"Apriamo il nostro cuore alla fiducia, lasciamo che Dio prenda sempre più possesso della nostra vita": prima Omelia dell'Abate Donato Ogliari a Montecassino.

 

Basilica Cattedrale
Omelia di domenica 23 novembre 2014
S.E. Donato Ogliari Abate di Montecassino

 

Carissimi Fratelli e Sorelle, come abbiamo ben compreso dal tenore delle letture che sono state proclamate, celebrare la regalità di Cristo come Signore e Re dell'Universo, significa celebrare una regalità ben diversa da quella a cui siamo abituati in questo mondo, a cui forse si era abituati in passato dove essere re significava dominare, significava possedere, significava detenere nelle proprie mani anche le sorti della vita altrui.

L'immagine di regalità che traspare invece da queste Letture è un'immagine che sulle prime può anche coglierci di sorpresa e forse anche sconcertarci un po' perché è un'immagine che ci porta diritta al Cuore di Dio.

La Prima Lettura, la cosiddetta Profezia del buon pastore, ci presenta proprio il Cuore di Dio, il cuore di un Dio che è come un pastore, che si prende cura del suo gregge, che le ha a cuore e come poi sentiremo anche nel Vangelo di Gesù, sono non solo pecore che compongono anonimamente un gregge, ma sono pecore che sono personalmente conosciute dal Pastore.

Questo è il nostro Dio, il Dio che Gesù ci ha rivelato: un padre che ci ama tutti che vuole la nostra unità, la nostra comunione, raduna il suo gregge conduce il suo gregge a pascoli ubertosi ma nello stesso tempo anche un Padre premuroso che sa quali sono le necessità di ciascuna pecora, non le guarda dunque con uno sguardo, generico ma le conosce una per una. E soprattutto si prende cura di quelle malate di quelle che hanno maggiormente bisogno della Sua presenza Paterna.

Questa è dunque l'immagine di Dio che ci proviene dalla Liturgia della Parola ed è l'immagine di Dio che Gesù stesso ha fatto Sua, nella sua vita e che ci ha trasmesso non semplicemente con le sue parole, ma soprattutto con la testimonianza della sua vita.

L'immagine del pastore che ritorna anche nella pagina evangelica, può sembrare sulle prime un'immagine un po' più dura di colui che siede a giudicare, colui che divide le pecore buone dalle cattive, per così dire, di colui che in qualche modo detiene in qualche modo nelle sue mani l'ultima parola sulla nostra vita.

In realtà non fa che riprendere i medesimi concetti che abbiamo trovato nella Prima Lettura del Profeta Ezechiele. Perché? perché ancora una volta Gesù, che siede a giudicare le cose ultime, come giudice universale, è colui che ci indica ancora una volta quale sarà il terreno sul quale il giudizio avverrà. Non soffermerà cioè il Suo sguardo sul male compiuto, certo soppeserà anche quello ma il Suo sguardo si soffermerà soprattutto sul bene che avremo compiuto: quello è ciò che maggiormente conta ai suoi occhi, quello è ciò che più gli sta a cuore.

Mi viene in mente anche la Parola di San Paolo nella Prima Lettera ai Corinzi nel Capitolo XIII quello stupendo Inno alla Carità che termina proprio con le Parole di un'altezza veramente mistica quando dice che un giorno, quando saremo al cospetto del Signore non avremo più bisogno di credere in Lui perché lo vedremo con i nostri occhi, lo contempleremo così come Egli è e non avremo neppure più bisogno di sperare in Lui perché lo possiederemo e Lui possiederà interamente noi.

L'unica cosa che rimarrà, dice Paolo, è l'Amore, la Carità, perché Dio è Amore: entrare in Dio significa entrare nella pienezza dell'Amore. Ecco perché anche questa pagina evangelica in qualche modo è strutturata su questo invito caldissimo fatto a noi oggi che ascoltiamo questa Parola ad entrare in questa logica di amore.

