SOLENNITÀ DI S. BENEDETTO

11 luglio 2018
Oblazione secolare di Annamaria Di Blasio e Maurizia Venezia

 

Dopo aver compiuto un itinerario di formazione umano-cristiana alla luce della vita e della Regola di S. Benedetto, Annamaria e Maurizia hanno scelto di continuare a testimoniare la loro fede cristiana nel contesto familiare, sociale, lavorativo e professionale nel quale esse vivono ed operano, lasciandosi ispirare dalla sapienza della Regola benedettina.
L’Oblazione benedettina che emetteranno tra poco non apporta alcun privilegio né favorisce alcun balzo di carriera. È piuttosto un impegno che esse si assumono per vivere più generosamente la propria fede, con gioia e senza paura, ricercando tutto ciò che porta ad un’autentica realizzazione umana e cristiana.
Invito, dunque, Annamaria e Maurizia a contemplare la Parola che il Signore ci ha offerto quest’oggi, considerandola – per il loro cammino di Oblazione – come una bussola a cui guardare e dalla quale lasciarsi orientare, soprattutto nei momenti in cui la stanchezza o lo scoraggiamento sembreranno prendere il sopravvento.


PRIMA LETTURA (Pr 2,1-9)
«...tendendo il tuo orecchio alla sapienza...»
L’ascolto riveste un’importanza fondamentale nella nostra vita. Infatti, l’apertura al mondo e alle relazioni avviene soprattutto attraverso l’udito. Grazie ad esso stabiliamo una sorta di connessione primordiale con ciò che è oltre i confini del nostro io, possiamo incontrare il mondo nel quale viviamo e addentrarci nella complessa trama di relazioni che intessiamo con i nostri simili e con la realtà che ci circonda.
Se poi dal piano antropologico ci spostiamo su quello teologico, non tarderemo a scoprire che anche la rivelazione divina è profondamente legata all’ascolto. La Parola che il Padre pronuncia eternamente, e che si è fatta carne in Cristo Gesù, è venuta nel mondo perché gli uomini la possano ascoltare e accogliere come via che conduce alla salvezza.
Anche in S. Benedetto la dimensione dell’ascolto occupa un posto centrale. Pur velata di cordialità e confidenza, colpisce subito la forza espressiva di quell’imperativo “obsculta”, posto in apertura al Prologo della sua Regola: «Ascolta, o figlio, gli insegnamenti del Maestro». È un imperativo che dà il “la” al contenuto della Regola stessa.
Ovviamente, non si tratta di un ascolto passivo, ma di un ascolto intriso di libertà, un ascolto che, illuminato dalla fede, porta all’assimilazione della Parola di Dio e alla sua concreta attuazione nella nostra vita. Un ascolto, dunque, non pregiudiziale, ma libero e liberante, che diventa antidoto e argine al dilagare di una violenza verbale – sempre più diffusa anche nella nostra società – che si impone soffocando in sul nascere ogni forma di dialogo e di condivisione.
Il «tendere l’orecchio alla sapienza» – come ci ha esortato il libro dei proverbi – suona dunque come un invito a mantenere aperto non solo l’orecchio fisico, ma anche quello interiore, del cuore, perché è lì innanzitutto che Gesù e il suo Vangelo cercano un terreno fertile sul quale innestarsi e portare frutti abbondanti di vita.


SECONDA LETTURA (Ef 4,1-6: forma breve)
Quali siano questi frutti, ce ne offre qualche esempio la seconda lettura, là dove esorta i cristiani di Efeso a comportarsi con ogni umiltà, dolcezza e magnanimità, ossia a coltivare quelle disposizioni interiori che, tradotte in gesti concreti, consentono di far prevalere lo sguardo d’amore nelle relazioni con gli altri, e di conservare i beni preziosi dell’unità e della pace, così cari a Gesù e al cuore di san Benedetto, ma anche così fragili e così spesso maltrattati.


VANGELO (Mt 19,27-29)
Anche la pagina evangelica proclamata ci parla di una disposizione interiore fondamentale, quella della fiducia, intesa come riconoscimento della presenza amorosa del Signore nella nostra vita. Qui, in modo particolare, ci è chiesto di valutare sinceramente da quale parte riponiamo di preferenza la nostra fiducia: in Dio o nelle ricchezze?
Il breve dialogo che Gesù intreccia con i suoi discepoli, va, infatti, inquadrato alla luce di quello che precede, ossia della cosiddetta “vocazione mancata” del giovane ricco e dell’insegnamento di Gesù sul pericolo delle ricchezze.

Poiché Pietro e gli altri apostoli hanno lasciato tutto per seguire Gesù, scegliendo di riporre la propria fiducia in Dio, di cui Gesù è la manifestazione visibile, si chiedono: «...che cosa dunque ne avremo?».
Di rimando Gesù afferma che lasciare tutto per andargli dietro, non è una perdita, ma un guadagno. Chi scommette tutto su di Lui riceverà, infatti, “cento volte tanto” e, in eredità, “la vita eterna”. Non solo, dunque, la piena realizzazione in questa vita, ma anche la comunione eterna con Dio.
Carissime Annamaria e Maurizia, carissimi tutti, essere seguaci di Gesù non è facile, ma – come diceva il beato Paolo VI – ci rende felici. Stare dalla parte di Gesù e camminare dietro di Lui non dispensa dalla fatica di testimoniare la nostra fede in un mondo distratto, affascinato dalle lusinghe di chi propina pseudo-felicità a basso costo; in un mondo in cui l’essere umano si crede un protagonista assoluto e considera Dio superfluo, escludendolo dall’orizzonte del proprio vivere. Eppure è proprio la felicità che viene dal Signore a costituire, in primo luogo, il centuplo da Lui promesso.
Quella promessaci da Gesù è una felicità che si innesta nel cuore del mondo, pur travalicandolo; è una felicità che si gioca nelle pieghe della nostra storia quotidiana, ma la cui luce e il cui calore non sono di quaggiù, perché provengono da Dio stesso.
Quel che importa, allora, è fidarsi di Gesù e affidarsi a Lui con cuore docile e umile, disposto, al tempo stesso, a lasciarsi mettere in gioco, a rischiare, a prendere in mano la propria vita e indirizzarla con decisione sulla via del Vangelo, sulla via della vera vita.
Infine, la promessa della “vita eterna” a quanti mettono Gesù al primo posto e non gli antepongono nulla (cf. Regola di Benedetto 72,11). Tocchiamo qui un aspetto fondamentale della nostra fede cristiana, un aspetto che spesso tendiamo a relegare in un cantuccio, assorbiti come siamo dalle preoccupazioni di ogni giorno. Si tratta di quella tensione escatologica, che ci permette di entrare nello sguardo infinito di Dio senza astrarci dalla vita di ogni giorno; che ci consente di vivere le realtà terrene alla luce di una dimensione altra, che, proprio perché ha la sua radice in Dio, conferisce pienezza e significato al nostro cammino di quaggiù.
Il centuplo e la vita eterna promessi da Gesù sostengano dunque la vostra Oblazione, carissime Annamaria e Maurizia, e fecondino di bene la vostra e la nostra vita. E così sia.