1 ottobre 1071 - 1 ottobre 2017: ricorrenza della Dedicazione della Basilica Cattedrale di Montecassino. L'omelia dell'Abate Donato per il solenne pontificale

DEDICAZIONE DELLA CHIESA ABBAZIALE
1° ottobre 2017


Prima Lettura: 1Re 8,22-23,27-30
In occasione della consacrazione del tempio di Gerusalemme, durante il regno di Salomone, al clima di grande giubilo e all'incontenibile emozione del momento, si mescola lo stupore misto al dubbio: «Ma è proprio vero che Dio abita sulla Terra? Ecco, i cieli dei cieli non possono contenerti, tanto meno questa casa che io ho costruito!» – si chiede Salomone.

Eppure, Dio acconsente a che un edificio materiale diventi il luogo della sua dimora, ossia il luogo dove è custodita l'arca dell'alleanza, segno della sua presenza in mezzo agli uomini. Sul tempio di Gerusalemme Dio ha posto il suo nome e su di esso i suoi occhi saranno aperti giorno e notte per incrociare lo sguardo di chi si rivolge a Lui nella preghiera.

Oltre all'infinità di Dio che non può essere racchiusa in un edificio di pietre e di legno, la prima lettura pone dunque l'accento sulla dimensione orante e cultuale richiamata dal tempio, inteso come il luogo in cui Dio si fa raggiungere dai fedeli che gli elevano la loro preghiera e gli rendono il culto dovuto. Funzione, questa, che continua ad essere assolta anche oggi nelle nostre chiese cristiane.

Seconda lettura: 1Cor 3,9-11.16-17
Tuttavia, per noi cristiani, il tempio di pietra è figura del vero tempio che è il corpo di Cristo. In Lui abita la pienezza della divinità, e con la sua morte di croce e la sua risurrezione ha stabilito la Nuova ed eterna Alleanza, nella quale l'amore infinito del Padre si è manifestato in maniera definitiva.

A questo nuovo culto da Lui inaugurato, Gesù ha associato anche la Chiesa, la comunità dei credenti a cui ha dato origine e di cui è l'unico fondamento, come abbiamo sentito nella seconda lettura.

Ciò significa che la vera dimora di Dio è la Chiesa, ossia la comunità dei credenti. Sono essi le pietre vive con le quali è edificata la Chiesa, corpo di Cristo e tempio dello Spirito, come ci ha ricordato l'apostolo Paolo nella seconda lettura.

Con Gesù, il tempio materiale ha dunque ragione di esistere in funzione del "tempio vivo" che siamo noi, un tempio che si edifica nei cuori e che trova la sua espressione concreta in relazioni improntate al comandamento nuovo dell'amore, quello insegnatoci da Gesù, un amore misericordioso che non conosce confini.

VANGELO: Lc 19,1-10 (Zaccheo)
Anche l'episodio di Zaccheo che abbiamo ascoltato nella pagina evangelica, ci riporta alla dimensione spirituale del tempio, inteso come spazio sacro attraverso il quale Dio si rende presente nella vita di ciascuno di noi e ci salva. Rivisitiamo brevemente questo episodio.

«Cercava di vedere Gesù»

Dalla narrazione si evince che Zaccheo non aveva mai pensato di incontrare Gesù e di parlare con Lui. Spinto dalla curiosità, gli bastava vederlo, e poiché non gli riusciva a causa della sua bassa statura e della folla che si accalcava lungo la strada, sale su un albero di sicomoro.

Da qui traiamo il primo insegnamento. Zaccheo riconosce i propri limiti, e tuttavia non si arrende, non cede alla sterile autocommiserazione, ma in maniera creativa – anche se forse un po' irriguardosa del suo status sociale – trova la soluzione al suo handicap in un albero. E quell'albero sarà lo strumento di una ritrovata libertà.

L'albero è dunque il simbolo del desiderio di uscire dal cerchio dei propri limiti affidandosi a un "oltre", ad un punto di vista più alto, ossia ad uno sguardo più ampio, che ci permetta di vedere e interpretare meglio quello che avviene in noi e attorno a noi andando. Quell'oltre sarà inaspettatamente rappresentato dallo sguardo di Gesù, con il quale quello di Zaccheo si incontra.

