Sarebbe certamente da stolti pensare che la vita ci debba riservare solamente momenti positivi, lieti e gratificanti. Come ci insegna l’esperienza, essa è fatta anche di fragilità e limiti, alcuni naturali e oggettivi, altri frutto del nostro maldestro modo di pensare, di agire e di vivere le nostre relazioni con il prossimo e con la realtà che ci circonda.Tuttavia, anche quelle note giudicate stonate e che generano dubbi, incomprensione o sofferenza nel nostro animo, non possono e non debbono alterare la certezza che l’amore misericordioso del Signore ci accompagna in ogni istante della nostra vita. Lo stesso san Benedetto ci esorta, in tal senso, a «non disperare mai della misericordia di Dio» (RB 4,74). In questa certezza – che Dio ci ama ed è con noi – è racchiusa la fondamentale forma di gratitudine che sorregge e dà consistenza al nostro cammino di credenti.Naturalmente, lungo questo anno che volge al termine, sono stati molti anche gli avvenimenti – grandi o piccoli – per cui la nostra comunità monastica è grata e riconoscente al Signore. Anziché rievocarli tutti, li vorrei riassumere in un evento di particolare significato e incoraggiamento per la nostra piccola comunità, e cioè la Professione solenne o consacrazione monastica di D. Alessandro, avvenuta l’aprile scorso. Con essa, questo nostro fratello ha scelto di far parte per sempre della nostra famiglia monastica, per porsi alla ricerca di Dio insieme con noi nelle pieghe della quotidiana fedeltà all’oralabora et lege. È lì, infatti, che il Signore ci viene incontro per parlare al nostro cuore, per rafforzare i vincoli di comunione fraterna, per rincuorarci nelle difficoltà, per spronarci sulla via del bene e per saziare il nostro animo delle sue delizie.
Il mio e nostro ringraziamento si fa preghiera anche per tutti i nostri collaboratori qui in abbazia e per quanti si dedicano con passione alle varie realtà che fanno capo a Montecassino: l’Istituto S. Benedetto, la Casa della Carità e il Corteo storico. Un pensiero grato e orante va anche al gruppo degli Oblati e dei ministranti, e a tutti gli amici, i benefattori e i fedeli che ci frequentano e che, a vario titolo, ci fanno sentire la loro vicinanza e la loro solidarietà.Pur senza pretese, la nostra piccola comunità monastica desidera continuare ad essere un punto di riferimento umano e spirituale. Per questo abbiamo anche bisogno del supporto e dell’incoraggiamento dell’amicizia e della preghiera che provengono da chi ci guarda con stima e affetto.Il Signore, che conosce e scruta i nostri cuori in profondità, ricompensi e benedica, nel modo che Lui sa, tutti coloro che ci sono vicini.

E ora, in vista del nuovo anno che sta alle porte, vorrei condividere con voi alcuni pensieri che vi proporrò sullo sfondo le virtù teologali della fede e della speranza, virtù che, assieme alla carità, sono alla base della nostra vita cristiana e la orientano verso Dio, virtù – però – che, in questi tempi difficili che stiamo attraversando, hanno anche bisogno di essere mantenute deste e rimesse a fuoco.

