"Usciamo dalle nostre paure e dalle nostre pseudo-sicurezze,non rimaniamo chiusi nel nostro smarrimento o nella nostra amarezza,ma mobilitiamoci perché il Signore Risorto ci attende sempre con la sua riserva di vita nuova":l'Abate Donato per la S.Pasqua

 

DOMENICA DI PASQUA 2017
Gv 20,1-9

 


Il brano evangelico appena proclamato racchiude due importanti allusioni che ci aiutano a meglio comprendere l'evento straordinario della risurrezione di Gesù. Si tratta dell'espressione iniziale: «Il primo giorno della settimana», e dell'annotazione riguardante Maria di Magdala che si reca al sepolcro «quando era ancora buio».

Al di là dell'intento immediato di queste due espressioni – quello, cioè, di offrire un quadro cronologico all'interno del quale è collocato il racconto evangelico – esse richiamano altresì due eventi primordiali, presenti all'inizio della Bibbia, ossia il primo giorno della creazione e le prime parole creatrici pronunciate da Dio: «Sia la luce!» (cf. Gen 1,1-2).

Come nel primo giorno della creazione l'avvento della luce ha dissipato le tenebre dell'abisso, così la risurrezione di Gesù, avvenuta nel primo giorno della settimana, dà inizio ad una nuova creazione, destinata ad illuminare di luce soprannaturale il cuore di Maria Maddalena e dei discepoli, un cuore ancora avvolto nel buio del disorientamento e della desolazione per la perdita del loro Maestro.

Il primo insegnamento che traiamo da questa pagina evangelica è, dunque, quello riguardante la forza luminosa e ricreatrice della Risurrezione. Se accolta con fede, essa ci ricrea continuamene, ci rende creature nuove liberandoci dall'oscurità del peccato, dallo scoraggiamento e dalla rassegnazione che spengono i nostri slanci, dalla superficialità che ci consegna ad una vita mediocre, dalla paura di guardare al futuro con fiducia e speranza.

Proseguendo nell'analisi della pagina evangelica ascoltata notiamo poi una concitazione diffusa, resa quasi palpabile dai verbi di movimento utilizzati dall'evangelista Giovanni.

Dopo essersi recata al sepolcro di buon mattino e aver costatato che la pietra dell'ingresso era stata rotolata via, Maria Maddalena "corre" da Simon Pietro e dall'altro discepolo che Gesù amava (Giovanni) per portar loro la notizia che il corpo di Gesù non era più nel sepolcro. A loro volta, Pietro e Giovanni, appena udita la notizia che il corpo di Gesù era scomparso, escono e si recano al sepolcro "correndo".

Se Maria Maddalena è immagine della forza irresistibile dell'amore che non si fa trattenere da nulla, e che la spinge a recarsi al sepolcro per onorare il corpo di Gesù, Pietro e Giovanni possono essere assurti a icona della Chiesa in uscita – per utilizzare un'espressione cara a papa Francesco –, di una Chiesa, cioè, che esce dal Cenacolo (luogo nel quale i discepoli si trovavano rinchiusi per paura dei Giudei) per andare a cercare il Signore risorto sulle vie inedite da Lui tracciate.

E qui traiamo un secondo insegnamento per noi, ossia l'invito ad uscire dalle nostre paure e dalle nostre pseudo-sicurezze. Di fronte agli eventi inaspettati e talora avversi della vita, non possiamo e non dobbiamo rimanere chiusi e immobili nel nostro smarrimento o nella nostra amarezza, ma, al contrario, siamo chiamati a reagire, ad interrogarci, a mobilitarci perché il Signore Risorto ci attende sempre oltre con la sua inesauribile riserva di vita nuova.

È proprio questo che sembra suggerirci il movimento che, all'interno del racconto evangelico, va intensificandosi, dalla corsa della Maddalena (dal sepolcro in direzione del Cenacolo) a quella compiuta a ritroso da Pietro e Giovanni (dal Cenacolo in direzione del sepolcro).

