Omelia pronunciata da Sua Eminenza Rev.ma il Cardinale Marc Ouellet in occasione dell’Insediamento di Dom Donato Ogliari come Abate di Montecassino

 

INSEDIAMENTO DI DOM DONATO OGLIARI
COME NUOVO ABATE DI MONTECASSINO
22 novembre 2014

 

 

Omelia pronunciata da S.E. il Cardinale Marc OUELLET
Prefetto della Congregazione per i Vescovi


Reverendissimo e caro Padre Abate,


è nella bella solennità di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell'Universo che Lei viene insediato Abate di Montecassino, divenendo così il 192° successore di San Benedetto. In questo giorno, all'emozione di raggiungere un luogo tanto prestigioso e tanto carico di storia si unisce quella di lasciare la Sua comunità di Madonna della Scala, a Noci, di cui Lei era Abate dal 2006. Il Signore La chiama così a una nuova missione, a servizio di Dio e dei Suoi fratelli. Le vengono forse alla mente queste parole di san Benedetto, nella sua Regola: "in ogni luogo si serve un solo Signore e si milita sotto un unico Re" (RB 61, 10).

Questo titolo di "Re", san Benedetto l'ha già utilizzato, sin dall'inizio della sua Regola, quando ha parlato di Cristo come "vero Re" sotto il quale il monaco è invitato acombattere impugnando le "forti e nobili armi dell'obbedienza" (RB Prologo, 3). Ma di quale Re si tratta?combattere impugnando le "forti e nobili armi dell'obbedienza" (RB Prologo, 3). Ma di quale Re si tratta?

 

Le letture, che in questa festa la liturgia ci propone, sono particolarmente suggestive. Esplicitando la vera regalità di Cristo, esse pongono in rilievo, nello stesso tempo, gli elementi caratteristici della vita del monaco e della missione dell'abate.

* La prima lettura ci ha fatto ascoltare un passaggio del celebre oracolo sui pastori, al capitolo 34 del libro di Ezechiele. Già nell'antico Oriente, il re si definiva come il pastore intronizzato da Dio. "Pascolare" era un'immagine che stava a rappresentare la carica di governo. Ecco perché la cura dei deboli e dei piccoli faceva parte dei compiti d'un sovrano giusto. Si vede in tal modo come, a motivo stesso delle sue origini, l'immagine di Cristo come buon Pastore, che sarà sviluppata da san Giovanni, significa già la regalità di Cristo.

Ma è sicuramente in Ezechiele che al meglio si mostrava, per contrasto con i pastori egoisti denunciati dal profeta, il ritratto d'un Dio Pastore, che si muove egli stesso alla ricerca delle sue pecore e veglia su di loro con una sollecitudine piena di amore e di delicatezza. Questa immagine ha segnato nel profondo la pietà d'Israele, divenendo un messaggio di consolazione e di confidenza, specie nei momenti di sconforto. La più bella espressione di questa pietà confidente si trova senza dubbio nel Salmo 22 che abbiamo appena cantato: "Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla [...] Anche se vado per una valle oscura, non temo alcun male, perché tu sei con me" (Sal 22, 1.4). Quando Gesù, di fronte alla disapprovazione degli scribi e dei farisei che l'accusavano di sedere a tavola con i peccatori, racconterà la parabola della pecorella smarrita (Lc 15, 4-7), rimanderà anche al testo di Ezechiele, mostrando ai suoi oppositori ch'egli non faceva altro che compiere ciò che Dio aveva annunciato per mezzo del profeta.

Colpisce vedere ora come san Benedetto, al capitolo 27 - uno dei più bei capitoli della Regola, dedicato alla sollecitudine dell'abate nei confronti dei fratelli colpevoli - riprenda questi testi per applicarli all'abate. Nel farlo, egli descrive la missione dell'abate ricorrendo a due privilegiate immagini bibliche: il medico e il pastore. Queste due immagini del resto si ricongiungono, quando il pastore diventa medico, prendendosi cura egli stesso delle pecore che gli sono affidate. Benedetto scrive: "L'abate deve avere una cura del tutto particolare e prodigarsi, con tutta l'accortezza e la diligenza di cui è capace, per non perdere alcuna delle pecore a lui affidate. Sappia d'aver ricevuto la cura di anime inferme e non un'autorità tirannica su anime sane" (RB 27, 5-6). Nella fedeltà a tutta la tradizione monastica precedente, Benedetto afferma così che il monastero è un luogo dove si viene per perseguire uno sforzo di conversione. Tutti sono feriti dal peccato, ma tutti sono anche in via di guarigione sotto l'azione del Buon Pastore, che è Cristo. L'abate deve dunque incarnare, con la disposizione che gli è propria, la sollecitudine di Dio nei confronti di peccatori quali noi siamo. Ecco allora che Benedetto lo mette in guardia, testi biblici alla mano, contro ogni eccesso di autoritarismo.

