"Attingiamo a quella "luce vera" che dà senso al nostro cammino, ci impedisce di atrofizzarci e rinnova in noi la fiducia in un futuro di Grazia" : l'Abate Donato nel giorno di s.Benedetto

 

san benedetto 11 luglio

La Solenne Celebrazione di questa mattina 11 luglio, seguita dai vespri pomeridiani, chiude i festeggiamenti per s.Benedetto Patrono Primario d'Europa, iniziati il 2 luglio scorso con il concerto in Basilica del Coro "Annibale Messore", seguito poi dal concerto sabato 8 luglio della Banda "Don Bosco" città di Cassino, entrambi con numerosissima presenza di pubblico.

Oltre al Vescovo Emerito, Monsignor Panico, molti i concelebranti provenienti dalle diocesi limitrofe che hanno preso parte al Pontificale, mentre insieme ai pellegrini saliti a piedi attraverso gli antichi sentieri, agli Oblati di Montecassino e alle comunità femminili di Cassino, era presente anche la crescente Comunità Monastica di San Vincenzo al Volturno, insediatasi pochi mesi fa nell'Abbazia molisana.

Di seguito il testo integrale dell'intensa Omelia dell'Abate Donato incentrata sulla bellezza di una vita monastica improntata alla ricerca e alla sequela di Dio che è Luce ed è Amore.

 

SOLENNITÀ DI S. BENEDETTO
11 luglio 2017
Ab. Donato Ogliari



Nella "Colletta" – ossia nella preghiera che ho cantato a nome di tutti voi all'inizio di questa celebrazione eucaristica – abbiamo chiesto al Signore che ci conceda «di non anteporre nulla all'amore del Cristo e di correre con cuore libero e ardente» nella via dei suoi precetti.

Si tratta di espressioni che la liturgia ha attinto dalla Regola di san Benedetto: la centralità dell'amore di Cristo e la sequela di Lui, sorretta da un cuore libero e ardente, e associata alla "corsa".

Il verbo "correre" doveva piacere molto a san Benedetto. Nel solo Prologo alla sua Regola, nel quale annuncia il suo programma monastico, lo utilizza tre volte, a cominciare dalla citazione giovannea: «Camminate mentre avete la luce, perché le tenebre non vi sorprendano» (Gv 12,35), dove si concede una licenza letteraria sostituendo il verbo "camminare" con quello più dinamico di "correre" (cf. Prol. 13). Quasi volesse imprimere un movimento accelerato alla vita di fede di quaggiù.

Sempre nel Prologo, poi, Benedetto applica il verbo "correre" alla vita monastica, che definisce «vita di luce», e lo associa alla «indicibile dolcezza dell'amore», che è l'anima della vita monastica.

È proprio su questi due accostamenti che vorrei soffermarmi brevemente, per cogliere la profonda sapienza in essi racchiusa, sapienza che parla non solo al cuore di chi è stato chiamato alla vita monastica, ma anche a quello di tutti i credenti in Cristo.

Correre durante questa "vita di luce"

Nell'esortare i suoi monaci a vivere con responsabilità il tempo loro concesso su questa terra, Benedetto scrive:

«Durante questa vita di luce, dobbiamo correre, impegnandoci a fare ora quello che ci sarà utile per l'eternità» (Prol. 43-44).

I monaci che nei primi secoli dell'era cristiana avevano scelto di ritirarsi nel deserto, credevano che se fossero riusciti a combattere e sconfiggere l'oscurità del male in quei luoghi desolati e inospitali – nei quali si riteneva che i demoni preferissero dimorare –, ci sarebbe stata più luce anche nel mondo intero.

Questi progenitori monastici erano dunque consapevoli che aderire a Cristo, "luce del mondo", comportava un confronto diretto con le tenebre del male, proprio come era avvenuto per Gesù dal momento della sua Incarnazione (Gv 1,5 et passim).

Anche Benedetto, in particolare all'inizio della sua vita monastica, aveva dovuto ingaggiare una lotta serrata contro il Tentatore. All'ingresso del Sacro Speco, a Subiaco, nel luogo in cui egli aveva vissuto come eremita per tre anni, è posta un'iscrizione che recita così:

«Se cerchi la luce, Benedetto, perché scegli la grotta buia? La grotta non offre la luce che cerchi. Continua pure a cercare nelle tenebre la luce fulgente, perché solo in una notte fonda brillano le stelle».

La "grotta buia" è metafora delle prove e delle tentazioni con le quali chiunque desideri porsi alla sequela di Gesù deve prima o poi confrontarsi. Ci sono prove e tentazioni provocate dall'ostilità del Maligno, che cerca di ostacolare in tutti i modi la nostra amicizia con Gesù, ma vi sono anche prove e tentazioni che sono causate dalla nostra insipienza e dalla nostra poca fede, così come vi sono prove e tentazioni che il Signore permette – a mo' di potatura, come ci ha ricordato il vangelo – affinché la nostra vita cristiana fruttifichi maggiormente.

