TE DEUM 2017
Gratitudine e tempo vissuto

  1. Uno sguardo retrospettivo

Sorelle e fratelli carissimi, tra poco canteremo il Te Deum, un inno di lode e di ringraziamento al Signore per l’anno che sta per volgere al termine.È un’occasione per fare un consuntivo e riportare alla memoria non solo quegli eventi che hanno rasserenato e gratificato lo scorrere dei nostri giorni, ma anche quelli che ci hanno arrecato qualche dispiacere o sofferenza. Gli uni come gli altri, vanno letti alla luce della fede e di quel disegno d’amore che Dio ha su ciascuno di noi, disegno che, misteriosamente, non viene meno neppure nei frangenti tristi o dolorosi della nostra esistenza. Per quanto concerne la nostra comunità monastica, penso, ad esempio, alle prove di diverso genere che essa ha dovuto affrontare, all’interno come all’esterno, non ultima la morte di D. Carlomanno e di D. Gregorio e l’ulteriore vuoto creatosi nella nostra già piccola comunità. Tuttavia, l’esperienza della mano provvidente e misericordiosa con cui il Signore ha sostenuto e accompagnato i nostri passi, e lo sguardo fiducioso sul futuro che la Sua grazia ci ha consentito di mantenere vivo anche al cuore delle sfide che ci stanno davanti – in particolare quella di mantenere accesa la fiamma benedettina su questo santo Monte, nonostante l’esiguità numerica – motivano e rafforzano la nostra gratitudine, e animano la nostra certezza che – come dice la Sacra Scrittura – «le grazie del Signore non sono finite, non sono esaurite le sue misericordie» (Lam 3,22).È dunque alla luce della fede e della speranza cristiane, che vogliamo rendere grazie al Signore, a Lui che continua a tenerci per mano come un padre fa con i suoi figli, e che ci aiuta a mantenere uno sguardo lungimirante sulle vicende della storia – quella piccola e quella grande – per non cedere allo scoramento e alle mille paure che i suoi contraccolpi e un futuro incerto e preoccupante potrebbero provocare in noi. Come abate di questa comunità cassinese, desidero dunque esprimere un vivo ringraziamento ai miei confratelli monaci per la loro perseveranza nella sequela di Gesù alla “scuola di san Benedetto”. Il potersi appoggiare sulla testimonianza dei fratelli e trarre dal loro generoso impegno lo stimolo e l’incoraggiamento a continuare la missione di spargere pace e amore nella Chiesa e nel mondo, è una delle gioie più belle della vita comune, al di là delle difficoltà o delle incomprensioni che il vivere insieme può talora generare. E per questo sia ringraziato e benedetto Dio che rende possibile il volerci bene e il camminare insieme.Nel rendimento di grazie che tra poco eleveremo al Signore desidero includere anche i collaboratori o dipendenti che quotidianamente ci aiutano a gestire al meglio questo meraviglioso luogo, carico di spiritualità, di storia e di cultura, e che è il tramite naturale della nostra missione di pace e di amore. A loro assoceremo i ragazzi, gli insegnanti e quanti si dedicano con passione nel delicato compito educativo che l’Istituto S. Benedetto si propone; e ricorderemo anche quanti, presso la “Casa della Carità”, si prodigano nel sopperire alle necessità di tanti nostri fratelli sfortunati, e quanti, nel Corteo storico, contribuiscono a rendere più suggestive le celebrazioni in onore di S. Benedetto.Il nostro grazie al Signore va, inoltre, per i nostri ministranti, per il gruppo Oblati e per i tanti amici ed estimatori della nostra comunità monastica che – spesso in modo discreto – non ci hanno mai fatto mancare il loro affetto e la loro concreta vicinanza. Il Signore avvolga tutti costoro nel suo amore e nella sua benedizione.Il pensiero orante, infine, va anche ai tanti fratelli e sorelle che giungono su questo Monte per partecipare alle nostre liturgie, o per cercare un aiuto spirituale o materiale, e a quanti vi salgono come pellegrini o turisti, o per prendere parte a qualche convegno o evento culturale. Quante persone, dal contatto, anche estemporaneo, con questo sacro luogo, tornano alle loro case con una parola di conforto o con un proposito positivo nel cuore! Il Signore che conosce i segreti del cuore e i pensieri di ogni uomo, volga anche su di essi il suo sguardo benevolo e misericordioso.E ora, carissimi, permettetemi di condividere con voi una breve riflessione che – spero – possa essere di aiuto nel vivere con maggior intensità e fede il tempo che il nuovo anno ormai alle porte ci concederà di trascorrere.