Quanto all'ultima frase di questo capitolo, essa riprende la parabola: "L'abate imiti l'esempio di tenerezza del buon Pastore che, lasciate sui monti le novantanove pecore, andò alla ricerca dell'unica che si era smarrita; ebbe tanta compassione della sua debolezza che si degnò di caricarsela sulle sue sacre spalle e riportarla così al gregge" (RB 27, 8-9). Ciò che in questa parabola san Benedetto pone in particolare risalto è un piccolo dettaglio proprio di san Luca (Lc 15, 4-5), e cioè che il pastore non si accontenta di abbandonare le novantanove pecore per andare in cerca di quella smarrita, ma persino ch'egli se la prende in spalla. Così, questa pecora smarrita, il pastore non la "riconduce" all'ovile, ma la "riporta" (reportare). Vale a dire che il pastore prende su di sé il carico troppo pesante che la pecora non è più in grado di portare. E ciò che la pecora non può più portare, non è semplicemente il suo errore, ma è soprattutto se stessa, poiché l'essersi sperduta le ha fatto perdere ogni vigore, ogni slancio del cuore.

Interpretando la parabola in chiave cristologica, san Benedetto corregge ciò che potrebbe esserci di umano in modo troppo esclusivo nell'attitudine dell'abate. Questi deve imitare Cristo, certo, ma non dall'esterno. Deve piuttosto lasciare che Cristo viva e agisca in lui. Colui che salva la pecora smarrita non è infatti l'abate, ma è Cristo. Ed è in quanto rappresentante di Cristo che l'abate può dispiegare tesori di tenerezza, di pazienza e di compassione. L'abate stesso deve lasciarsi portare da Cristo, come i suoi fratelli. Come Benedetto glielo richiamerà al capitolo 46, l'abate deve ricordarsi dei propri errori e saper guarire le proprie ferite nello stesso tempo di quelle degli altri. Egli è quel che si potrebbe chiamare un "guaritore ferito". Per avere la capacità di portare i suoi fratelli, l'abate deve aver sperimentato egli stesso la gioia d'esser portato sulle spalle del Buon Pastore. E per questo deve aver sperimentato che, da solo, niente può fare. Caro Padre Abate, tale è il pastore che il Signore La chiama ad essere!

Il Santo Padre, in applicazione del Motu Proprio "Catholica Ecclesia" del Beato Paolo VI, ha deciso di rafforzare il Suo ruolo di abate di Montecassino affidando alla vicina diocesi di Sora-Aquino-Pontecorvo le 53 parrocchie che dipendevano sinora dall'abbazia. Sollevato in tal modo dall'amministrazione di queste parrocchie, Lei è invitato a concentrare la Sua missione di pastore sui fratelli che Le sono affidati. Prenda del tempo per loro. Sia disposto all'ascolto di ciascuno. Si ricordi di dover "adattarsi secondo le disposizioni e l'intelligenza di ciascuno, in modo tale non soltanto da preservare da qualsiasi danno il gregge che Le è affidato, ma anzi da rallegrarsi per l'accrescimento di questo buon gregge" (RB 2, 32).

* Veniamo ora alla seconda lettura, nella quale san Paolo ci descrive come Cristo "quando tutto sarà compiuto, rimetterà il suo potere regale a Dio Padre" (1 Cor 15, 24). L'intera esistenza terrena di Cristo rivela che Dio è amore. Ma di questa verità Egli ha reso piena testimonianza mediante il sacrificio della propria vita sulla Croce. La Croce è il "trono" dal quale Egli rende manifesta la sublime regalità di Dio Amore: offrendosi per espiare il peccato del mondo, Gesù ha vinto il dominio del principe di questo mondo ed ha instaurato definitivamente il Regno di Dio, un Regno che si manifesterà in pienezza alla fine dei tempi, quando tutti i nemici e, per ultima, la morte, saranno stati sottomessi. Allora il Figlio consegnerà il Regno al Padre e Dio sarà tutto in tutti (1 Cor 15, 28).

