Omelia celebrazione dei Vespri nel 50° anniversario della
proclamazione di S. Benedetto a Patrono Primario d'Europa
Monastero di Montecassino, 25 ottobre 2014

Rev.mo Padre Abate,
Rev.di Monaci,
Rev.di Rappresentanti di Benedettini d'Europa,
Autorità civili e militari,
Cari fratelli e sorelle,

la mattina del 24 ottobre di 50 anni fa, Papa Paolo VI saliva a Montecassino a sigillo della rinascita del Monastero dopo il terribile bombardamento del 15 febbraio 1944. A vent'anni da quella data, con l'impiego generoso di energie e di talenti, la nuova Basilica e i ripristinati chiostri trasmettevano ancora una volta il loro messaggio di pace.
Quindici secoli di vita monastica vissuti secondo la Regola di S. Benedetto meritavano la presenza del Successore di Pietro, che tante volte nelle alterne vicende della storia aveva trovato rifugio all'ombra di S. Benedetto, e tra le file dei suoi monaci aveva scelto amici e collaboratori fidati perché umili e coraggiosi.

Il Beato Paolo VI aveva un particolare legame con Montecassino. La prima lettera del suo denso epistolario la scrisse proprio qui il 5 settembre 1919, confessando alla nonna con giovanile entusiasmo: "Quassù ho anche maggiormente appreso e valutato quanto debba a chi, preparandomi una famiglia come la nostra, mi ha messo in grado di gustare le severe e luminose bellezze di questa casa di preghiera e di lavoro".

In sintonia con queste parole, a Montecassino il 24 ottobre 1964 affermò: "Fra le tante impressioni, che questa casa della pace suscita ora nei nostri spiriti, una pare dominare sulle altre; ed è la virtù generatrice della pace .... Qui la pace ci appare altrettanto vera che viva; qui ci appare attiva e feconda. Qui si rivela nella sua capacità ... di ricostruzione, di rinascita, di rigenerazione. Parlano queste mura. È la pace che le ha fatte risorgere" (Omelia per la Consacrazione della Chiesa del risorto Archicenobio di Montecassino in Insegnamenti II, 1964, 601).

Il segreto di una pace feconda sta dunque, per Papa Paolo VI, nel carisma stesso di S. Benedetto: le mura severe, magnifiche, tranquille, non sono che il segno visibile di una virtù interiore, quella pace che a sua volta è frutto di una fedeltà al carisma benedettino.
L'orizzonte monastico della sensibilità spirituale di papa Montini, il suo antico e profondo ideale benedettino, illumina e spiega la sua decisione di consacrare personalmente la nuova Basilica, già pienamente riedificata nel 1949, e di proclamare contemporaneamente S. Benedetto patrono principale dell'intera Europa.
Lo volle ricordare lui stesso alla comunità cassinese, rievocando la sua prima venuta a Montecassino con i giovani della FUCI di Brescia nel 1919 e il suo ritorno nel 1930 per un ritiro in occasione del X anniversario della sua ordinazione sacerdotale.

Paolo VI era sicuramente un 'monaco nel cuore', come dimostrano i suoi numerosi discorsi ai monaci, nei quali riemerge quella prima impressione d'incanto che egli ebbe al momento della sua originaria esperienza della vita monastica e che fu per lui al tempo stesso scoperta della bellezza della preghiera.
Fu lui stesso che volle rivelarlo in un discorso tenuto agli Abati benedettini il 1° ottobre 1973. Rievocando una sua esperienza giovanile, affermò di averne riportato "un senso di estasi per la maniera con la quale i monaci celebravano le sacre cerimonie, e ... la perizia con cui sapevano cantare il canto gregoriano ...; e questa impressione, ... la preghiera fatta direi per se stessa, da nessuno accolta e condivisa, se non da quelli stessi che la proferivano e dal cielo cui era rivolta, fu scolpita nella mia anima, ... e rimase uno degli argomenti, uno dei motivi, per cui mi fu caro dare la mia vita al servizio del Signore".
Non stupisce perciò quanto ebbe ad affermare a Montecassino: "Oggi ... l'eccitazione, il frastuono, la febbrilità, l'esteriorità, la moltitudine minacciano l'interiorità dell'uomo; gli manca il silenzio con la sua genuina parola interiore, gli manca l'ordine, gli manca la preghiera, gli manca la pace, gli manca se stesso. Per riavere dominio e godimento spirituale di sé ha bisogno di riaffacciarsi al chiostro benedettino" ( Ibid., 605).

Ecco dunque l'ideale scuola del servizio divino, il modello sul quale – riconosce Paolo VI – si è plasmata l'Europa, per la quale egli individua due obiettivi fondamentali: la fede e l'unità, cioè l'unità spirituale dei popoli europei resa salda dalla forza del Vangelo e dall'araldo stesso del Vangelo che è Cristo Gesù, al quale S. Benedetto invita a non anteporre nulla.

