"Rendiamo più bello il mondo attraverso il perseguimento della verità, della pace, della giustizia": l'Abate Donato nella Solennità di San Benedetto a Montecassino.

Già dalle prime ore del mattino i giovani pellegrini che hanno percorso a piedi i sentieri che dalla città di Cassino portano in Abbazia, hanno condiviso le loro foto sui social e questo ha dato la misura della gioia che li sosteneva lungo i chilometri che li separavano dal Monastero.

Una gioia che ha avuto il suo momento più alto quando sono stati accolti dall'Abate Donato al portone d'ingresso sotto la scritta PAX. Insieme hanno recitato il Padre Nostro e sono saliti poi in Basilica dove già era tutto pronto per la Celebrazione Eucaristica alla quale, oltre alla comunità monastica, hanno preso parte quindici sacerdoti .

Una celebrazione molto intensa, vissuta e seguita con attenzione non soltanto dai pellegrini ma anche dagli oblati di Montecassino, dai tanti fedeli, dai ragazzi che hanno partecipato al ritiro vocazionale che terminerà domani e da una rappresentanza dell'Ordine Interregionale dei Chimici di Lazio-Abruzzo-Umbria-Molise che, con il loro presidente Fabrizio Martinelli, erano per la prima volta a Montecassino per celebrare il loro santo Patrono e ribadire l'impegno etico dei chimici alla luce anche della enciclica Laudato si' del Santo Padre.

L'Abate Donato in apertura ha salutato e ricordato tutti i presenti tra cui il Coro Cantate Domino di Aalst in Belgio, formato da soli ragazzi molto giovani e diretti dal Maestro Andries De Winter, che ha animato la S.Messa assieme al coro dei monaci ed ha eseguito poi altri brani al termine della Celebrazione.

Il presidente dell'Ordine interregionale dei Chimici, Martinelli ha poi omaggiato il Padre Abate di un'opera di Augusto Ranocchi ed ha ricevuto da parte dell'Abate Donato una lettera di benedizione con un invito in linea con quanto indicato dal Santo Padre nella sue enciclica: "Possa il Vostro operare, alla luce dell'etica professionale che Vi è propria, essere sempre ispirato e sorretto da un genuino desiderio di servire l'umanità migliorando la qualità della vita dei cittadini e impegnandoVi per la difesa dell'ambiente, per la tutela del territorio e – in un'ottica cristiana – per la salvaguardia del Creato, sia nei luoghi abituali di lavoro sia in quelli dove siete chiamati ad esercitare attività di monitoraggio, controllo e bonifica del terreno. Che il Vostro santo Patrono Vi guidi, Vi sostenga e Vi protegga sempre in questo delicato e insieme affascinante compito. Benedictus benedicat!

Un ringraziamento particolare ai ministranti che si adoperano sempre per la buona riuscita di ogni Celebrazione in Basilica.

Di seguito il testo integrale dell'omelia dell'Abate Donato.

SOLENNITÀ DI S. BENEDETTO
LE BEATITUDINI
Mt 5,1-12
Carissimi fratelli e sorelle,

il vangelo delle Beatitudini è il vangelo della felicità. Quanti decidono di seguire Gesù sono "beati", ossia "felici". E lo sono perché godono di una felicità che proviene da Dio stesso, che ne è la fonte. Infatti, anche la felicità – come affermava sant'Agostino – è uno dei nomi di Dio. Dio è felice nel mostrare agli uomini il suo amore misericordioso!

Ma nel prendersi amorevolmente cura di noi, Dio ci indica anche l'accesso alla vera felicità, e lo fa attraverso la proclamazione delle beatitudini, le quali costituiscono una sorta di magna charta della felicità cristiana. Certo, sulle prime siamo presi in contropiede poiché esse si contrappongono a quei canoni mondani di felicità continuamente osannati dalla cultura odierna, e ai quali forse anche il nostro cuore non è del tutto indifferente: il potere, il successo, le ricchezze, i piaceri.

La felicità prospettataci da Gesù ha ben altre radici e ben altri traguardi. Essa consiste innanzitutto in un cambiamento del cuore, da sintonizzare con quello di Dio e, di conseguenza, in un modo inedito di relazionarsi agli altri, alle cose e al mondo, sostenuto da un impegno diuturno a rendere quest'ultimo più bello attraverso il perseguimento della verità, della pace, della giustizia.

Alla luce di questi tre grandi temi riprendiamo tre delle nove beatitudini proclamate da Gesù.

BEATI I POVERI IN SPIRITO

I poveri in spirito sono coloro che, anziché puntare tutto su sé stessi, sulle proprie forze e capacità, lasciano spazio a Dio e ne ricercano continuamente le tracce nei solchi della quotidianità e nelle pieghe della storia. Sono coloro che, proprio perché si affidano alla luce vivificante di Dio, percorrono il loro itinerario esistenziale con fiducia e libertà interiore, consapevoli che la verità di sé stessi, delle cose e del mondo non sta nella loro materialità e temporalità, ma risiede in Dio stesso, il Creatore.

La beatitudine dei "poveri in spirito" può essere considerata lo sfondo sul quale si articolano e possono essere comprese anche le altre beatitudini. La "povertà di spirito" ne è come la conditio sine qua non, la loro anima, la loro luce e la loro forza.