Tuttavia, è proprio nella "notte fonda" delle prove e delle tentazioni che la fede del credente, se autentica, si forgia ed emerge in tutta la sua luminosità, come le stelle, appunto, che più la notte è oscura e più appaiono in tutta la loro lucentezza.

Benedetto, dunque, desidera che i suoi monaci conducano una "vita di luce", che siano "uomini della luce", capaci, cioè, di intercettare e testimoniare la presenza luminosa del Signore anche là dove le tenebre sembrano avere il sopravvento e oscurarla.

Ma per condurre una "vita di luce" bisogna che essi non allentino la lotta contro le fascinazioni del male, né soccombano alla sottile tentazione di una vita facile e mediocre, fatta magari di osservanze esteriori puntuali, ma priva della luce gioiosa dello Spirito Santo, quella luce che fa, appunto, correre sulla via del Vangelo.

Al riguardo vi è un detto dei Padri del deserto molto eloquente:

«Un giorno abbà Lot andò da abba Giuseppe e gli disse: "Abbà, per quanto mi è possibile osservo una regola moderata, con un po' di digiuno, di preghiera, di meditazione e di quiete; e per quanto mi è possibile cerco di mondarmi il cuore dai pensieri cattivi. Che cos'altro dovrei fare?". Allora il vecchio si alzò e tese al cielo le sue mani aperte, e le sue dita divennero come dieci fiaccole, e disse: "Se vuoi, puoi diventare una fiamma vivente!"».

Sì, il monaco è chiamato ad essere una "fiamma vivente", una traccia luminosa dell'amore fedele di Dio per l'umanità. Soprattutto nelle nostre società occidentali, spaesate e infarcite di passioni tristi che generano incertezza e paura, vi è bisogno di uomini che riflettano la luce beatificante del Cristo e del suo Vangelo.

Sentiamoci dunque sospinti – monaci e credenti tutti – ad attingere da quella "luce vera" che dà senso al nostro cammino impedendoci di atrofizzarci; che riscalda il nostro cuore mantenendo viva la fiamma della speranza e il fuoco sempre nuovo della carità; che rinnova in noi la fiducia nel futuro di grazia con cui Dio ci viene sempre incontro.

Correre nella "indicibile dolcezza dell'amore"

Il secondo accostamento, riguardante l'applicazione del "correre" alla "indicibile dolcezza dell'amore", è inserito in un'esortazione rivolta da Benedetto ai suoi monaci affinché non si lascino prendere dallo sgomento se la via intrapresa può inizialmente apparire stretta, dura, difficile. Occorre perseverare – continua Benedetto – perché

«con l'avanzare nella vita monastica e nella fede, il cuore si dilata e con indicibile dolcezza d'amore si corre sulla via dei comandamenti di Dio» (Prol. 49).

Sulla scia del vangelo, Benedetto ci insegna che se ci lasciamo guidare dall'amore riversato nei nostri cuori dallo Spirito Santo (cf. Rom 5,5), esso ci consente di superare ogni difficoltà e restrizione. Man mano che si avanza nella sequela di Gesù, l'amore fa dilatare il cuore e ravviva la capacità di riconoscere la sua presenza nella nostra vita.

E ciò – ci rammenta Benedetto – non avviene perché le difficoltà svaniscono, ma perché il cuore, dilatandosi nell'intensità dell'amore, è in grado di affrontare e trasfigurare ogni asperità.

È, questa, una certezza che Benedetto condivide con la tradizione spirituale cristiana. Basti pensare alle belle espressioni di san Girolamo e sant'Agostino al riguardo. Il primo, rivolgendosi ad una vergine consacrata, le scriveva:

«Nulla è duro per quelli che amano, nessuna fatica riesce difficile a chi brama qualcosa. Amiamo noi pure il Cristo, cerchiamo sempre l'unione con lui, allora ci sembrerà facile ogni cosa difficile».

Dal canto suo, il grande vescovo di Ippona affermava:

«Quando uno ama, le fatiche non sono in alcun modo pesanti (...). Quando si ama, non si fatica, o, se si fatica, questa stessa fatica è amata».

E ancora:

«L'amore rende assolutamente facili e riduce quasi a nulla le cose più spaventose ed orrende (...) le cose che sono aspre per coloro che provano affanno, si addolciscono per quelli che amano».

Luce e amore, carissimi fratelli e sorelle, sono due aspetti della medesima essenza di Dio, perché – come ha scritto l'apostolo ed evangelista Giovanni – "Dio è amore", e proprio questo è anche "luce" (cf. 1Gv 4,8.16; 1,5).

Non c'è dunque "vita di luce" che non sia irrorata dall'amore che proviene da Dio, e non c'è amore autentico nei nostri gesti se non quando esso lascia tracce di infinito, generando armonia in noi e attorno a noi.

Di questa luce e di questo amore sia permeato il nostro cammino e sia sostenuta la nostra quotidiana corsa incontro a Gesù a ai fratelli.
E così sia