Qui risiede il motivo essenziale per il quale Paolo VI volle proclamare S. Benedetto patrono principale dell'Europa, forte del suo passato e delle speranze per il suo futuro, "perché agli uomini di oggi, ... sia ormai intangibile e sacro l'ideale dell'unità spirituale dell'Europa, e non manchi loro l'aiuto dall'alto per realizzarlo in pratici e provvidi ordinamenti" (Ibid., 606).
Quale migliore patrono e protettore per l'Europa, di Benedetto, "pacis nuntius", i cui strumenti di unità e di evangelizzazione tra popoli differenti furono la Croce, il libro e l'aratro! Con essi S. Benedetto e i suoi figli gettarono le basi dell'Europa unita.
"Con la Croce – afferma Papa Paolo VI– cioè con la legge di Cristo, diede consistenza e sviluppo agli ordinamenti della vita pubblica e privata ... e insegnò all'umanità il primato del culto divino per mezzo dell' 'Opus Dei', ossia della preghiera liturgica e rituale. Fu così che egli cementò quell'unità spirituale dell'Europa in forza della quale popoli divisi sul piano linguistico, etnico e culturale avvertirono di costituire l'unico popolo di Dio; unità che, ... purtroppo spezzata in un groviglio di eventi storici, tutti gli uomini di buona volontà dei tempi nostri tentano di ricomporre".
"Con il libro, poi, ossia con la cultura, lo stesso S. Benedetto, ... salvò con provvidenziale sollecitudine, nel momento in cui il patrimonio umanistico stava disperdendosi, la tradizione classica degli antichi, trasmettendola intatta ai posteri e restaurando il culto del sapere".
"Fu con l'aratro, infine, cioè con la coltivazione dei campi e con altre iniziative analoghe, che riuscì a trasformare terre deserte ed inselvatichite in campi fertilissimi e in graziosi giardini e, unendo la preghiera al lavoro materiale, secondo il famoso motto 'ora et labora', nobilitò ed elevò la fatica umana» (Lett. ap. Pacis Nuntius, 24 ottobre 1964).
La fede cristiana ha promosso dunque l'umanità, rivelandosi come sua autentica radice spirituale. Ciò vale per il passato dell'Europa ed è motivo di speranza anche per il futuro. Il carisma monastico, con la sua eredità spirituale può infatti contribuire magnificamente anche oggi, in Europa e fuori dai suoi confini, a tracciare la strada verso un umanesimo integrale.
Le dimensioni apostolica e contemplativa sono ugualmente necessarie alla vita intima della Chiesa, che ha fatto suo il binomio benedettino nella Costituzione Dogmatica sulla Chiesa Lumen gentium, riconoscendo che essa stessa tutta intera "simul orat et laborat" (n.17) e promuovendo in ciascun battezzato uno stile di vita, attivo e contemplativo insieme, che in Cristo ha il suo modello e la sua fonte. L'Europa contemporanea ha un immenso bisogno dell'umile e forte carisma benedettino. Esso, a partire dal riconoscimento del primato a Cristo e con l'osservanza della sua "Regola", a suo tempo salvò l'eredità culturale del mondo antico e trasformò le falci in vomeri e le paludi in campi e giardini rigogliosi e oggi può offrire a tutti la rinnovata consapevolezza delle comuni radici cristiane del continente ed attrarre gli spiriti, tante volte disorientati, verso la bellezza della preghiera e la gioia che emana da una vita donata a Dio.

Considero doveroso, nell'avviarmi a conclusione, fare un cenno al provvedimento adottato dal Santo Padre due giorni or sono, riguardante la nuova configurazione dell'Abbazia territoriale di Montecassino. Si tratta di una misura che trova chiaro riferimento nelle indicazioni del Concilio Vaticano II e nel Motu Proprio "Catholica Ecclesia" del 1967 ed intende esprimere la sollecitudine apostolica per l'Abbazia, garantendone un quadro giuridico più consono alla vita monastica e favorendo una cura pastorale più rispondente alle esigenze del mondo attuale.
A ciò si è giunti dopo accurata e prolungata riflessione, al termine di una stagione di consultazioni e di confronti. Non dubito, che con altrettanta apertura e spirito ecclesiale, tutti sapremo percorrere fedelmente questo nuovo cammino che la Chiesa ci ha indicato e collaborare, in spirito di comunione, per una fruttuosa ed esemplare testimonianza cristiana.
A nome della Santa Sede, inoltre, desidero esprimere viva riconoscenza per il generoso servizio pastorale che, nel corso dei decenni, l'Abbazia ha assicurato alla popolazione del territorio. Il Signore conceda abbondante ricompensa a tutti coloro che, cominciando dagli Abati, hanno portato il peso di questa porzione della vigna del Signore!

Preghiamo, infine, per la comunità monastica di Montecassino, affinché realizzi sempre più quella consegna che il Beato Paolo VI affidava agli Abati della Confederazione benedettina nel 1966: "Siate esperti delle cose invisibili, che sono le più vere, le più reali".
E preghiamo per l'Europa: per l'intercessione di S. Benedetto, messaggero di pace, realizzatore di unione, maestro di civiltà, possa ritrovare i suoi ideali e nuovo slancio e vigore per affrontare le sfide attuali, non dimenticando che per noi, Chiesa in Europa, "una delle grandi sfide consiste nel trovare dei modi efficaci per far sì che la luce del Vangelo entri in relazione con le questioni urgenti che il continente si trova ad affrontare" (Papa Francesco). E così sia.