Parole urgenti: l'Abate Donato interviene sul tema #patrimonioculturale nell'Aula Magna dell'università di Cassino e del Lazio Meridionale.

# patrimonioculturale

 

 

Mercoledì nove novembre, presso l'Aula Magna dell'Università degli Studi di Cassino e del Lazio Meridionale, nell'ambito del Laboratorio "Parole urgenti" l'Abate Donato è intervenuto sul tema "Patrimonio culturale" accettando il gradito invito del prof. Pasquale Beneduce.

Mai come in questi ultimi mesi, la parola tra le più urgenti è proprio #patrimonioculturale, e attorno ad essa si è sviluppato il coinvolgente intervento di Tomaso Montanari, professore ordinario di Storia dell'Arte moderna presso l'università Federico II di Napoli. Partendo dall'art.9 della costituzione italiana, che recita "La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica [cfr. artt. 33, 34]. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione", il prof. Montanari ha portato avanti un'interessante disanima su quanto poco e a tratti male ci si prenda cura del patrimonio culturale in Italia, dimenticando che si tratta di un bene comune da preservare e tramandare.

Un esempio di non attenzione è la mancata messa in sicurezza dei siti danneggiati dalla prima scossa violenta scossa di terremoto che ha colpito il Centro Italia ad agosto seguita dalla seconda altrettanto violenta di ottobre che ha definitivamente ha portato alla perdita di alcune delle più importanti opere d'arte di immenso valore storico e culturale e spirituale che l'Italia potesse vantare.

Inoltre il prof.Montanari ha evidenziato, e più volte ribadito, che l'imperativo anche morale che tutti dovrebbero avere ben chiaro è quello che abbiamo la custodia di opere che sono patrimonio dell'umanità tutta e per questo motivo la tutela e la cura vanno inserite tra le priorità della programmazione di Governo di ogni Stato e del nostro in misura maggiore, in relazione alla quantità di edifici artistici ed opere presenti sul territorio nazionale.

Questo chiaramente non si può fare se non si hanno le conoscenze adeguate per conoscere, dare il giusto valore e preservare il #patrimonioculturale da una inevitabile fine, che deriva dalla negligenza e dalla trascuratezza. Il prof. Montanari ha dunque concluso il suo intervento rivolgendosi agli studenti presenti in aula: "Per cambiare il mondo ci vuole conoscenza, se vogliamo lasciarlo così come è allora sogniamo".

Dopo il prof.Montanari, è stata la volta dell'Abate Donato che ha fornito una chiave di lettura della parola urgente del giorno partendo dal contributo benedettino al panorama culturale non solo italiano, passando attraverso considerazioni di carattere teologico e terminando con alcune osservazioni su come poter affrontare il momento contingente. 

 
LABORATORIO "PAROLE URGENTI"
(diretto dal Prof. P. Beneduce)
"PATRIMONIO1 CULTURALE" con particolare riferimento
agli ultimi accadimenti di Norcia


Parlare di "patrimonio culturale", significa anche parlare di quel grandissimo contributo che il monachesimo di ispirazione benedettina ha consegnato lungo i secoli alla storia e all'umanità a vari livelli: letterario (i "primi vagiti" del volgare italiano – il famoso Placito Capuano o Cassinese del 960 – sono conservati a Montecassino), artistico, architettonico, agricolo, artigianale, etc.

Come sappiamo, un frammento di questo immenso patrimonio monastico, è stato devastato non molti giorni fa da una violenta scossa di terremoto che ha fatto crollare la Basilica di S. Benedetto a Norcia, lasciando in piedi solo la bella e severa facciata, e parte dell'abside2 . Abbiamo visto tutti con tristezza e sgomento ciò che la violenza della natura è in grado di provocare.

1. L'IMMAGINE DEL "PONTE" E IL "GENIUS LOCI"
Mi si permetta il ricorso ad un'immagine che ci aiuta a meglio comprendere l'importanza di un luogo, soprattutto se si tratta di un monastero, dove spiritualità, cultura e storia sono inscindibilmente intrecciate.