È dunque nel suo Mistero pasquale che Cristo è veramente Re. Ora, ciò che san Paolo ci presenta qui, lo ritroviamo nel quarto vangelo, dove l'innalzamento sulla croce e l'innalzamento nella gloria si ricoprono, si sovrappongono, in una straordinaria sintesi teologica e spirituale. Il simbolismo cristiano dell'innalzamento ha questo di particolare, il supporre una prima discesa. Per san Giovanni, Cristo può salire sulla Croce come su un trono regale perché prima si è abbassato venendo a congiungersi, per amore, all'umanità fin nella sua miseria e nel suo peccato.

Ora la vita monastica è precisamente una testimonianza di questo infinito amore di Dio per l'umanità. Se degli uomini e delle donne lasciano il mondo e scelgono, liberamente, di seguire Cristo povero, casto e obbediente e di condurre una vita nascosta di lavoro, di silenzio e di preghiera, è perché sono stati afferrati da quest'amore e non hanno voluto, come dice san Benedetto, preferirgli cosa alcuna, "nulla anteporgli" (RB 4, 21). Ecco perché il "regno" è un termine caro a san Benedetto. Il monaco è un camminatore – san Benedetto dice persino che è un "corridore"! (RB Prologo 13.44.49) – che si affretta verso il Regno. Tuttavia, per prendere parte a questo Regno, occorre "partecipare, mediante la pazienza, alle sofferenze di Cristo" (RB Prologo 50).

Ecco perché la partecipazione al Mistero pasquale di Cristo è un altro elemento caratteristico della vita monastica. Il monaco è un cristiano che ha preso sul serio la propria vocazione di battezzato e vuole rispondervi con prontezza. Se la parola "Croce" non compare mai nella Regola, non ne traiamo troppo in fretta la conclusione che il mistero della Croce di Cristo ne sia assente! Un'attenta lettura ci mostra in realtà che san Benedetto utilizza più volte, nel capitolo sull'umiltà (RB 7) che è un capitolo completamente pasquale, i verbi ascendere e descendere, "salire" e "scendere". Chiamato a seguire Cristo nel suo cammino d'abbassamento e di esaltazione, così come san Paolo lo descrive nella lettera ai Filippesi (Fil 2, 6-11), il monaco non si accontenta di un'imitazione esteriore, che rischierebbe sempre d'essere un'impresa condotta con le sue sole forze. Egli è chiamato a una partecipazione totale, vivente, esistenziale, al mistero di morte e di risurrezione di Cristo.

In concreto, questa partecipazione al Mistero pasquale prende la forma di una morte quotidiana (cfr. RB 4, 47) a se stesso, in vista d'una vita nuova. Tradizionalmente, è nella espropriazione che il monaco vive il Mistero pasquale: espropriazione di fronte ai beni temporali con la povertà; espropriazione di fronte al proprio corpo con la castità; espropriazione di fronte alla propria volontà con l'obbedienza. Ora, questa prospettiva di espropriazione trova la sua suprema espressione in Gesù Cristo. Nella struttura stessa del proprio essere, Gesù è il Povero. In effetti, nella sua umanità, Egli è perfettamente espropriato di se stesso. Egli è un solo sguardo d'obbedienza verso il Padre, senza alcun ripiegamento, alcun possesso in Sé. Anche di fronte agli uomini, Egli ha voluto rendersi vulnerabile, ha potuto aprire le mani come nessuno le ha mai aperte, fino a lasciarsi inchiodare su una croce per noi. Ecco perché è Lui che ci può condurre fino alla vita eterna (RB 72, 12). A Lui configurati, entrando nel suo Mistero pasquale, il suo mistero di povertà, accettiamo di dipendere totalmente da Dio e di lasciarci condurre da Lui, sino al cuore della vita divina.

È, infatti, al cuore stesso del mistero trinitario che si offre per noi, la realizzazione perfetta del mistero di espropriazione. Il Nostro Dio è generosità assoluta. Ogni Persona è uno sguardo di oblazione verso l'Altra. Dio è Dono, poiché il Padre dona tutto al Figlio, e il Figlio tutto al Padre, nella gioia dello Spirito. Il Padre nulla possiede che non doni al Figlio e il Figlio nulla tiene per Sé che non doni al Padre nell'eterno abbraccio dello Spirito. Dio è Povertà non nel senso in cui sarebbe privo di qualcosa, poiché Egli è Pienezza, ma proprio nel senso di essere condivisione eterna e assoluta, dono eterno e assoluto nella comunione delle Persone.

