EPIFANIA 2018

Il messaggio dell’Epifania – un termine greco che significa “manifestazione” – non si discosta da quello del Natale: nell’uno come nell’altro si tratta, infatti, della manifestazione del Figlio di Dio fatto carne, venuto ad abitare in mezzo agli uomini.Le differenze tra il racconto della nascita di Gesù a Betlemme e quello dei Magi che vanno alla sua ricerca per adorarlo, consistono, oltre che nella diversità dei protagonisti, nella presenza di alcuni elementi o attitudini differenti.Qualche esempio: nelle campagne di Betlemme la nascita di Gesùè annunciata ai pastori da un angelo. I Magi, invece, seguono una stella che li porta verso il luogo dove è nato il «re dei Giudei»

Inoltre, sia per i pastori sia per i Magi la luce funge da tramite, è il mezzo che annuncia loro qualcosa di straordinario, anche se ciò avviene in modo diverso: mentre i pastori sono avvolti della luce della gloria di Dio, i Magi sono calamitati dalla luce della stella che fa da guida al loro cammino.
Ancora, i pastori – che occupavano il gradino più basso nella posizione sociale, ed erano considerati peccatori per eccellenza perché incapaci di conoscere e di osservare i precetti della legge mosaica – sono scelti da Dio tra il popolo di Israele per essere gli umili testimoni della nascita del Salvatore. È ad essi, per primi, che si manifesta il Figlio di Dio fatto carne, ad indicare che i poveri, gli emarginati, i peccatori, sono i primi destinatari del suo messaggio di salvezza. I Magi, invece, sono persone colte che provengono dall’Oriente e che rappresentano la primizia dei popoli pagani, il che indica che anche a coloro che non facevano parte del popolo eletto, di Israele, era destinata la salvezza portata da Gesù. La loro ricerca e la loro adorazione del Bambino simboleggia, dunque, il tenore universale di tale salvezza offerta anche ai pagani e da essi accolta.
 
Rinvenibili in entrambi i racconti, benché, pure qui, con sfumature diverse, vi è poi la co-presenza di sentimenti come la paura e la gioia. I pastori, quando sono avvolti dalla luce della gloria del Signore, sono presi da grande timore, che scemerà all’annuncio della grande gioia della nascita di Gesù, il «Salvatore, che è Cristo Signore». Nel racconto dei Magi, invece, non sono loro a sperimentare la paura e il turbamento, ma Erode e tutta Gerusalemme. I Magi, al contrario, «provarono una gioia grandissima» al vedere la stella fermarsi sopra il luogo dove si trovava il Bambino.E, infine, il mettersi in cammino verso la grotta di Betlemme, un altro elemento significativo che accomuna sia i pastori sia i Magi.
 
Paura, gioia e luce
Fatte queste precisazioni, vorrei riprendere e commentare brevemente i sentimenti della paura e della gioia, e il senso del “mettersi in cammino”, alla ricerca di Gesù.
Nei pastori – come abbiamo visto – la paura lascia ben presto il posto alla «grande gioia», il che significa che essi erano intimamente predisposti a farsi raggiungere dalla buona notizia della nascita di Gesù, il Salvatore. I pastori sono perciò il simbolo di tutti coloro che si aprono con fiducia e umiltà di cuore alla salvezza portata da Gesù; che permettono a Lui di vivere con loro e regnare al cuore della loro vita; che si impegnano a seguire il suo Vangelo e a non compromettersi con altri re, ossia con le prospettive mondane di potere e di predominio. Questa umile e fiduciosa apertura di cuore è il presupposto che permette ai pastori di sperimentare la gioia di Betlemme, la gioia vera, la gioia che viene dall’alto, che scaturisce dallo stesso Gesù, dal suo cuore ricolmo di amore per noi; una gioia che nessuno e niente può togliere a chi l’accoglie.
Un’atmosfera completamente diversa, invece, si respira all’arrivo dei Magi a Gerusalemme. Nessuna espressione di gioia o di festa. Al contrario, il re Erode e la città sono raggiunti da un’ondata di inquietudine, di turbamento, di paura.
Fin dalla sua nascita Gesù diventa quello che il vecchio Simeone dirà di lui a sua madre, Maria: «Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione» (Lc 2,34).
 