In una conferenza del 1951, nell'analizzare i nessi esistenti tra spazio, luogo e uomo (quest'ultimo visto nel suo atto costruttivo), il grande filosofo esistenzialista M. Heidegger racchiudeva efficacemente il nocciolo della sua tesi nell'immagine del "ponte":

«Il luogo non esiste già prima del ponte. Certo, anche prima che il ponte ci sia, esistono lungo il fiume numerosi spazi, che possono essere occupati da qualcosa. Uno di essi diventa ad un certo punto un luogo, e ciò in virtù del ponte. Sicché il ponte non viene a porsi in un luogo che c'è già, ma il luogo si origina solo a partire dal ponte»3 .

I "luoghi" sono dunque il risultato di un'interazione tra uomo e spazio, ed è grazie anche ad una sapiente mediazione dell'architettura se in tale interazione si realizza un'armonica coincidenza di esistere, abitare e vivere.

Così anche un monastero: quello spazio neutro – che esisteva prima che sopra vi fosse costruito l'edificio monastico – diviene un luogo ben preciso, caratterizzato dai monaci che vi abitano e vi vivono, un luogo cioè che esprime un particolare carattere, una specifica vocazione. Come scrive A. Wathen: «I monaci hanno addomesticato gli spazi attraverso con la loro identità e il loro essere» 4.

2. LA BASILICA DI S. BENEDETTO A NORCIA

Per tornare a Norcia, anche la Basilica di S. Benedetto era caratterizzata da una sua specifica identità proveniente dal suo essere intimamente legata all'edificio monastico di cui era il cuore pulsante, e di cui, da secoli, era come il concentrato di quell'ideale che aveva ispirato la vita di quanti in quel luogo avevano vissuto. Mi piace pensare che la facciata rimasta in piedi sia come una sentinella rimasta lì, al suo posto, a custodire la memoria di quanti lì hanno pregato, lavorato, studiato, nell'attesa che questa memoria ferita ritrovi una sua continuità nella ricostruzione della basilica.

 Insomma, se ridotto al solo aspetto architettonico e artistico, un monastero non potrà mai essere compreso nella sua totalità. Occorre tener conto del suo genius loci 5, del contesto e delle abitudini che qualificano la vita di chi vi ha abitato o ancora vi abita6 .

La Basilica di S. Benedetto a Norcia non rappresentava però soltanto il centro palpitante della comunità monastica benedettina che lì dimorava, ma costituiva anche il cuore della stessa Norcia – cittadina che ha dato i natali a S. Benedetto –, cuore con cui i Nursini si sono identificati per secoli.

Di fronte a un patrimonio nel quale si rispecchia non solo l'identità di una comunità monastica, di un paese o di un determinato territorio – patrimonio ora venuto meno, ma che ci auguriamo venga ripristinato – vorrei condividere un'immagine simbolica che introduce ad una dimensione prospettica.

L'immagine simbolica la ricavo dalla storia dell'Abbazia di Montecassino e dal motto che l'accompagna: "Succisa, virescit – Recisa, rigermoglia". Distrutta quattro volte – e la terza distruzione, quella del 1349, fu proprio provocata da un evento tellurico – l'abbazia è stata quattro volte ricostruita, risorgendo dalle proprie ceneri come un'araba fenice. Anche la Basilica di S. Benedetto a Norcia, con il terremoto del 30 ottobre u.s., conta la sua quarta distruzione. Come Montecassino, culla del monachesimo benedettino, è stata riedificata quattro volte (l'ultima dopo il fatale bombardamento del 1944), così amo pensare che anche Norcia, luogo che ha dato i natali a S. Benedetto, possa avere un'altra rinascita.