Cari fratelli monaci, celebrando insieme la liturgia, vivendo ogni giorno l'Eucaristia comunitaria, voi entrate nel mistero del dono eucaristico di Cristo, mistero insuperabile di spossessamento e di dono cui Dio vi fa la grazia di associarvi. San Benedetto vi assicura che intraprendendo questo cammino voi giungerete sino al cuore stesso di Dio. Pregatelo di coinvolgervi al Suo seguito in questa grande avventura della santità, un'avventura che è la nostra per tutti, nella misura della nostra adesione.

Il Papa emerito Benedetto XVI, in occasione della sua visita a Montecassino nell'Ascensione del 2009, lo ricordava con forza: "Tocca in particolare a voi, cari monaci, essere esempi viventi di questa interiore e profonda relazione con Lui, attuando senza compromessi il programma che il vostro Fondatore ha sintetizzato nel "nihil amori Christi praeponere", "nulla anteporre all'amore di Cristo" (RB 4, 21). In questo consiste la santità, proposta valida per ogni cristiano, più che mai nella nostra epoca, in cui si avverte la necessità di ancorare la vita e la storia a saldi riferimenti spirituali. Per questo, cari fratelli e sorelle, è quanto mai attuale la vostra vocazione ed è indispensabile la vostra missione di monaci" (Benedetto XVI, Omelia ai Vespri dell'Ascensione a Montecassino, 24 maggio 2009).

* Arriviamo infine al vangelo di questa festa: la parabola del giudizio finale, al capitolo 25 di san Matteo. Questa parabola chiude l'ultimo scambio tra Gesù e i suoi discepoli sulla fine dei tempi, appena prima della Passione. Essa costituisce dunque l'ultimo insegnamento di tutta la vita pubblica di Gesù. Non si può pensare ch'essa ricapitoli il messaggio essenziale del Regno dei Cieli, dal momento che tende a fornire il criterio ultimo del giudizio finale? Durante la sua passione, Gesù affermerà che il suo "regno non è di questo mondo" (Gv 18, 36). In effetti, la regalità di Cristo è una rivelazione e un'attuazione di quella di Dio Padre, che governa ogni cosa con amore e con giustizia. Il Padre ha affidato al Figlio la missione di donare la vita eterna agli uomini amandoli fino al supremo sacrificio e, nello stesso tempo, Gli ha conferito il potere di giudicarli, dal momento ch'Egli si è fatto Figlio dell'uomo, in tutto simile a noi. Ora il criterio del giudizio è che tutto quello che sarà stato fatto nei confronti dei poveri e degli sventurati sarà stato fatto, in realtà, nei confronti di Cristo.

Come pensare questa identificazione di Gesù e del povero, decisiva nel giudizio? Non solo Gesù è stato umile e piccolo nella sua attività messianica, come già lo profetizzava Isaia (Is 61, 1-3), ma si è collocato Lui stesso nella categoria dei piccoli e degli umili: "Imparate da me, che sono mite e umile di cuore" (Mt 11, 29). Gesù non ha cessato di dire che il Regno è simile a un fanciullo e che non vi si può entrare se non con un cuore di fanciullo. Così, prendersi cura dei piccoli e dei poveri e, ancor più, divenire uno di loro, va ben oltre la benevolenza morale o la filantropia; è un'attitudine che raggiunge l'essenza stessa del Regno, che permette di riconoscere Gesù come Egli è. Quando Gesù dice: "È a me che l'avete fatto", non si tratta dunque d'una identificazione di superficie. Divenendo uomo, infatti, Egli ha operato questa identificazione fino al più concreto dettaglio. Egli è colui che non possiede né bene né patria, colui che non ha dove posare il capo (cfr. Mt 8, 20; Lc 9, 58). Egli è il prigioniero, l'accusato e muore nudo sulla croce. L'identificazione del Figlio dell'uomo che giudica le nazioni con gli sventurati d'ogni sorta presuppone l'identificazione del Giudice con il Gesù terreno e mostra l'unità interna tra la croce e la gloria, l'unità dell'esistenza terrena nell'umiltà e del potere futuro di giudicare il mondo. Non vi è che un solo Figlio dell'uomo ed è Gesù. Questa identità ci mostra il cammino, ci mostra la regola sulla cui misura la nostra vita, un giorno, sarà giudicata. Anche nella sua Gloria, il Figlio porta infatti una somiglianza essenziale con i poveri e i piccoli. "Colui che serve" è uno dei nomi di Dio ed è per questo che, nell'eternità, Dio non cesserà di servirci, come fa un servitore alla tavola del suo padrone. Non finiremo mai di meditare tutto questo!

