Tre nuovi oblati per l’Abbazia di Montecassino: preghiera, obbedienza e lavoro, i tre cardini su cui ruoterà la loro vita alla luce della Regola di san Benedetto.

Quando San Benedetto mise per iscritto la sua Regola, la pensò per una comunità monastica, per una vita in comune da svolgersi in un equilibrio tra lavoro, preghiera e studio; per una crescita, dunque, bilanciata e orientata alla completezza di ciascun individuo che potesse così rapportarsi con gli altri in modo sano e misurato.


Nei 73 capitoli della sua Regola, però, c'è spazio anche per quanti, pur non vivendo entro le mura monastiche, vogliono comunque dedicare la loro vita al Signore alla luce delle linee guida indicate dal Patriarca del monachesimo occidentale: gli oblati.

Oblato (dal latino oblatum cioè offerto) è colui che, uomo o donna, fa la promessa spirituale di seguire la Regola di San Benedetto e vivere una vita cristiana secondo il Vangelo, essendo anche esempio di carità e spiritualità, aderendo ad uno stile di vita di preghiera, obbedienza e lavoro.

Questo è quanto hanno promesso di fare i tre nuovi oblati di Montecassino domenica 3 maggio, durante la Santa Messa delle ore 10:30: Roberto, Maria e Stefania che hanno ricevuto i nomi di Enrico, Elisabetta e Chiara, hanno pronunciato davanti all'Abate Donato e alla comunità monastica le seguenti parole leggendo la carta della loro oblazione e portandola poi sull'altare:

"Nel Nome di Nostro Signore Gesù Cristo. Amen. Io mi offro a Dio onnipotente, per il monastero di Montecassino , e prometto a Lui, davanti alla beata Vergine Maria, ai Santi Padri Benedetto e Bernardo e a tutti i Santi, la conversione dei miei costumi e un impegno di vita secondo gli statuti degli oblati. In fede di ciò, ho scritto di mia mano questa carta di oblazione e sottoscritta".

Auguriamo ai tre nuovi oblati di trovare sempre tanto nutrimento per la loro fede nelle parole del Signore e di San Benedetto.

A seguire, il testo integrale dell'omelia dell'Abate Donato .
 

 
V DOMENICA DI PASQUA (B)
Gv 15,1-8

Durante questa nostra celebrazione eucaristica ci sarà l'Oblazione secolare di un nostro fratello e di due nostre sorelle, Oblazione con la quale essi saranno spiritualmente accomunati alla Comunità monastica di Montecassino. Dopo aver compiuto un itinerario di formazione umano-cristiana attraverso la conoscenza diretta e approfondita della Regola di S. Benedetto, essi hanno deciso di impegnarsi a testimoniare la loro fede cristiana nel contesto familiare, sociale, lavorativo e professionale nel quale vivono ed operano, alla luce dell'ispirazione e della fulgida sapienza della Regola benedettina. Le riflessioni che seguono, e che traiamo dalla Parola che il Signore ci ha rivolto quest'oggi, benché oggetto di attenzione per tutti noi, le vogliamo rivolgere in modo particolare a loro, ai quali assicuriamo il nostro sostegno amicale e orante.

Se la tradizione biblica, in particolare i Profeti e il Salterio, identifica la vigna o la vite con il popolo di Israele, nell'affermazione di Gesù vi è qualcosa di assolutamente nuovo e originale. Ora, infatti, è lui stesso la vite: «Io sono la vite, voi i tralci».

Innanzitutto non può sfuggire lo spessore teologico dell'espressione: "Io sono", che è un evidente richiamo della definizione che Dio diede di Sé a Mosè quando, dal roveto ardente, gli rivelò il suo nome. Riportata da Gesù, dunque, questa espressione suona come un altrettanto richiamo alla sua divinità, della quale Egli ha compenetrato la nostra umanità, facendosi sua linfa vitale.