La dimensione prospettica riguarda piuttosto l'auspicio che la ricostruzione materiale possa essere di stimolo ad una rinascita che sia anche spirituale, culturale e sociale non solo dei territori colpiti dal sisma, ma anche del nostro Belpaese e del Vecchio Continente. Chissà che la ricostruzione della Basilica di S. Benedetto, dedicata da Norcia a questo suo illustre figlio, proclamato cinquantadue anni orsono "patrono primario dell'Europa", non possa generare un sussulto di coscienza e un rinnovato impegno a ritrovare le radici di quell'ethos europeo alla cui formazione Benedetto ha così fortemente contribuito.

3. ALCUNE CONSIDERAZIONI DI NATURA TEOLOGICA

Visto che siamo all'interno di un laboratorio sulle "parole urgenti", vorrei, dal punto di vista della fede cristiana, porre la seguente domanda: «Come coniugare il concetto cristiano di Provvidenza divinacon le catastrofi naturali che si abbattono sull'uomo procurando angoscia, distruzione e morte?».

Facciamo prima un passo indietro. Il 1° novembre 1755 ci fu un movimento tellurico spettacolare, il cosiddetto "grande terremoto di Lisbona", che fece tremare tutta l'Europa. Ad essere colpiti in maniera catastrofica furono il Portogallo e il Nordafrica. Più della metà della città di Lisbona andò distrutta, e tra il 25 e il 30% della popolazione trovò la morte, ossia (a seconda delle fonti) tra 60.000 e 90.000 vittime. A quelle portoghesi si devono poi aggiungere quelle del Marocco, circa 10.000, di cui 8.000 erano gli abitanti di un intero paese che fu letteralmente inghiottito dal terreno spalancatosi sotto di esso e poi richiusosi.

Ho voluto ricordare il "grande terremoto di Lisbona" perché, oltre a destare un'enorme impressione, esso scosse fortemente le coscienze degli Europei, provocando un'ondata di riflessioni sulla natura di Dio. Se poi si pensa che il Portogallo era un paese cattolicissimo, e che il terrificante sisma era coinciso con la solennità di Tutti i Santi, vi era sufficiente materia perché sorgessero un po' ovunque approfonditi dibattiti in campo filosofico e teologico.

Di fronte ad un evento così difficile da spiegare vi fu chi colse l'occasione per rimettere in discussione una visione ottimistica del mondo, e dunque anche del concetto di Provvidenza divina. Uno per tutti, Voltaire che, con il suo racconto filosofico "Candide, ou l'Optimisme", mirava a confutare e screditare la dottrina ottimistica del filosofo e scienziato tedesco Gottfried Leibniz, dottrina secondo la quale il mondo non potrebbe che essere il migliore e il più equilibrato dei mondi, poiché è stato creato da un Dio perfetto.

Di fronte alle catastrofi naturali – e alle cause che le generano, e che oggi sono scientificamente riscontrabili – sorge spontaneo chiedersi perché. Qui la ricerca di un senso da parte del credente si muove lungo la convinzione di fondo che l'intera creazione si sta muovendo verso la sua definitiva perfezione, ossia verso quel punto finale nel quale tutto e tutti saranno ricapitolati in Cristo, Signore e Re dell'universo (cf. Ef 1,10). Ciò significa che il mondo nel quale viviamo è un mondo non solo dinamico e complesso, ma soprattutto incompiuto e ancora carico di mistero. La dottrina della Chiesa Cattolica afferma, infatti, che Dio non ha creato un mondo perfetto e senza alcun male, ma

«ha liberamente voluto creare un mondo in "stato di via" verso la sua perfezione ultima. Questo divenire, nel disegno di Dio, comporta con la comparsa di certi esseri la scomparsa di altri, con il più perfetto anche il meno perfetto, con le costruzioni della natura anche le distruzioni. Quindi insieme con il bene fisico esiste anche il male fisico, finché la creazione non avrà raggiunto la sua perfezione» 7.