 

2.Il tempo “vissuto”

Sperimentiamo tutti come il tempo che scorre nella sua successione o evoluzione cronologica – quello cioè nel quale si dipana la nostra vita – ci affascini e nello stesso tempo ci incuta un po’ di timore. Se da una parte, infatti, ci illudiamo di averne il controllo, grazie a una sempre più sofisticata misurazione, dall’altra rimaniamo come spiazzati quando cerchiamo di riflettere sul significato che esso riveste per la nostra vita.Un celebre scrittore moderno, Thomas Mann, affermava che il tempo è «un mistero (…) privo di sostanza e onnipotente». Un mistero che «è attivo, ha un suo statuto verbale, “produce”. Che cosa produce? Mutamento! (…) Il tempo (…) – diceva – assomiglia (…) all’erba, della cui crescita segreta l’occhio non può rendersi conto benché essa, un bel giorno, risulti innegabile». Questo è dunque il «modo strisciante e impercettibile, segreto e tuttavia operoso» con cui il tempo ci si presenta (cf. La montagna incantata (inizio VI cap., Mutamenti e VII cap., Il tuono).È proprio così! Il tempo produce in maniera impercettibile il frutto della sua attività, ossia i mutamenti, nella nostra come nell’altrui vita, nel fisico come nell’anima, nella mente come nella psiche, nella natura che ci circonda come nell’universo o multiverso che continua ad espandersi.Il riconoscere questi mutamenti – ossia il considerare il tempo come un amico e non come un tiranno e l’allearsi con esso – è segno di saggezza e condizione indispensabile perché avvenga quel processo di sereno adattamento e riequilibrio nel quale il nostro essere è costantemente coinvolto nelle varie stagioni della vita.Oggi, tuttavia – e questo è il pericolo insidioso col quale dobbiamo confrontarci –, tendiamo a vivere un rapporto sempre più “sconnesso” con il tempo, nel senso che conduciamo un’esistenza sempre più schiacciata sul presente, un presente sganciato dal passato, non proiettato verso il futuro, e da consumare subito.Le conseguenze di questo schiacciamento sul presente sono evidenti a tutti: un sentimento di precarietà e insicurezza, volti sui quali traspaiono tristezza, smarrimento e malessere interiore, relazioni interpersonali superficiali, che non vanno oltre l’immagine che uno vuol dare di sé, un regresso valoriale che considera superflui il rispetto dell’altro, il dialogo, l’onestà, la solidarietà, la compartecipazione attiva alla vita della società, e che porta ad una sempre più marcata auto-referenzialità, ad una sovra-esaltazione del proprio “io” (il cosiddetto “io mongolfiera”) che, alla fine, vuole imporsi sugli altri e sul proprio ambiente. In fondo, lo schiacciamento sul presente e le sue conseguenze sono il risultato di un clima dominato da quelle che il filosofo Baruch Spinoza chiamava le ‟passioni tristi”: l’implosione di tante aspettative – a cominciare dalla crisi della cultura moderna occidentale fondata sulla promessa di un futuro che sarebbe stato redento dal progresso della scienza e dalle sempre più affinate capacità inventive dell’uomo – ha causato un senso pervasivo di impotenza e di incertezza che – abbinato ad una percezione cupa del futuro – spinge a ripiegarsi su se stessi e ad isolarsi nel proprio bozzolo.Come recuperare al meglio il senso del tempo che scorre, vivendolo con fiducia alla luce di rapporti interpersonali genuini e gratuiti? Come instaurare relazioni positive e sincere che mantengano vivi i valori dell’amicizia, della compassione, della solidarietà, in una parola «il ritmo salutare della prossimità» (papa Francesco)?L’anno nuovo che sta per iniziare, carissimi fratelli e sorelle, sia, per ciascuno di noi, un’ulteriore occasione per valorizzare il tempo e viverlo come il luogo in cui imparare sempre più a stare con noi stessi, con gli altri e con Dio.