Nonostante fosse stato annunciato come il Salvatore, come il segno concreto della pace di Dio concessa agli uomini per il grande amore che aveva per loro, Gesù è avvertito da alcuni come una minaccia. E ciò si verificherà in maniera ancor più esplicita durante il suo ministero pubblico, quando sarà visto da molti – soprattutto dal potere politico e religioso – come un sovvertitore delle leggi, un fomentatore di disordini, un visionario che metteva a repentaglio quegli equilibri, spesso iniqui e ingiusti, su cui si reggeva lo stesso potere politico e religioso. E l’acme di tale percezione nei confronti di Gesù sarà rappresentata dalla sua condanna a morte.
La vera gioia, sorelle e fratelli carissimi, è dunque espressione della luce divina che, in Cristo Gesù, è stata offerta a tutti gli uomini. E in tal senso, l’Epifania è anche la festa della luce di cui – come ci ha esortato il profeta Isaia nella prima lettura – siamo chiamati a rivestirci perché in essa è, appunto, la fonte della vera gioia. E tuttavia, accanto all’offerta della luce gioiosa del Cristo, vi è la possibilità di accoglierla o di rifiutarla. È il mistero della nostra libertà, una libertà che il Signore rispetta, anche quando essa propende per le tenebre, e che cerca di attirare a Sé con la forza umile e inerme dell’Amore.
 
“Mettersi in cammino”
La luce divina, e la gioia che da essa promana, non ci è però offerta come qualcosa di cui godere esclusivamente per noi stessi. È una luce contagiosa, che ci esorta – come ci ricorda ancora una volta il profeta Isaia – ad alzarci e a metterci in cammino.
La salvezza non è solo attesa e accoglienza, ma è anche impegno e coinvolgimento attivo, è spendersi in prima persona per sconfiggere le tenebre del male e rendere possibile la gioia luminosa dell’amore là dove viviamo.
Questo movimento centrifugo – questo uscire da se stessi – è proprio quello che caratterizza e accomuna il racconto dei pastori e quello dei Magi: raggiunti dalla luce che è Cristo, sia gli che gli altri sono sospinti ad uscire da sé stessi, dal proprio mondo, da ciò che è scontato e in qualche modo tenuto sotto controllo, per andare incontro alla salvezza e alla sua imprevedibile azione.
Così i pastori vanno «senza indugio» a Betlemme per vedere coi loro occhi ciò che era stato loro annunciato, e se ne ritornano «glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto».
La stessa cosa, benché in maniera più articolata, si verifica per i Magi. Anch’essi, infatti, non desistono dal seguire la stella che li guida verso il luogo in cui è nato il Salvatore, anche se dovranno confrontarsi con persone e situazioni che interferiranno in maniera ambigua, come, appunto, il re Erode, il cui scopo, nell’aiutare i Magi, non era quello di andare a sua volta ad adorare il Bambino, ma di sapere dove fosse per poterlo eliminare.
Anche i Magi, dunque, hanno fatto esperienza della luce che è Cristo e sono rimasti contagiati da essa. Per questo non tornarono da Erode, simbolo delle tenebre e del rifiuto di Cristo, ma «per un’altra strada fecero ritorno al loro paese». E non ci è difficile pensare che il ritorno alle loro case li abbia anche resi annunciatori di ciò che avevano visto e udito, evangelizzatori di ciò da cui erano stati conquistati.
Questa festa dell’Epifania, sorelle e fratelli carissimi, sia per noi un ulteriore stimolo a vivere la gioia luminosa del Vangelo nel mondo, là dove ci troviamo, là dove la nostra fede e la nostra testimonianza cristiane sono chiamate a seminare gesti di bene, gesti di luce che siano portatori di gioia vera e penetrino e illuminino il cuore e la vita di chi ci sta intorno.   E così sia!