Nel giorno dell'Immacolata Concezione, S.E. Ogliari ha presieduto la Liturgia Eucaristica nel Monastero di Santa Grata di Bergamo. L'occasione è stata la chiusura di un anno di celebrazioni in onore dei 200 anni dalla riapertura del monastero stesso avvenuta l'8 dicembre 1817 dopo le varie soppressioni .

 

IMMACOLATA CONCEZIONE
Monastero S. Grata,
Bergamo 8 dicembre 2018

 

 

IL MISTERO DELL’IMMACOLATA CONCEZIONE DI MARIA
La solennità dell’immacolata concezione celebra il mistero di Maria che Dio ha preservato da ogni macchia di peccato affinché il Figlio suo Gesù potesse incarnarsi in un grembo purissimo, come purissimo è il Cielo dal quale Egli sarebbe disceso.
Tuttavia, come ci ha ricordato il Concilio Vaticano II, Maria è stata resa immacolata «in modo così sublime in vista dei meriti del Figlio suo» (Lumen gentium, 53) - in previsione della morte di Lui, come dice l'orazione Colletta - il che significa che anche su Maria ha agito – in maniera preventiva – la salvezza che sarà operata dalla morte redentrice di Cristo, e che l’ha raggiunta in maniera misteriosa al momento del suo concepimento, rendendola appunto pura, santa e immacolata per tutta la vita.
Se dunque l'immacolata concezione potrebbe, per un verso, farci apparire Maria lontanissima dalla nostra esperienza umana – la quale è segnata dalla fragilità, dalla debolezza e dal peccato – per un altro, Ella ci è vicinissima, poiché anche Lei è stata redenta dal figlio suo Gesù e, come tale, resa sua perfetta discepola.
Per questa ragione Maria è pienamente partecipe di quel “pellegrinaggio” della fede che caratterizza il cammino di ogni credente, e in questo rispetto anche lei, come noi, non è stata esentata dalla fatica che tale cammino spesso comporta.
In tal senso, dunque, ce la sentiamo vicina, come nostra compagna di viaggio che ci incoraggia e maternamente ci protegge.


IL PECCATO DI ADAMO ED EVA
In contrasto con il mistero di bellezza dell’immacolata Concezione - e a farlo risaltare ancor di più - la Liturgia della Parola ci ha proposto il racconto della caduta dei nostri progenitori, Adamo ed Eva, caduta che ha fatto sì che ogni essere umano nasca con una radice negativa, chiamata, appunto, “peccato originale”.
Esso può essere sostanzialmente definito come il desiderio dell'uomo/creatura, di diventare come Dio/Creatore, usurpandone il posto ed eliminandolo dall’orizzonte della propria esistenza.
È il grande peccato dell’uomo che non vuole accettare il proprio limite, la finitezza della propria natura umana, segnata appunto dalla fragilità e dalla precarietà.
Ed è proprio questa non-accettazione del proprio essere che porta ad uno scombinamento dell’equilibrio interiore, che fa perdere la comprensione della verità di sé stessi, delle cose e della propria responsabilità nel mondo.
Il peccato si rivela così in tutta la sua capacità di inquinare l’uomo e attentare alla sua integrità.
Da qui la violenza che l’uomo porta dentro di sé, e che si manifesta nelle varie forme con cui il male si rende presente nella nostra vita e nella storia dell’umanità: dalle realtà ordinarie e quotidiane come l’incomprensione o la chiusura del cuore nei confronti di chi ci sta accanto, a quelle su scala universale come le oppressioni, le ingiustizie, le violenze di ogni genere e le guerre che deturpano la faccia della terra.

