"Colui che dev'essere ammesso alla vita monastica, nell'oratorio, alla presenza di tutti i fratelli, davanti a Dio e ai Santi, faccia promessa solenne di stabilità, di conversione dei propri costumi e di obbedienza. Se nel futuro agirà in altra maniera, sappia che sarà condannato da colui che egli ha deriso. Metta per iscritto questa sua promessa fatta nel nome dei Santi, di cui nell'oratorio si conservano le reliquie, e nel nome dell'abate presente. La scriva di suo pugno o almeno, se è analfabeta, se la faccia scrivere da altri, e vi apponga come firma un segno. Poi la deponga di sua mano sull'altare". (RB 58, 17-20)

Domenica 29 aprile nella Basilica Cattedrale di Montecassino, durante la S. Messa delle 10:30, alla presenza anche dell'abate presidente della Congregazione Sublacense Cassinese, Abate Guillermo Arboleda Tamayo O.S.B.,  d. Alessandro Trespioli ha pronunciato i voti per la sua professione solenne a distanza di tre anni dalla promessa temporanea

D. Alessandro è nato a Novi Ligure, in provincia di Alessandria, il 18 aprile del 1983. Ha frequentato il Liceo Classico e alcuni corsi alla facoltà di Musicologia di Cremona conseguendo poi il Diploma in Organo dopo aver frequentato il corso di Organo e composizione organistica presso il Conservatorio Niccolò Paganini di Genova nel 2009.

Ha frequentato poi il Conservatorio di Torino diplomandosi in Musica Corale e Direzione di coro nel luglio 2012. Il 3 settembre dello stesso anno è entrato in monastero a Montecassino come postulante e poco più di un anno dopo, il 22 ottobre del 2013, ha avuto inizio il suo noviziato durante il quale, oltre ad approfondire gli studi iniziati in postulato, ha collaborato nella falegnameria del monastero alla realizzazione di icone e in biblioteca nella assistenza a studiosi e studenti nelle loro ricerche.

Oltre che a Montecassino con d.Giuseppe Roberti, suo maestro, parte del suo noviziato lo ha svolto a Pontida presso il Monastero di San Giacomo con d.Marco Mercante. D.Alessandro ha continuato gli studi presso il pontificio Ateneo S.Anselmo nel biennio di filosofia e attualmente frequenta il primo anno di teologia.

La Comunità aumenta in numero dunque e ci si augura che l’impegno profuso nella cura delle vocazioni monastiche possa presto portare altri giovani ad avvicinarsi alla Regola del Santo Padre Benedetto e alla Comunità di Montecassino.

Nelle parole dell’Abate Donato, che a D.Alessandro ha consegnato la Cocolla che ha completato così l’abito monastico da lui indossato, tutta la commozione e la gioia per questo momento di importante vita Comunitaria.

 

 

V DOMENICA DI PASQUA – Anno B
Professione solenne di D. Alessandro osb

 

 

1«Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore. 2Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. 3Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato. 4Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. 5Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. 6Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano. 7Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. 8In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli» (Gv 15,1-8).

 

 

Tra poco il nostro fratello D. Alessandro emetterà pubblicamente i voti perpetui che lo incardineranno definitivamente nella nostra Comunità monastica di Montecassino.È un evento gioioso per lui e per la nostra comunità monastica; un evento che ci rassicura sul fatto che, anche oggi, Dio non smette di chiamare uomini e donne desiderosi di consacrarsi più intimamente a Lui nella vita monastica.Vorrei ora rileggere il senso della Professione monastica che D. Alessandro sta per emettere alla luce del brano evangelico proclamato.L’immagine della vite, che la tradizione biblica – in particolare i Profeti e il Salterio – aveva già utilizzato per descrivere il popolo di Israele, ricorre sulla bocca di Gesù in maniera assolutamente inedita e originale. Egli, infatti, applicandola direttamente a sé, affermando: «Io sono la vite, voi i tralci».Innanzitutto, non può sfuggire lo spessore teologico racchiuso nell’espressione: «Io sono». Nel ricco simbolismo giovanneo, infatti, essa richiama la definizione che Yahwe aveva dato di Sé quando, dal roveto ardente, aveva rivelato a Mosè il suo nome. Sulle labbra di Gesù questa espressione è, dunque, una chiara allusione alla sua divinità. In secondo luogo, nel dire: «Rima­nete in me e io in voi», Gesù vuol far comprendere che la sua divinità è la garanzia della linfa vitale che compenetra tutti coloro che, come tralci, aderiscono a Lui, vera vite.