 

Il tempo e la vita interiore

Quanto è importante riuscire a fermarci e concederci una pausa intenzionale nel flusso continuo di attività e di stimoli che spesso caratterizza le nostre giornate. Chi parla sempre, si muove sempre, agisce sempre ed è connesso h24, farà fatica a stare con se stesso. E chi non coltiva la propria vita interiore finisce con lo smarrire il suo centro, col non elaborare realmente nulla, e col reagire a quanto capita intorno a sé in maniera impulsiva e irriflessa o accontentandosi di consumare luoghi comuni.C’è bisogno di sostare e guardarsi dentro per interrogarsi, per comprendere, per decidere. Come ha fatto san Benedetto, il quale, prima di diventare un promotore di concordia, di fratellanza, di pace in mezzo agli uomini, ha imparato ad “abitare con se stesso” (Gregorio Magno, Dialoghi II,3), a ri-trovarsi nel proprio “io” autentico e genuino.Certo, non è cosa facile né automatica allestire – per così dire – un “chiostro interiore” dove ritirarci per conoscerci e riflettere sul nostro cammino. Il pensatore e scrittore francese Michel de Montaigne (1533-1592) avvertiva giustamente: «Ritiratevi in voi, ma prima preparatevi a ricevervi» (Saggi I,33). Già, perché conoscersi e accettarsi richiede l’umiltà di guardare in faccia, senza veli, quello che realmente si è.Anziché schiacciarci sul presente, diamo allora tempo al tempo, disinneschiamoci di tanto in tanto dal vortice delle parole e delle azioni, spesso vuote e ripetitive; facciamoci amico il tempo perché anche noi possiamo diventare sempre più amici di noi stessi.

 

Il tempo e Dio

Ma ritrovare il nostro io più autentico all’interno del tempo che scorre, significa anche incontrare Dio che abita nel più profondo di noi stessi. Dio, infatti, con l’Incarnazione del suo Figlio Gesù, è venuto ad abitare il tempo e lo ha permeato della sua eternità. «Il tempo è il messaggero di Dio» (Pietro Fabro), ed è dunque nel tempo che siamo chiamati a scoprire la Sua presenza che ci sorregge e ci santifica al cuore del nostro essere.Sant’Agostino lo aveva ben compreso, e diceva al Signore: «Tu eri più interno a me stesso della mia parte più interna». Parole a cui fanno eco quelle di un altro grande convertito, più vicino a noi nel tempo, Paul Claudel, il quale, sulla stessa lunghezza d’onda del grande vescovo di Ippona, parlava di Dio come di «Qualcuno che sia in me più me stesso di me».Tutto passa. Rimane solo quello che viviamo in compagnia di Dio, di cui percepiamo la vicinanza e l’attenzione, e di cui scorgiamo le tracce amicali nel tempo, tracce che profumano di eternità e che sono, appunto, divenute indelebili grazie alla venuta nella nostra carne mortale del Figlio suo Gesù.

 

Il tempo e gli altri

Infine, nel tempo abitato da Dio troviamo non solo la via di accesso all’unione con Lui, ma anche la via che ci porta alla comunione con i nostri fratelli e sorelle. La visione cristiana si contrappone ad una visione utilitaristica dell’altro. Mette al centro la persona in quanto tale, e tiene conto delle necessità dei più deboli e dei meno fortunati, quelli che – non dimentichiamolo – sono i prediletti di Gesù.Certo, bisogna dire che anche la ricerca di comunione con i nostri fratelli e sorelle si rivela a volte sorprendente e gratificante, a volte faticosa e non priva di delusioni e di sofferenza. Tuttavia, il cristiano sa che è nel rapporto con gli altri che risiede la possibilità di vivere il comandamento dell’amore, riflesso della vita divina e cartina di tornasole dell’autenticità della nostra fede.Carissimi amici, al termine di questa breve riflessione, vorrei che ricentrassimo tutto in Cristo e, tramite Lui, ringraziassimo con cuore sincero il Signore per tutto quello che ha fatto per noi nell’anno appena trascorso.Fidiamoci di Lui e affidiamoci a Lui e, per intercessione della Beata Vergine Maria, Madre di Dio, e dei Ss. Benedetto e Scolastica, preghiamolo facendo nostre le parole di sant’Agostino:

 

«Signore Dio nostro, la nostra speranza trovi rifugio all’ombra delle tue ali, e tu proteggici e sorreggici. Tu lo farai, sorreggerai i tuoi piccoli, li sorreggerai finché avranno i capelli bianchi, perché la nostra solidità sei tu, e noi, da soli, non siamo che fragilità. (...) È tempo di tornare a volgere lo sguardo su di te, Signore, per non essere travolti, perché il nostro bene, quello che non perisce e rimane in eterno, vive in te: sei tu stesso». AMEN