Proprio perché hanno il cuore abitato e illuminato dalla presenza di Dio, i poveri in spirito sono i custodi della speranza al cuore della quotidianità. In fondo, il Signore non ci chiede cose straordinarie, ma ci invita a vivere la forza straordinaria della fede nell'ordinarietà.

Ed è proprio a questo livello che si inserisce la bellezza della vocazione benedettina. Come ebbe a dire san Giovanni Paolo II:

«Benedetto, leggendo i segni dei tempi, vide che era necessario realizzare il programma radicale della santità evangelica (...) in una forma ordinaria, nelle dimensioni della vita quotidiana di tutti gli uomini. Era necessario che l'eroico diventasse normale, quotidiano, e che il normale, il quotidiano, diventasse eroico. (...) Bisogna ammirare la semplicità di tale programma, e nello stesso tempo la sua universalità».

Benedetto ci incoraggia, dunque, ad assumere uno stile di vita che ci aiuti a cogliere la "preziosità del quotidiano", vissuto come luogo ordinario nel quale Dio ci viene incontro e ci manifesta la sua vicinanza.

È chiaro che questo implica da parte nostra l'impegno a perseguire un "ordine armonioso" o un "umanesimo integrale" in noi e attorno a noi, che ci trattenga dal cadere vittime di una vita dispersiva e frenetica, spesso fatta di virtualità più che di verità. L'umanesimo cristiano, che l'umanesimo benedettino ha reso ancor più visibile, è un umanesimo attento alla dignità di ogni persona, attento alle cose essenziali che ci fanno veramente crescere e che, quindi, ci rendono felici.

BEATI GLI OPERATORI DI PACE, PERCHÉ SARANNO CHIAMATI FIGLI DI DIO

Gesù vuole seguaci che amino e abbiano a cuore la pace e, soprattutto, che abbiano il cuore in pace. Scriveva sant'Agostino:

«Basta che tu ami la pace ed essa immediatamente è con te. La pace è un bene del cuore. Se volete attirare gli altri alla pace, abbiatela voi per primi; siate voi anzitutto saldi nella pace».

Se siamo nella pace e "risiediamo" in essa, allora potremo anche viverla all'interno delle nostre relazioni con gli altri e con il mondo.

Se la pace non abita prima nel nostro cuore, smascherando quelle pretese egoistiche che vi si annidano e spegnendo in sul nascere ogni istinto di dominio, di sopraffazione, di violenza sull'altro, allora non potremo mai pensare di poter divenire "portatori di pace" (Mt 5,9). Solo i figli di Dio, i suoi amici, sono per sua grazia interiormente pacificati e resi capaci, a loro volta, di essere pa¬cificatori.

Non è un caso che il Breve apostolico con il quale Paolo VI proclamò san Benedetto Patrono principale d'Europa, incominci con le parole: "Pacis nuntius". La vita del monaco è tutta un impegno per la pace così intesa, come dono di Dio da accogliere, custodire e far fruttificare nella gratuità dell'amore.

La bellezza profetica della vita monastica benedettina risiede proprio nel quotidiano impegno a rendere visibile la comunione delle differenze attraverso una vita sempre più pacificata e pacificante.

BEATI I PERSEGUITATI PER LA GIUSTIZIA

Benedetto ci ricorda che nella fede è presente un "di più" che permette di sopportare e affrontare ogni cosa «per amore della giustizia» (cf. Mt 5,10), cioè con un atteggiamento positivo, basato sulla fiducia in Dio, anche quando ci si dovesse trovare in situazioni nelle quali la fatica, le lacrime, l'ingiustizia o la persecuzione sembrano avere la meglio.

Nel quarto gradino della scala dell'umiltà, delineata da S. Benedetto nel cap. VII della sua Regola, egli allude all'importanza di vivere la virtù della pazienza:

«Costoro mettono in pratica il comandamento del Signore con la loro pazienza in mezzo alle avversità e agli insulti» (RB 7,42).

Sì, nelle prove della vita la pazienza è, per il credente, il respiro lungo della fede e della speranza, e questo perché la pazienza ha la sua casa in Dio: «Dove c'è Dio – scriveva Tertulliano – lì c'è anche la sua protetta, la pazienza».

Essa ci sostiene e ci aiuta ad attraversare indenni le difficoltà che incontriamo sul nostro cammino, tanto che anche noi dovremmo poter affermare con l'apostolo Paolo:

«Noi ci vantiamo anche nelle tribolazioni, ben sapendo che la tribolazione produce pazienza, la pazienza una virtù provata e la virtù provata la speranza. La speranza poi non delude, perché l'amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato» (Rm 5,3-5).

Carissimi fratelli e sorelle, nelle beatitudini Gesù ci ha consegnato i tratti di quella felicità che Egli ha promesso a coloro che lo seguono.

Ora tocca a ciascuno di noi individuare quella beatitudine che con¬tiene la nostra felicità e la nostra missione nel mondo. Nostra, nel senso che parte da noi, ma nella convinzione che essa non è solo per noi. Essa è per quanti ci stanno accanto e incontriamo sul nostro cammino; è per un mondo che ha bisogno di esempi che raccontino la possibilità del bene e la sua capacità di contrastare il male.

Per intercessione del N. S. P. Benedetto, ci doni di essere tra coloro che sono trasparenza della vera felicità, quella che viene da Lui.

E così sia.

 

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