«Gesù alzò lo sguardo»

L'evangelista dice che Gesù alzò lo sguardo e vide Zaccheo appollaiato sull'albero. In questo atteggiamento di Gesù abbiamo un secondo insegnamento: il suo sguardo procede dal basso verso l'alto, e non viceversa. In quell'atteggiamento vi è tutto l'infinito ri-spetto che il Signore mostra verso l'essere umano.

Guardandoci dal basso verso l'alto – come ha fatto anche con i suoi discepoli, quando si è inginocchiato per terra per lavare i loro piedi – Gesù annulla ogni distanza tra Lui e noi. Perché il suo è uno sguardo che non giudica, non condanna, non umilia. È uno sguardo che va dritto al cuore e genera libertà e vita nuova.

«Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua»

Inoltre – e questo è il terzo insegnamento – Zaccheo, che cercava di vedere Gesù, credeva di essere lui il "cercatore". In realtà scopre di essere lui ad essere cercato. Anzi, dalla narrazione evangelica sembra addirittura che Gesù sia andato apposta a Gerico per cercare lui e lui solo: «Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua». Quelle parole di Gesù devono aver fatto sobbalzare il cuore nel petto di Zaccheo.

L'uomo, dunque, non potrebbe mettersi alla ricerca di Dio, se Dio per primo non lo avesse già cercato e trovato! È Dio che per primo ci cerca, e ci cerca per salvarci, per farci partecipi del suo amore: «il Figlio dell'uomo, infatti, è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto».

Nelle parole di Gesù: «Oggi devo fermarmi a casa tua», vediamo, infatti, racchiuso il suo bisogno di entrare nel mondo di Zaccheo e di stare con lui per attirarlo a sé con le spire dell'amore che salva. E tuttavia in quel "devo" Gesù non pone alcuna condizione o clausole del tipo: «Io ti vengo incontro, spinto dalla necessità di salvarti, ma anche tu devi mostrare la volontà di lasciarti incontrare».

La conversione di Zaccheo, infatti – e questo è il quarto insegnamento che traiamo da questa pagina evangelica –, non è la condizione all'incontro con Gesù, ma la conseguenza di esso. Solo dopo essere stato raggiunto dallo sguardo di Gesù e dal suo autoinvito, scatta in lui il bisogno di cambiare vita.

Questo approccio di Gesù può risultare scandaloso e fare a pugni con un certo moralismo di cui siamo imbevuti e che ci porta a ritenere che il Signore lo si possa trovare come risultato di un nostro cammino di perfezione. In realtà, è dall'incontro con Gesù che scaturisce il desiderio di convertirsi e di camminare con coerenza sulla via del Vangelo.

Zaccheo «scese in fretta e lo accolse pieno di gioia»

Tre termini: fretta, accogliere, gioia, che esprimono bene la dinamica della conversione. Quando si spalanca la ca¬sa del proprio cuore all'irruzione dell'amore di Dio, la gioia e la vita si rimettono in moto.

Ecco dunque che i risvolti concreti della conversione non si fanno attendere. Zaccheo, da capo dei pubblicani e peccatore, il cui ruolo gli permetteva di sfruttare e defraudare gli altri, diventa donatore: «Do la metà di quello che possiedo ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto». Si verifica un vero e proprio capovolgimento della sua vita.

Qual è il motore di questo capovolgimento? Lo stupore grande per la misericordia immeritata di cui si sente oggetto, e che Gesù ha riversato su di lui gratuitamente. Come sopra accennato, Gesù non gli ha elencato gli errori commessi, non lo ha giudicato, non ha puntato il dito contro di lui. Gli ha semplicemente offerto la sua vicinanza, la possibilità di sperimentare l'amore che salva. E il fatto di scoprirsi amato, senza un perché e senza alcun merito, gli basta per rinascere a vita nuova.

Ringraziamo il Signore perché, nell'episodio di Zaccheo, ci ha fatto capire che Gerico è dappertutto, che l'amore misericordioso di Dio è alla por¬tata di ognuno. La casa di Zaccheo è anche casa nostra, la nostra famiglia, la nostra comunità, la nostra parrocchia, il gruppo degli Oblati. In ogni luogo il Signore ci viene incontro per stare con noi e condividere il nostro cammino. E così sia.