 

Rimanere “in Cristo”

Rimanere in Gesù, vera vite, e nutrirsi della linfa vitale che viene da Lui, significa avere la possibilità di entrare in un’intima comunione con Lui, di partecipare della sua amicizia.Alla base dell’autentico discepolato vi è l’adesione vitale al Cristo. Al cuore della nostra fede e al centro della nostra vita di discepoli c’è lui. Se non occupa questa posizione centrale, allora significa che il nostro discepolato è fittizio e vuoto. Lo aveva ben capito anche san Benedetto, quando, nella Regola, enuclea l’indiscussa centralità del Cristo quale condizione imprescindibile per un’autentica vita monastica. È sufficiente qui rievocare la nota esortazione rivolta ai suoi monaci: «Nulla assolutamente antepongano a Cristo» (RB 72,11).

 

Rimanere “nella Parola”

Il rimanere in Gesù si colora anche dell’ascolto della sua Parola. L’imperativo: “Obsculta – Ascolta!”, con cui san Benedetto apre la sua Regola, ci ricorda un’altra condizione fondamentale della nostra vocazione monastica, quella, appunto, che consiste nel piegare attentamente e umilmente ogni giorno l’orecchio del nostro cuore all’ascolto della Parola del Signore. Desideroso di vivere appieno il suo battesimo, il monaco è chiamato ad essere un attento uditore e un perfetto esecutore della Parola di vita del Signore.Riascoltiamo l’incipit della Regola di san Benedetto, che bene sintetizza questa tensione diuturna del monaco: «Ascolta, o figlio, gli insegnamenti del tuo maestro e volgi ad essi l’orecchio del tuo cuore, accogli docilmente l’esortazione che ti dà (…) e mettila in pratica con fermezza».

Rimanere “nella Obbedienza

Da quanto detto, cogliamo subito come il rimanere in Cristo e nella sua Parola richieda il desiderio e la volontà di consegnarsi a Lui, di dipendere da Lui, espressione, quest’ultima, che suona alquanto ostica agli orecchi dell’uomo contemporaneo, abituato com’è a pensarsi e a gestirsi in maniera il più possibile autonoma.E tuttavia, il discepolo di Cristo è consapevole che la consistenza e la fecondità della sua fede e della sua testimonianza cristiane dipendono dal grado di “dipendenza” che egli sperimenta nei confronti di Cristo, Via, Verità e Vita.Il voto di obbedienza che D. Alessandro emetterà tra poco, allude proprio a questa dipendenza, cercata e voluta, dal Signore. A Lui egli si consegna liberamente nella certezza di trovare in Lui il riferimento continuo e il senso compiuto del proprio cammino. E se tale dipendenza dovrà manifestarsi esteriormente anche nell’obbedienza all’abate, l’assenso della mente e del cuore che essa richiederà dovrà essere saldamente fondato su una fede profonda, riflesso dell’obbedienza di Gesù al Padre.

 

Rimanere nella “Stabilità monastica

In un ambiente monastico, inoltre, non può sfuggire come il rimanere in Cristo sia profeticamente espresso attraverso il voto di “stabilità monastica”, che D. Alessandro pronuncerà tra poco.Sarebbe senz’altro riduttivo legare questa stabilità a una comprensione meramente fisico-spaziale di essa, ossia al fatto di dover risiedere nel medesimo luogo per tutta la vita. In effetti, ciò a cui, soprattutto, si riferisce la stabilità monastica è la “stabilità interiore”. Lo aveva ben capito il Sommo poeta, Dante, che nella Divina Commedia descrive i monaci attraverso queste parole che mette sulla bocca di san Benedetto: «Qui son li frati miei che dentro ai chiostri fermar li piedi e tennero il cor saldo».Sì, si tratta di un “rimanere” che ha a che fare con la saldezza interiore, con un cuore indiviso che, proprio perché si è donato tutto al Signore, si impegna a non conoscere altre donazioni; un cuore che si lascia guidare dalla luce che promana dal Vangelo e dalla Regola di S. Benedetto, che del Vangelo è un sapiente compendio.In questa nostra società cosiddetta “liquida”, nella quale si fa fatica a riconoscere una propria identità, e nella quale le relazioni sono così spesso vanificate perché improntate alla superficialità e alla frammentazione, la stabilità interiore – oltre che esteriore – prospettata dalla vita monastica suona davvero profetica.