2. La forza luminosa di una fede che spera
In molti nostri contemporanei, in particolare i giovani, la ricerca di una gratificazione istantanea – retta dalla convinzione che occorre trarre il massimo giovamento dal presente – è molto diffusa.
Sono in tanti, infatti, a ritenere che sia pressoché superfluo volgere lo sguardo al passato, poiché esso non sembra offrire alcuna base sicura per affrontare la vita; a sua volta il presente appare in molti casi difficilmente gestibile, se non addirittura fuori controllo, ragion per cui sembra più proficuo affidarsi all’attimo fuggente e approfittare al meglio di ciò che esso può offrire; anche il futuro, infine, è guardato da molti con sospetto e non più ritenuto un habitat naturale di aspettative e di speranze, bensì un serbatoio di spiacevoli sorprese o ulteriori prove e tribolazioni.
È sotto gli occhi di tutti come l’esperienza diffusa della precarietà, dell’instabilità e della vulnerabilità, abbia provocato un senso sfiducia, di incertezza e di insicurezza che pervade le condizioni di vita della nostra società1 , e come, allo stesso tempo, abbia generato paure inedite e conseguenti chiusure che risultano impermeabili alla novità del Vangelo.
In situazioni del genere, la tentazione può essere quella di volgere lo sguardo all’indietro per rifugiarsi nelle sicurezze acquisite o date per scontate. Questo fenomeno, al quale un grande filosofo e sociologo contemporaneo, Zygmunt Bauman, ha dato il nome di “retrotopia”2 , è caratterizzato da un sentimento nostalgico che cerca, appunto, sicurezza in un passato considerato ideale.
Se è indubbiamente positivo il bisogno di riconoscere una continuità tra il passato e il presente, sarebbe tuttavia pericoloso lasciarsi trasportare emotivamente da una nostalgia fine a se stessa. Non esiste, infatti, un passato ideale. Ogni epoca ha le sue luci e le sue ombre. E a noi tocca vivere questa nostra epoca, senza fuggirla.
Semmai, quello di cui abbiamo bisogno è uno sguardo lucido e critico che ci aiuti a discernere ciò che del passato ci è di aiuto nell’edificare un presente più sostenibile in vista di un futuro migliore. Del passato, cioè, occorre conservare quel patrimonio di valori, quei punti fermi e collaudati che offrono una direzione e un senso alla nostra esistenza, e che ci consentono di affrontare un mondo in continua evoluzione, senza farci travolgere da esso.
Pur conscio della complessità che si cela dietro la realtà odierna, con le sue sfide multiformi, essa, sorelle e fratelli carissimi, rappresenta dunque lo sfondo sul quale ci muoviamo, e nel quale, come cristiani, siamo chiamati ad apportare il contributo specifico della nostra fede e della nostra speranza. 
Da quanto siamo venuti dicendo non ci è difficile dedurre che i nostri tempi siano tempi sfavorevoli alla fiducia, per via, appunto, dell’evidente transitorietà e vulnerabilità che li caratterizza: «Quando c’è insicurezza, rimane poco tempo per preoccuparsi di valori che si librano al di sopra delle preoccupazioni quotidiane, come pure di tutto ciò che dura più a lungo dell’attimo fuggente» (Z. Bauman). Ne consegue che questi nostri tempi siano anche tempi duri per vivere e testimoniare le virtù teologali della fede e della speranza.
E tuttavia, è proprio nelle circostanze difficili o addirittura avverse che queste ultime mostrano la loro forza luminosa poiché, essendo un dono che proviene da Dio, esse poggiano su una base incrollabile in grado di resistere all’erosione della fiducia che la precarietà e l’insicurezza rischiano di minare alla base.
La fede e la speranza ci aiutano ad avere uno sguardo che va oltre ciò che è contingente. Mantengono aperto uno spiraglio di luce sul futuro, impediscono al nostro animo di venire meno, e vi infondono una forza nuova, capace di far fronte al duro quotidiano. Se «la fede è fondamento di ciò che si spera» – come leggiamo nella Lettera agli Ebrei (11,1), alla fine è la speranza a giocare un ruolo determinante: «In essa infatti abbiamo come un’ancora sicura e salda per la nostra vita» (Ebrei 6,19).
A proposito del ruolo che la speranza cristiana riveste nella nostra vita, lo scrittore francese Charles Péguy mette queste parole in bocca a Dio:«La virtù che più amo, dice Dio, è la speranza. (...) la Speranza, sì, che mi sorprende. (...) Che questi poveri figli vedano (...) come vanno le cose oggi e credano che andrà meglio domattina. Questo sì che è sorprendente, ed è certo la più grande meraviglia della nostra grazia. (…) E dev’essere perché la mia grazia possiede davvero una forza incredibile. Perché sgorga da una sorgente come un fiume inesauribile. Come la stella ha guidato i tre re dal più remoto Oriente verso la culla di mio Figlio, così (…) lei sola guiderà le virtù e i mondi»3 .
La luce e la forza che emanano dalla fede e dalla speranza cristiane debbono, dunque, essere messe in campo da ciascuno di noi per arginare l’egoismo rampante, il non-dialogo e la non-condivisione che generano quella preoccupante disconnessione relazionale che disgrega il senso di comunità e lascia gli individui sempre più soli ad affrontare la vita; per arginare il soggiogamento sottile delle nostri menti alle ragioni del consumismo e del profitto, per arginare il dilagante e talora spietato relativismo e l’indifferentismo morale che svuota e mortifica gli animi.
Sì, la nostra fede e la nostra speranza – se vissute con gioiosa e umile trasparenza – possono aiutare a rendere più bello e dignitoso questo nostro mondo, a cominciare dal contesto in cui viviamo, reinvestendo nel dono di noi stessi e costruendo relazioni improntate al rispetto dei diritti umani elementari, quelli che stanno alla base di un’autentica convivenza pacifica, e capaci di perseguire il bene di tutti nella concordia e nella giustizia vera.
Se i politici sono i responsabili primi del bene comune (come papa Francesco ha di recente sottolineato nel suo Messaggio per la pace del 1 gennaio 2019, La buona politica è al servizio della pace), tutti dobbiamo nondimeno sentirci personalmente responsabili della sua attuazione, secondo le modalità di intervento proprie di ciascuno di noi.