Ora, nella sua Regola, per tre volte, san Benedetto cita esplicitamente questo testo evangelico, il che mostra con chiarezza l'importanza che gli attribuisce. Tra gli strumenti delle buone opere, egli cita il fatto di vestire gli ignudi e di visitare i malati (RB 4, 15-16). Poi, nel capitolo dedicato ai fratelli infermi, ricorda che si deve servirli come se fossero Cristo, poiché Egli ha detto: "Sono stato malato e mi avete visitato" (RB 36, 2-3). Infine, nel capitolo dedicato all'accoglienza degli ospiti, esige che tutti gli ospiti che giungono al monastero siano ricevuti come Cristo, poiché egli stesso dovrà dire un giorno: "Ho domandato ospitalità, e mi avete accolto" (RB 53, 1).

Oltre queste citazioni esplicite, si può comunque affermare che Benedetto fa di questo vangelo lo sfondo dell'intero suo insegnamento, in particolare sull'umiltà e sulla carità fraterna. Se l'umiltà è la virtù centrale dell'insegnamento di Benedetto, è perché lo stesso Figlio dell'uomo ha preso per sé un itinerario di umiltà o, meglio ancora, è perché l'umiltà e l'obbedienza corrispondono all'essere stesso del Figlio di Dio, in terra come nel seno della Trinità. Quanto alla carità fraterna, Benedetto ne fa il cuore del suo capitolo sullo zelo buono (RB 72), quando afferma che il monaco deve sempre ritirarsi davanti ai suoi fratelli, deve sempre far passare gli altri davanti a sé, deve sempre preferire il bene del fratello al suo stesso bene. Poiché è proprio tutti insieme, pariter, che i monaci devono raggiungere il Regno (RB 72, 12). Poco a poco, il monaco apprende, nella profondità della preghiera e nella delicatezza della carità, ad affinare la sua coscienza. Giungerà così a evitare tutto quello che può ferire, rattristare, turbare i fratelli. Ogni dettaglio della sua vita quotidiana diventerà una meravigliosa occasione di dimenticanza di sé, di accettazione della propria povertà e di quella dei suoi fratelli, ma anche di stupore davanti all'azione di Dio nei cuori.

Caro Padre abate e cari fratelli monaci, tra una settimana, nella prima domenica di Avvento, avrà inizio l'Anno della Vita Consacrata che il Santo Padre ha voluto in occasione dei 50 anni del Decreto Perfectae Caritatis del Concilio Vaticano II. La coincidenza di quest'avvenimento ecclesiale e della nuova tappa che oggi si apre per la vostra comunità è, per voi, un appello ad approfondire ulteriormente la vostra vocazione specifica. "Ufficio principale dei monaci, ricorda il Concilio, è quello di prestare umile e insieme nobile servizio alla divina Maestà entro le mura del monastero". Ecco la vostra principale missione. Sì, come l'affermava, in questo stesso luogo, 50 anni fa il Beato Papa Paolo VI, "Il monaco ha un posto d'elezione nel Corpo mistico di Cristo, una funzione quanto mai provvida ed urgente" (Paolo VI, Allocuzione del 24 ottobre 1964). Siate fedeli alla vostra vocazione di preghiera, di lavoro e di ascolto della Parola di Dio. Amate l'umiltà e il silenzio. Sovrabbondate, tra di voi, d'una delicata carità fraterna. Avanzate con gioia ed entusiasmo nel cammino che vi ha tracciato il vostro Padre san Benedetto.

Maria è colei che fu piccola, povera ed umile. Unita a Dio e ricolma d'una squisita carità, Ella rimane, per il monaco, l'insuperabile modello ch'egli deve senza posa tenersi davanti agli occhi. Maria non è lontana, irraggiungibile. È là, vicinissima. Ch'Ella vi guidi, vi rassicuri e vi conduca a Gesù.

Amen.

Marc Card. Ouellet
Prefetto della Congregazione per i Vescovi

Foto Mastronardi corridoio insediamento abate Donato

Foto Mastronardi montecassino insediamento Abate DonatoFoto Mastronardi Insediamento cattedra Montecassino Cardinale Ouellet