 

Rimanere nella “Conversione dei costumi

Il terzo voto che D. Alessandro emetterà, va sotto il nome di “conversione dei costumi”. Essa riguarda certamente l’assunzione di una sana ascesi – intesa come moto interiore e stile di vita inerenti al vangelo, più che un insieme di osservanze da adempiere – che consente di mantenersi liberi in e per Cristo, e di non cedere alla mentalità del mondo e alle sue lusinghe.Ma, soprattutto, tale “conversione dei costumi” è volta alla perfezione della carità evangelica. La seconda lettura (cf. 1Gv 3,18-24) ci ha ricordato che «Chi osserva i suoi comandamenti rimane in Dio e Dio in lui». Ora, «Dio è amore» (1Gv 4,8), e rimanere in Lui, che è amore, significa farci testimoni di questo amore di cui siamo destinatari, e riversarlo a nostra volta su quanti ci stanno accanto. Non si può rimanere nell’amore di Dio se non lo si traduce concretamente nei confronti del nostro prossimo. Il duplice comandamento dell’amore a Dio e al prossimo è fatto del calore e della luce di un’unica fiamma.In tal senso, il “portare frutto” – di cui ci ha parlato il brano evangelico – è Il no­me nuovo della morale e­vangelica, la cui essenza è la fecondità, la fruttificazione e l’espansione della carità. Nessun albero produce frutti per se stesso; li produce perché siano di nutrimento per gli esseri viventi. La perfezione della carità, che è il coronamento di ogni cammino di conversione, e alla quale Gesù, vera vite, chiama noi, suoi tralci, consiste proprio in questo: nel maturare e portare, alla luce dell’Amore del Signore, frutti di bene da donare agli altri.Questa è la “vita di luce” che S. Benedetto prospetta ali suoi monaci. A te, carissimo D. Alessandro, aderirvi con umile fiducia, certo di trovare nel diuturno impegno della carità la gioia e la pace del tuo cuore.

 

Potatura e dono

Nell’allegoria evangelica della vite e dei tralci compare anche il tema della potatura, ossia della prova. Innanzitutto, Gesù ci dice che la potatura non è una semplice e dolorosa amputazione, ma la condizione della fecondità. Il Padre pota ogni tralcio che porta frutto perché esso porti ancora più frut­to.La necessità della potatura, però, è accompagnata anche da un senso di inquietudine, dovuto alla reale possibilità che il tralcio – ossia il credente – possa smarrirsi e diventare ramo secco e improduttivo. «È la solita sconcertante antinomia: la comunità è in Cristo e quindi protetta, ma la possibilità del peccato non è assente» (B. Maggioni).Sì, c’è anche l’esperienza della debolezza umana e del peccato. Il monaco – che non è un superuomo – ne è cosciente, e per questo non nasconde, ma riconosce le proprie fragilità, e le consegna prontamente alla misericordia del Signore affinché, confortato e rafforzato da essa, possa riprendere più alacremente il proprio cammino.Per quanto possa sembrarci strano, dunque, anche la potatura è un dono. Se accolta con fede, essa ci rende più vigilanti e fa accrescere in noi la vita, rendendo i suoi frutti più generosi e abbondanti.Infine, non va dimenticato che, nel momento della prova, siamo chiamati a far memo­ria di quell’e­nergia che scorre in noi come sangue nelle vene della nostra fede, e che pro­viene da Dio: il suo Spirito. È proprio grazie «allo Spirito che [il Signore] ci ha dato» – come ci ha ricordato l’apostolo Giovanni nella seconda lettura – che noi possiamo riconoscere che Egli rimane in noi. Lo Spirito è l’energia divina che tiene accesa in noi la fiamma dell’amore e la luce della verità, quelle che ci consentono di esplorare e calcare i sentieri che il futuro di Dio ci dischiude.Che il tuo cammino s’inoltri senza paura su questi sentieri, caro D. Alessandro. Sentiti sostenuto dalla nostra preghiera, quella che fiduciosamente affidiamo all’intercessione del N. S. P. Benedetto e di S. Scolastica. E così sia.

 

Il servizio fotografico è di Roberto Mastronardi