Più che una ricerca materiale, non è difficile intravvedere in questo movimento una ricerca spirituale e una ricerca di senso, dalle quali sia la Maddalena sia Pietro e Giovanni faranno dipendere l'autenticità della fede da loro riposta in Gesù. Perché, sembrano chiedersi, Gesù, che era già scomparso una volta con la sua morte in croce, è ora nuovamente scomparso dal sepolcro nel quale era stato deposto?

Nella Maddalena e nei due apostoli possiamo dunque vedere raffigurata la "corsa della fede", una fede che non si stanca di cercare e di capire, una fede che è sorretta dal desiderio prepotente di poter finalmente trovare un fondamento imperituro, che solo la Risurrezione di Gesù, appunto, avrebbe potuto darle.

Da qui il terzo insegnamento. Forse la nostra fede, un po' debole, lascia che gli affanni e le preoccupazioni della vita ci portino via il Signore, facendolo scomparire dalla nostra vista e dal nostro cuore. Forse – magari per un senso di ribellione nei confronti di quello che noi consideriamo il suo disinteresse per le vicende dell'umanità – ci rifiutiamo di cercarlo con pazienza e fiducia nelle pieghe nascoste della storia, personale e comunitaria, rischiando di soffocare e non riconoscere le tracce della sua presenza in noi e attorno a noi.

Come dicevamo poc'anzi, può capitare talvolta che il nostro cuore si trovi avvolto nel buio del dubbio, della desolazione o fors'anche della ribellione. Ebbene, in quei frangenti solo l'umile e fiducioso impegno a cercare e a capire attraverso la perseveranza della fede potrà diradare il nostro buio interiore.

Solo allora potrà farsi giorno nel cuore dello smarrimento, così come si è fatto giorno nel cuore di Pietro e Giovanni mentre, correndo al sepolcro di Gesù, si chiedevano che cosa mai fosse successo e, soprattutto, mentre, giunti al sepolcro, potevano costatare che l'assenza del suo corpo non era dovuta ad un trafugamento, ma ad un intervento divino inafferrabile e indescrivibile.

Ma che cosa videro i due discepoli di così decisivo per la loro fede in quel sepolcro vuoto?

Essi videro il lenzuolo (la "sindone") con cui il corpo di Gesù era stato ricoperto afflosciato sulla pietra tombale, assieme alle bende che servivano per tenere ferme le braccia e le gambe del cadavere. È come se il corpo di Gesù si fosse volatilizzato, sgusciando fuori – per così dire – dalle sue vesti funebri e abbandonandole lì, sulla pietra funeraria. In un angolo a parte, poi, e ben piegato, i due discepoli videro il sudario (il velo che si posava sul volto del defunto).

La disposizione del lenzuolo e delle bende, e la cura con cui il sudario era stato piegato a parte, facevano subito escludere l'idea di un trafugamento. Nessun ladro, infatti, si sarebbe preso la briga e il tempo di spogliare il cadavere di tutti i panni di cui era rivestito e lasciarli sul posto!

Doveva dunque trattarsi di un evento prodigioso. Questa l'unica risposta plausibile all'interrogativo che in quel momento affiorava nel cuore dei due discepoli mentre andava trasformandosi in certezza: sì, Gesù era vivo, era risorto come aveva predetto!

Lì, in quella tomba vuota, Pietro e Giovanni ritrovano il chiarore della fede, fede illuminata dal suo fondamento ultimo – la risurrezione di Gesù – e che sarà ulteriormente confermata dalle successive apparizioni del Signore risorto.

Lì, in quella tomba vuota, risuona l'annuncio pasquale nel quale è racchiuso il senso del nostro destino.

Con la sua risurrezione, nella quale ha portato con Sé la carne umana assunta alla nascita, il Figlio di Dio, Gesù, ci ha dato la certezza che non siamo fatti per la morte, ma per la vita, e per la vita eterna! Quella vita eterna che già ci raggiunge grazie alla presenza del Cristo risorto al cuore del mondo.

Quel che conta – come ci insegna l'apostolo Giovanni – è che la nostra fede sappia scrutare le tracce di questa sua presenza attraverso l'intuizione e gli occhi dell'amore, perché è solo dimorando nell'amore che la luce della nostra fede, sostegno ai nostri passi, non verrà mai meno.

E così sia