Così come ce la dispiega questa pagina dell'evangelista Matteo, che ci dice di tenere il cuore aperto ai nostri fratelli e alle nostre sorelle, che ci dice, come fa Dio con noi, di prenderci cura di coloro che ci stanno accanto e basta anche poco, non ci chiede di fare miracoli, non ce lo chiede perché sa che non saremmo capaci di farli, perché la nostra fede è ancora piccola, piccola, piccola, però ci chiede di entrare in questo mistero di Amore anche attraverso gesti semplici, quotidiani: vediamo qualcuno che ne ha bisogno, vediamo qualcuno che ha fame, vediamo qualcuno che ha bisogno di essere visitato perché è malato, perché solo, perché non ha più nessuno a questo mondo, vediamo uno straniero che ha difficoltà a tirare avanti vediamo un malato, un carcerato, ecco il Signore ci chiede di entrare nel mistero del Suo Amore attraverso queste esperienze quotidiane che sono alla nostra portata.

Certamente ciascuno di noi può dire di conoscere tante realtà anche all'interno delle nostre famiglie molto spesso, pensiamo a marito e moglie che magari sono in crisi e all'una e all'altro si richiede una pazienza forte, una comprensione che riesca ad andare al di là del disagio o della sofferenza che si prova in quel momento, anche quello è un modo per visitare l'altro, per prendersi cura dell'altro; difficoltà che sorgono coi propri figli o difficoltà con i tempi di crisi che corrono, che ci sono nel campo lavorativo là dove viene la tentazione di perdere la speranza di scoraggiarsi, di disperarsi. Ecco una parola buona che possa mantenere aperta la speranza al futuro. O ancora, ecco, quelle piccole attenzioni quotidiane che ci sono richieste. Lì possiamo vivere tutti indistintamente il mistero grande dell'Amore di Dio che Gesù ci ha rivelato e sul quale anche noi un giorno saremo giudicati.

E, attenzione, quando il Signore dice quelle parole che ci toccano, che ci smuovono dentro: "tutto quello che avete fatto ad uno solo di questi miei fratelli più piccoli l'avete fatto a me" ci invita proprio a fare questo: a considerare Lui il Signore presente nel volto di chi soffre, nel volto di chi è povero, nel volto di chi non ce la fa più, nel volto di chi è angosciato, di chi è disperato, a riconoscerlo lì perché se non lo riconosciamo lì, vuol dire che non riconosciamo neppure Lui, Dio in quanto tale e vuol dire, di riflesso, che non realizziamo la nostra umanità perché noi ci realizziamo come uomini nella misura in cui ci apriamo agli altri e negli altri siamo capaci di riconoscere il volto di Dio.

Ecco perché è anche un invito ad usare bene della nostra libertà: la nostra libertà può essere in qualche modo deleteria perché quando è usata male appunto, si ritorce contro di noi, diventa qualche cosa di drammatico. Quelle parole che il Signore ci dice alla fine di questo Vangelo non sono parole messe lì giusto per fare un po' di coreografia a tutta questa pagina: "in verità io vi dico tutto quello che non avete fatto ad un solo di questi miei più piccoli non l'avete fatto a me e costoro andranno al supplizio eterno".

Apriamo il nostro cuore alla fiducia facciamo in modo che questa Parola che il Signore ci ha rivolto quest'oggi ci raggiunga in profondità. Dicevamo all'inizio, non è re dell'universo solo perché ha creato il firmamento , tutto quello che c'è di bello intorno a noi, ma soprattutto perché vuole essere re dei nostri cuori, re delle nostre coscienze, lì Egli vuole regnare e questo noi gli chiediamo: di continuare a farlo, di continuare a bussare al nostro cuore, alle nostre coscienze anche se le trova magari un po' distratte, un po' ottuse o forse anche un po' indurite di fronte alle sollecitazioni del Suo Spirito. Chiediamogli di non demordere e Dio non demorde mai, insiste sempre perché lo fa per il nostro bene. Lasciamo che prenda sempre più possesso della nostra vita perché anche noi possiamo trasmetterlo nella gioia del dono di noi stessi a quanti incontriamo sul nostro cammino.

E così sia.

  

 Foto Roberto Mastronardi

Montecassino Abate Ogliari insediamento

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Foto Roberto Mastronardi 

Abate Montecassino Ogliari 22 11 2014