"Proiettiamoci verso il futuro con pazienza verso noi stessi, verso gli altri e verso Dio":Te Deum di fine anno dell'Abate di Montecassino Donato Ogliari.

Montecassino
Basilica Cattedrale  
31 dicembre 2014


TE DEUM


1. In un clima di consuntivi, come quello che la fine di ogni anno ci ripropone, abbiamo sicuramente più di un motivo per ringraziare personalmente il Signore, e ciascuno troverà il modo di farlo nel segreto del proprio cuore.

Ma ci sono non poche ragioni che ci inducono ad esprimere la nostra gratitudine anche comunitariamente per i tanti segni con cui il Signore ha manifestato la sua bontà verso di noi.

Certo, vi sono casi in cui è difficile scorgere la mano provvidente di Dio che ci accompagna. Come è possibile parlare di bontà di Dio quando si subisce un contraccolpo inatteso o si è vittime di un dolore profondo che mette a soqquadro la propria esistenza e quella di chi ci sta intorno? Eppure, il Signore ci chiede di non smettere di fidarci del suo Amore, di non cessare di affidarci ogni volta di nuovo alla sua mano che ci sostiene, ci consola, ci salva.

In primo luogo, credo che tutti dobbiamo allora ringraziare il Signore per aver conservato salda la nostra fede, pur nel percorso a volte tortuoso della nostra vita. E noi monaci desideriamo ringraziarlo per aver mantenuto intatta la nostra vocazione all'interno della comunità la quale, benché segnata dai limiti della nostra umanità – come tutte e convivenze –, rimane lo "spazio privilegiato" attraverso cui l'Amore misericordioso ci si fa vicino.

Per quanto riguarda gli avvenimenti di una certa importanza che hanno toccato la vita della comunità monastica, mi limito a rievocare brevemente quelli principali.

• Il 70° anniversario del terribile bombardamento dell'Abbazia e della città di Cassino. Per la ricorrenza, personalità civili e istituzionali – prima fra tutte quella del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano – hanno presenziato alle commemorazioni. Soprattutto, l'anniversario ha rappresentato un'ulteriore occasione per reiterare le ragioni della pace e della fratellanza tra i popoli, di cui una comunità monastica vorrebbe essere, in miniatura, un paradigma le cui radici affondando nel Vangelo di Gesù, Principe della pace.

• La nomina del nuovo Abate nella mia povera persona, il 23 ottobre, e il successivo insediamento, il 22 novembre, che ha segnato l'inizio del mio servizio abbaziale. Inizia un tratto nuovo di cammino sia per me che per la comunità. Lo mettiamo nelle mani della Provvidenza e sotto la protezione di san Benedetto.

• La ridefinizione dei confini dell'Abbazia Territoriale, avvenuta contestualmente alla nomina del nuovo Abate Ordinario. Anche in questo caso, benché tale decisione non abbia reciso i legami instauratisi nei secoli con la cosiddetta "terra sancti Benedicti", essa ha tuttavia inaugurato una nuova modalità di rapporto col territorio circostante, rapporto che non mancheremo di valorizzare alla luce del carisma che ci è proprio.

• Il 50° anniversario della ri-consacrazione della Basilica Cattedrale di Montecassino e della proclamazione di S. Benedetto a Patrono principale d'Europa, col breve "Pacis nuntius", da parte di Paolo VI.

Ma, oltre a questi avvenimenti, appariscenti e a tutti noti, che – anche se con intensità diversa – hanno riguardato la vita della comunità, non possiamo dimenticarci di ringraziare il Signore e gioire interiormente per il bene seminato nel corso delle nostre giornate monastiche, attraverso l'umile testimonianza della nostra preghiera, delle nostre liturgie e del nostro lavoro, attraverso l'ospitalità e il contatto con le persone che salgono su questo monte e alle quali abbiamo offerto una benedizione, un'assoluzione sacramentale, o anche, più semplicemente, un sorriso, una stretta di mano, una parola di incoraggiamento e di speranza.

In tutto, dunque, sia in quello che è stato registrato dalla cronaca, sia in quello che abbiamo vissuto nell'ordinarietà delle nostre giornate e che solo il nostro cuore e lo sguardo di Dio hanno registrato, in una parola: in tutto ciò che ha costellato – nel segno della gioia o della fatica – questo anno che volge al tramonto, siamo chiamati, come credenti, a decifrare il continuo "passaggio" di Dio in mezzo a noi.

Ecco perché, quando tra poco canteremo il Te Deum, il nostro sguardo non sarà rivolto solo all'indietro, ma anche e soprattutto in avanti, pregustando già quella misericordia che Dio non mancherà di farci assaporare e con la quale continuerà a nel corso del nuovo anno che sta per iniziare:

"Fiat misericordia tua, Domine, super nos, quemadmodum speravimus in Te – Sia sempre con noi la tua misericordia, in Te abbiamo sperato".

A questa misericordia desideriamo riaffidarci con fiducia perché continui ad avvolgere nel suo abbraccio questa nostra comunità monastica, tutti coloro che ci seguono con affetto e amicizia, e quanti cercano riparo all'ombra della nostra preghiera interceditrice.