La domanda di Dio ad Adamo: "Dove sei?"
La domanda “Dove sei?”, rivolta da Dio ad Adamo nell’Eden, è la domanda che Dio continua a rivolgere all’uomo di ogni tempo, e che oggi sentiamo come particolarmente rivolta a noi:
Dove siamo? Come comunità monastica, dove ci situiamo nel nostro rapporto con Dio e all’interno della Chiesa?
Quale testimonianza diamo? Ci fidiamo di Dio? Siamo profezia di comunione e di unità nel mondo?
Dove ci poniamo con al nostra vita? Dalla parte della verità, esigente ma liberatrice, che proviene da Lui, o delle nostre pseudo-sicurezze e autosufficienze?

La risposta di Adamo: "Sono nudo..."
Secondo una suggestiva interpretazione rabbinica1 , Adamo era inizialmente rivestito di “luce” (in ebraico: ‘or 2), ed è solo dopo il peccato originale che alla luce è subentrata la “pelle” (in ebraico: hor – con ayin che sostituisce alef 3).
Perciò, quando dice: «ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto» (Gn 3,7), non significa che si era improvvisamente accorto di essere “scoperto”, ossia di non avere niente addosso. Lui ed Eva dovettero piuttosto costatare di essere "spenti", che, cioè, la luce che li aveva avvolti fin dal momento della creazione, ora non rifulgeva più perché era stata “ricoperta” da uno strato di pelle.
Tenendo sullo sfondo questa fascinosa interpretazione, possiamo meglio comprendere la definizione della vita monastica data da S. Benedetto nel prologo della sua Regola, là dove egli la definisce come “vita di luce” (cf. RB, Prol. 43). Non, ovviamente, nel senso di una vita che è costantemente sotto i riflettori, ma di una vita vissuta in compagnia con Dio, che è Luce.

Il racconto dell’Annunciazione ascoltato nel vangelo odierno, ci offre delle indicazioni di fondo che ci aiutano a vivere come "figli della luce", a realizzare una “vita di luce” lasciandoci ispirare da Maria.


L’ANNUNCIO DELL’ANGELO A MARIA
Il sublime nell’ordinario
«…l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazaret, a una vergine, (…). Entrando da lei…»
L’annuncio di cui Gabriele si fa portatore è consegnato a Maria nell’intimità della sua casa, ossia nelle pieghe della vita ordinaria, in un contesto di normalità, di ferialità.
Proprio per evidenziare tale contesto, alcuni pittori hanno raffigurato il momento dell’Annunciazione sullo sfondo di una scena domestica, mentre Maria legge o lavora.
È bello pensare che Dio viene ci incontro nel tessuto concreto della nostra quotidianità, incrociando le cose ordinarie nelle quali ci muoviamo ogni giorno. E questo è uno degli elementi portanti della vita monastica. S. Benedetto l’aveva ben compreso. Nella sua Regola, infatti, egli
«leggendo i segni dei tempi, vide che era necessario realizzare il programma radicale della santità evangelica (…) in una forma ordinaria, nelle dimensioni della vita quotidiana di tutti gli uomini. Era necessario che l’eroico diventasse normale, quotidiano, e che il normale, il quotidiano, diventasse eroico. (...) Bisogna ammirare la semplicità di tale programma, e nello stesso tempo la sua universalità» .
Su questo ci ha richiamati anche papa Francesco nella sua Esortazione Apostolica Gaudete et exsultate, sulla santità nel mondo contemporaneo.

Rallegrati, Maria, … il Signore è con te!”
L’invito alla gioia., rivolto dall’angelo a Maria, trova la sua motivazione nelle parole che seguono: «il Signore è con te!».
Anche questa assicurazione, che esprime la presenza salvifica di Dio nella vita di Maria, non tocca solo lei, ma raggiunge anche noi. E la cosa bella consiste nel fatto che Dio vuole stare con noi e rimanere al nostro fianco, anche quando la nostra vita dovesse procedere in modo sgangherato. Anche allora Egli non ci non abbandona.
Nessuno, all’infuori di Dio, potrebbe pronunciare parole simili in tutta verità. Nessun essere umano potrebbe dire, neppure alla persona che ama con tutto se stesso: io sarò sempre con te, ovunque tu sia. Lo può certamente dire con la forza dell’affetto, ma non sarà mai sempre e dovunque con l’amato o l’amata, fisicamente o anche col pensiero.