RIMANERE


Una delle parole centrali dell'allegoria della vite e dei tralci è l'esortazione rivolta da Gesù ai suoi: «Rimanete in me». Egli è la vite "vera", ed è in Lui che la Chiesa, nuovo popolo di Israele, deve rimanere innestata. Il "rimanere" ci dice, dunque e innanzitutto, che la realtà cristologica è alla base della realtà ecclesiologica.

Il "rimanere" del tralcio nella vite allude, poi, a una dipendenza. Il credente è consapevole che la sua consistenza non sta in una super-affettata autonomia, ma nel riconoscimento della propria dipendenza creaturale da Dio, fonte e origine della vita.

Infine, il "rimanere" del tralcio nella vite indica la stretta comunione con il Signore, la quale deve trasformarsi in comunione con i fratelli. Se l'amore che diciamo di avere per Dio non si traduce nell'amore per chi ci sta accanto, come ci ha ricordato l'apostolo Giovanni nella seconda lettura (1Gv 3,18-24), non è un amore autentico. È dal rimanere nell'amore di Dio che proviene la forza per rimanere nell'amore per gli altri, nono¬stante le distanze o le forze avverse che talora avvertiamo nei confronti di chi ci sta accanto.

Non può sfuggire, poi, in una casa monastica come la nostra, che il rimanere di cui parla Gesù rappresenta il senso profondo della "stabilità monastica" professata dai monaci. Questa non è il semplice rimanere nello stesso posto, ma richiama soprattutto la stabilità interiore. "Qui son li frati miei che dentro ai chiostri fermar li piedi e tennero il cor saldo" – dice san Benedetto dei suoi monaci quando incontra Dante in Paradiso. Si tratta di un "rimanere" che ha a che fare con la saldezza interiore, con un cuore indiviso che ha scommesso tutto su Gesù, vite vera.

PORTARE FRUTTO


Accanto al "rimanere", l'altro parola chiave o criterio di giudizio che traspare dall'allegoria della vite è il "portare frutto". Il nome nuovo della morale evangelica non è tanto il sacrificio quanto la fecondità, non tanto la rinuncia o la penitenza fine a se stesse, quanto l'espansione e la fruttificazione.

Nessun albero, e dunque nessuna vite, consuma i propri frutti; essi sono prodotti per l'alimento e la gioia delle altre creature. In questo consiste la perfezione alla quale ci chiama Gesù: maturare frutti di bene da donare agli altri. In altre parole: dimenticarsi nel dono di noi stessi ai nostri fratelli e sorelle.

LA POTATURA

Nell'allegoria della vite e dei tralci compare anche il tema della prova. È vero che il Padre pota ogni tralcio che porta frutto perché esso porti ancora più frutto. La potatura è, cioè, una condizione di fecondità, non una semplice e dolorosa amputazione. Eppure in questa allegoria traspare anche un senso di inquietudine, causato dalla reale possibilità che il tralcio, ossia il credente, possa smarrirsi e diventare ramo secco e improduttivo. "È la solita sconcertante antinomia: la comunità è in Cristo e quindi protetta, ma la possibilità del peccato non è assente" (B. Maggioni).

La potatura è dunque un dono perché mira a mantenere e accrescere la vita, a far sì che frutti di quest'ultima siano il più possibile generosi e abbondanti.

Nel momento della prova, bisogna innanzitutto fare memo¬ria di quell'e¬nergia che scorre in noi, un'energia che proviene da Dio: il suo Spirito. È proprio "dallo Spirito che ci ha dato" – come ci ha ricordato l'apostolo Giovanni nella seconda lettura – che riconosciamo che Egli rimane in noi. Questa è l'energia divina che vive in noi e ci vivifica, che non viene mai meno e alla cui linfa possiamo sempre attingere per esplorare e calcare sentieri sempre nuovi nella direzione dell'Amore a Dio e ai fratelli. E così sia.

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