2. Sullo sfondo di questa consapevolezza, vorrei ora che ci proiettassimo nell'anno nuovo che ci sta davanti alla luce di una virtù giudicata "debole" e per questo un po' dimenticata: la pazienza.

In un mondo che avanza a ritmo sempre più vorticoso e che sembra essere divenuto incurante dei valori dello spirito, diventa sempre più difficile dare un senso alla propria vita, soprattutto quando alle gioie e ai successi si affiancano i dolori e le sconfitte, che finiscono con l'appannare la forza della fede e della speranza.

Si ha dunque la netta impressione che vi sia poca pazienza con se stessi e che si faccia fatica ad accettare i propri limiti e le delusioni che spesso ne derivano; si vorrebbe essere sempre vincenti nella vita.

Ma vi è anche poca pazienza con gli altri, di cui si notano soprattutto le debolezze fisiche e morali; spesso, anzi, gli altri sono considerati un ostacolo alla nostra libertà, anziché una possibilità di incontro e di condivisione.

Sembra, infine, esserci poca pazienza anche con Dio, soprattutto quando Egli non si fa sentire e non si mostra come vorremmo, e cadiamo nella trappola di scambiare la nostra fede per una polizza di assicurazione che ci mette al sicuro da ogni prova e tentazione, anziché viverla come un umile e fiducioso atto di consegna di noi stessi alla fedeltà di Dio, per quanto insondabile.

La fede genuina non cessa di sperare, neppure quando gli ostacoli ci paiono insormontabili e quando il confronto con la realtà si fa duro e sofferto. Anzi, è proprio allora che entra in gioco la virtù della pazienza.

Pensiamo, ad esempio, a come ci poniamo di fronte alle sfide di un futuro incerto, ancora tutto da decifrare, e non solo a livello di società civile, ma anche a livello di Chiesa e, più specificamente, di vita monastica.

Ci lasciamo prendere dallo scoraggiamento oppure accettiamo la fatica gioiosa di ri-convertirci ogni giorno per cercare di meglio comprendere ciò che il Signore vuole da noi?

Anche quando si è forti di un bagaglio umano e spirituale acquisito con gli anni, la pazienza ci aiuta a non dare nulla per scontato e a mantenerci in umile ascolto del novum di Dio, per poterlo accogliere il più prontamente possibile nella nostra vita personale, familiare e comunitaria.

In una sua opera, intitolata Il portico del mistero della seconda virtù, lo scrittore francese Charles Péguy mette in bocca a Dio le seguenti parole:

«La virtù che più amo, dice Dio, è la speranza. (...) essa, sì, che mi sorprende. (...) Che questi poveri figli (...) vedano come vanno le cose oggi e credano che andrà meglio domattina. Questo sì che è sorprendente, ed è certo la più grande meraviglia della nostra grazia. (...) E dev'essere così perché la mia grazia possiede davvero una forza incredibile. Perché sgorga da una sorgente come un fiume inesauribile. Come la stella ha guidato i tre re dal più remoto Oriente verso la culla di mio Figlio, così (...) lei sola guiderà le virtù e i mondi».

La speranza, fratelli e sorelle carissimi, è quella virtù che mantiene viva la nostra fede e che l'adorna di una fiducia incrollabile che si appoggia sulla pazienza. Sì, la pazienza è il respiro lungo della nostra fede e il riflesso luminoso della nostra speranza perché ha la sua casa in Dio:

«Dove c'è Dio – scriveva Tertulliano – lì c'è anche la sua protetta, la pazienza. Quando lo Spirito di Dio discende, l'inseparabile pazienza lo accompagna».

Per questo – radicata com'è nella fede e nella speranza – la pazienza ci sostiene e ci aiuta ad attraversare indenni le negatività che incontriamo sul nostro cammino, tanto che anche noi dovremmo poter far nostre le parole dell'apostolo Paolo:

«Noi ci vantiamo anche nelle tribolazioni, ben sapendo che la tribolazione produce pazienza, la pazienza una virtù provata e la virtù provata la speranza. La speranza poi non delude, perché l'amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato» (Rm 5,3-5).

Parole a cui fanno eco quelle dell'apostolo Giacomo:

«Considerate perfetta letizia, miei fratelli, quando subite ogni sorta di prove, sapendo che la prova della vostra fede produce la pazienza. E la pazienza completi l'opera sua in voi, perché siate perfetti e integri, senza mancare di nulla» (Gc 1,2-4).

E ancora:

«Siate dunque pazienti, fratelli, fino alla venuta del Signore. Guardate l'agricoltore: egli aspetta pazientemente il prezioso frutto della terra finché abbia ricevuto le piogge d'autunno e le piogge di primavera. Siate pazienti anche voi, rinfrancate i vostri cuori, perché la venuta del Signore è vicina» (Gc 5,7-8).

Inoltrandoci nel nuovo anno che ci si apre dinanzi, carissimi fratelli e sorelle, chiediamo dunque al Signore il dono della pazienza, perché, anche nei tratti più oscuri del nostro cammino, possiamo sentirci avvolti dal suo amore, dalla presenza amicale del suo Figlio e nostro fratello Gesù e dalla consolazione del suo Spirito.

Così sia.

 

 

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