Il mondo, non ancora perfetto, può dunque veicolare anche il male fisico, ed essere, attraverso i cataclismi, la causa di dolore e di morte.

4. CHE COSA FARE DI FRONTE AD EVENTI CATASTROFICI?

Solidarietà
Far sentire come si può la propria vicinanza e la propria solidarietà a chi è stato colpito in prima persona da eventi catastrofici, e contribuire, secondo le proprie possibilità, all'opera di sensibilizzazione riguardo alla ricostruzione del patrimonio culturale seriamente compromesso dal sisma.

Apprezzamento e custodia
Imparare ad apprezzare e a valorizzare di più, nonché a custodire al meglio il patrimonio culturale insistente sul proprio territorio, cercando di prevenire il più possibile l'eventualità che vada perduto nel giro di pochi secondi a motivo di qualche evento catastrofico.

Sguardo attento
Resistere a quella rapidazione frenetica che segna il passo della nostra quotidianità, e optare per un passo più lento, che sposti l'attenzione su chi ci sta accanto e sulle bellezze del paesaggio e del patrimonio che ci circondano. Infatti, oltre al patrimonio umano, anche quello culturale merita la nostra attenzione. Concentrarsi e dare valore alle cose belle che abbiamo attorno, significa conferire loro il giusto rispetto, che è poi il rispetto dovuto a quanti nei secoli hanno fatto sì che un tale patrimonio venisse realizzato e giungesse fino a noi.

Tutto parte dall'uomo e tutto torna e resta all'uomo se ciascuno di noi si impegna a conservarlo e tramandarlo anche dopo un evento imprevedibile e catastrofico come un violento terremoto. Qualsiasi opera d'arte degna di questo nome porta con sé valori sprigionati dal genio umano, valori che possono fungere da forte stimolo per ripartire con la ricostruzione.

 



[1] Dal lat. patrimonium: indicante i beni appartenenti al pater familias, e di conseguenza i beni avuti in eredità dai genitori. In senso figurato indica quel complesso di elementi spirituali, culturali e sociali edificato da una persona o una collettività lungo il tempo.

[2] Se guardiamo al passato, non solo prossimo o remoto, ma anche a quello piuttosto recente, non sono esclusivamente gli elementi naturali e incontrollabili – come un terremoto o un'alluvione (in questi giorni è ricorso il 50° di quella avvenuta a Firenze nel 1966) – ad essere la causa della distruzione del patrimonio culturale; spesso lo è l'incuria, e talora, ahimè, anche una bieca ideologia: pensiamo, ad esempio, ai monasteri francesi utilizzati come cave di pietra al tempo della rivoluzione francese o – in contesti diversi – all'azione becera e distruttiva del Daesh nella zona archeologica di Palmira o, prima di loro, dei Talebani contro le statue di Buddha in Afganistan.

[3] M. Heidegger, "Costruire, abitare, pensare", in Saggi e discorsi, Milano 1985, pp. 102-103.

[4] A. Wathen, Space and Time in the Rule of St Benedict, in Cistercian Studies 17 (1982), p. 88.

[5] Come è noto, secondo gli antichi romani ogni luogo era ispirato e protetto da un Genius loci, una specie di nume tutelare che era anche oggetto di venerazione e di culto.

[6] Riguardo a questo processo di interazione, si veda il saggio di C. Norberg-Schulz, Genius loci: paesaggio, ambiente, architettura, tr. it., Milano 1979. Circa la sensazione di "totalità", si veda: «La maggior parte di loro [i monaci] gode del beneficio di partecipare a un "genio del luogo" (...) profondamente coerente con il loro stile di vita. (...) il visitatore (...) viene quasi sempre colpito da una sensazione di "totalità": tutto questo accade come se il genius loci del monastero simboleggiasse da sempre, e per sempre, la pienezza della vita» (F. Debuyst, Il Genius loci cristiano, Milano 2000, pp. 55-56)[6].

[7] Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 310.