secoli il carattere simbolico del morire e del risorgere era reso evidente dall'immersione di tutto il corpo nell'acqua battesimale e dal suo riemergere. Tuttavia il suo significato è egualmente trasmesso anche nell'attuale rito.

Partecipiamovi dunque con viva attenzione per rivivere anche noi, insieme con Sofia, l'esperienza della risurrezione che ci rende creature nuove e trasparenza luminosa dell'Amore del Cristo che ora è affidato alle nostre mani perché, sulle sue orme, ci impegniamo ogni giorno daccapo a rinnovare la faccia di questa nostra terra così bisognosa di cielo.


E così sia