Non temere...
Sulla stessa linea va inteso l’invito a “non temere!”, un invito cioè a non chiudere mai la porta alla speranza, a fidarsi del Signore che – anche quando permette che la nostra vita passi per la valle oscura delle prove – ci offre sempre una possibilità in più, un nuovo spiraglio di luce attraverso cui dilatare il respiro della nostra fede e guardare avanti con rinnovata fiducia.
Se solo aprissimo di più il nostro cuore a questa certezza, esso non rimarrebbe prigioniero della morsa della tristezza, della delusione, dello scoraggiamento, dell’angoscia o, peggio ancora, della disperazione.

LA REAZIONE DI MARIA CI MOSTRA ANCHE ALCUNE ARTITUDINI INTERORI DA FARE NOSTRE
Accoglienza “umile” del mistero
Non si è mai totalmente pronti per le cose importanti, soprattutto per quelle che riguardano Dio e la vita di fede. Ci si sente sempre inadeguati. Chi è sempre sicuro di sé e baldanzoso nella fede, vive in maniera superficiale.
Nell’intimo del proprio cuore, Maria ci insegna a domandarci umilmente il “senso” di quello che avviene in noi e attorno a noi, per cogliervi all’opera il mistero di Dio che chiede di essere accolto con il libero assenso del cuore e della mente.

“Serva della Parola”, “Serva di Cristo” e “Serva dei fratelli”
Nel rispondere: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola», Maria afferma il suo assenso incondizionato alla Parola di Dio e al disegno di amore di cui essa è portatrice.
Definendosi “serva”, infatti, ella esplicita la sua missione, quella di essere tutta orientata al Cristo suo figlio. Non è forse questo il senso di ogni vocazione cristiana, e di ogni ulteriore chiamata all’interno della vocazione battesimale?
L’insistenza di S. Benedetto a “nulla assolutamente anteporre a Cristo” (RB 72,11), va nella medesima direzione.


GUARDIAMO A MARIA E AFFIDIAMOCI A LEI
La Chiesa ci invita a fissare lo sguardo su di Lei, l’Immacolata, per far sorgere in noi la nostalgia di ricercare ciò che è buono, bello, vero, pulito, onesto, nel nostro cuore e nelle nostre azioni.
In questo senso, il dogma dell'Immacolata ci dice che guardando Maria
– scopriamo come possiamo vivere da salvati;
– scopriamo che Dio è più forte del peccato, e che dove abbonda il peccato sovrabbonda la grazia (cf. Rom 5,20);
– scopriamo che Dio ci vuole figli della luce nelle pieghe della storia quotidiana.
Affidiamoci dunque a Maria con le parole vibranti di san Bernardo:

Se t’imbatti negli scogli delle tribolazioni,
guarda la stella, invoca Maria.
Se sei sbattuto dalle onde della
superbia, dell’ambizione,
della calunnia, della gelosia,
guarda la stella, invoca Maria.
Se l’ira e l’avarizia o le lusinghe della carne
hanno scosso la navicella del tuo animo,
guarda la stella, invoca Maria.
Se turbato dall’enormità dei peccati,
confuso dall’indegnità della coscienza,
impaurito dall’orrore del giudizio,
tu cominci ad essere inghiottito
nel baratro della tristezza,
nell’abisso della disperazione,
pensa a Maria.
Nei pericoli, nelle angustie, nelle incertezze,
pensa a Maria, invoca Maria.
Non si allontani dalla tua bocca,
non si allontani dal tuo cuore. AMEN

------------------------

[1] Cf. C. Vigée, Alle porte del silenzio, Milano 2003, p. 48.
[2] Alef+vav+resh.

[3] Ayin+vav+resh.

Copia di IMG 4613IMG 4639IMG 6221IMG 8390IMG 8929