Affidamento al Signore
La solennità del Natale ci ha ricordato che Dio si è fatto uomo per starci vicino. È dunque a Lui che, alla vigilia del nuovo anno alle porte, riaffidiamo con maggior decisione il nostro cammino.
Come amico fedele, Egli non permetterà che la nostra fede e la nostra speranza vengano deluse, e ci darà la forza necessaria affinché il nostro cuore non rimanga soffocato dalle paure o schiacciato dalle prove.
Come affidabile compagno di viaggio, il Signore non mancherà di prenderci per mano e spronarci a guardare in alto per sentirci parte di una vita più ampia di quella che scorre sotto il nostro naso. Soprattutto, alla luce della fede e della speranza che provengono da Lui, ci insegnerà a leggere la storia quotidiana andando oltre la superficie delle cose e dei fatti, e ci darà uno sguardo capace di capire come questo nostro mondo abbia già in grembo un altro mondo: un mondo più giusto e più buono, appunto, un mondo non inquinato dalla legge del più forte, dalle violenze finanziarie o dalle guerre, un mondo non svilito dalla dilagante povertà, dalla superficializzazione delle relazioni, dalla frantumazione degli affetti e dalla conseguente frammentazione e disgregazione del tessuto sociale e comunitario. In questo nostro mondo, cioè, sta già crescendo un mondo pervaso di pietà, di empatia, di solidarietà, di fraternità e di misericordia, attinte e rafforzate alla pozzo della preghiera e perseguite quotidianamente nell’umile dono di sé. E questo non può che spronarci a testimoniare al mondo sempre più e meglio la bellezza della nostra fede, della nostra speranza e della nostra carità. 

Te Deum laudamus! A Te, o Signore, salga la nostra lode! Tu, dal canto tuo, volgi benigno lo sguardo su di noi. Benedici le nostre famiglie, le nostre comunità religiose e civili, la nostra Italia, la nostra Europa – posta sotto il patrocinio di san Benedetto – e il mondo intero. E così sia.--------------------------------[1] Il sociologo Pierre Bourdieu afferma che «la precarietà è oggi ovunque – La précarité est aujourd'hui partout» (Contre-feux, Ed. Liber Raisons d’agir, Grenoble, décembre 1997). 
[2] Si veda Z. Bauman, Retrotopia, Bari 2017.[3] Ch. Péguy, Il portico del mistero della seconda virtù.

Esposizioni - Franco Marrocco fino al 30 agosto e Franca Pisani fino al 27 ottobre 2019
Museo Abbazia di Montecassino

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